La lezione di Antonio Gramsci

All'alba del 27 aprile del 1937, dopo dieci anni di carcere e persecuzione fascista, moriva uno dei più grandi intellettuali italiani. A ottant'anni dalla scomparsa, rileggiamo alcune delle sue intuizioni senza tempo.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Illustrazione di Elise Design.


Antonio Francesco Sebastiano Gramsci, nato ad Ales, comune sardo di millecinquecento anime, quasi tutti pastori, il 22 gennaio 1891 e morto a Roma, capitale italiana di un milione e mezzo di abitanti, quasi tutti fascisti, il 27 aprile 1937 a causa di una emorragia cerebrale e svariati problemi di salute, ma soprattutto a causa della persecuzione giudiziaria e dei dieci anni di carcere offertigli per gentile concessione dal regime, è stato un politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano. Ma Antonio Gramsci da Ales è stato, più di qualsiasi altra cosa, un genio. Il suo enorme e illuminante contributo intellettuale è in grado, oggi, di abbattere qualsiasi preconcetto ideologico o banale superstizione politica, sgretolando la narrazione agiografica che lo ha reso un santino di esclusiva proprietà della sinistra comunista.

Una mente talmente forte da dover essere combattuta come fosse un esercito. «Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni», disse il pubblico ministero Michele Isgrò che, con queste parole, fece tre cose: chiudere la sua requisitoria contro Gramsci nel 1927; dimostrare il suo complesso di inferiorità nei confronti dell’imputato; darci un’idea di come la consistenza intellettuale dell’uomo non possa lasciare indifferenti noi, tantomeno potesse farlo coi i suoi contemporanei.

I seguenti scritti, disseminati da Gramsci nei Quaderni, in alcune Lettere e in altre opere o articoli di giornale, possono aiutarci a scoprire, conoscere, ricordare alcuni lati del suo genio ma, soprattutto, ci aiutano a dimostrare come i grotteschi intenti del pubblico ministero Isgrò – pur riuscendo nell’impedire all’uomo di vivere in libertà, di veder crescere i figli, di veder morire la madre, di godere dell’amore della moglie – fallirono miseramente.

Perché Gramsci pensò. Eccome se pensò. E scrisse, malgrado le difficoltà, su molti argomenti. A partire dalla dignità con la quale dimostrò di affrontare quanto di peggio possa capitare a un uomo, ovvero un’ingiusta privazione della propria libertà – ammesso che ne esistano di giuste – cercando, sempre accompagnato dal suo «spiritello ironico e pieno d’umore», il lato positivo della solitudine:

«Io non sono un afflitto che debba essere consolato; e non lo diventerò mai. Anche prima di essere cacciato in prigione, conoscevo l’isolamento e sapevo trovarlo anche in mezzo alle moltitudini».

Una ricerca di pace e tranquillità che non va interpretata come un elitario disprezzo verso gli altri, verso le persone normali, ma semplicemente come un’attitudine al distacco comune a tutti i grandi pensatori, vissuta con grande umiltà. Perché, tra le le altre cose, Gramsci è stato anche in grado di farci capire quanto la concezione di uomo medio possa essere relativa e mutevole all’interno della storia:

«La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo».

Se Gramsci si considerava un uomo medio, allora come dovremmo considerare la maggioranza degli individui, compreso chi scrive, che vanno a comporre la società di oggi? Chissà se, guardandoci e studiandoci, avrebbe leggermente rivisto alcuni suoi concetti. A partire da questo:

«L’uomo ha in sé stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli, da non disperare mai più e non cadere più in quegli stati d’animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo».

Per Gramsci l’ottimismo è volgare e banale. Per noi, è il profumo della vita. E ancora:

«Il mio stato d’animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà. Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l’ostacolo. Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza».

Una vera e propria lezione di vita. Ora aprite Facebook, cercate “Marco Monty Montemagno”, fenomeno sul web e dell’editoria (bestseller su Amazon col suo Codice Montemagno. Diventa imprenditore di te stesso grazie al digital): se il primo impulso sarà di dare forti testate sul monitor, allora avrete assimilato la lezione di Gramsci. Ma non disperatevi. Se ritenete che oggi la qualità artistica e culturale della nostra società proceda verso il baratro, c’è uno spunto di riflessione anche su questo:

«Io possiedo una capacità abbastanza felice di trovare un qualche lato interessante anche nella più bassa produzione intellettuale, come i romanzi d’appendice, per esempio. Se avessi la possibilità, accumulerei centinaia e migliaia di schede su alcuni argomenti di psicologia diffusa popolare».

Ora va meglio, vero? Se una testa pensante come Gramsci era in grado di trovare un lato interessante in qualsiasi cosa, forse potremmo farlo anche noi. D’altronde, ecco cosa scriveva al figlio di neanche dieci anni:

«Mi domandi, ciò che mi interessa di più. Devo rispondere che non esiste niente che “mi interessi di più”, cioè che molte cose mi interessano molto nello stesso tempo».

È evidente che essere il figlio di Gramsci non dev’essere stata un’esperienza del tutto positiva. Ma cosa ci si può aspettare da un uomo che in carcere leggeva un libro al giorno, dei più disparati argomenti, che studiava due lingue contemporaneamente, che addestrava passerotti nella cella, che si informava sul podestà di Ghilarza e su qualsiasi aspetto dello scibile umano? È un po’ come essere il figlio di Maradona – e sappiamo tutti che fine ha fatto. Anche se qualche differenza c’è. Ve l’immaginate El Pibe de Oro dire questo:

«Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza».

Studio come sforzo, noia e sofferenza. Fosse stato un insegnante, Gramsci oggi sarebbe stato licenziato in tronco, con buona pace delle conquiste sindacali. È evidente, però, quanto gli fosse cara l’educazione delle nuove generazioni. Tralasciando l’ormai inflazionato «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza…», le sue idee sono molto più attuali di quanto si pensi:

«Io ho l’impressione che le generazioni anziane hanno rinunziato a educare le generazioni giovani e che queste commettono lo stesso errore; il clamoroso fallimento delle vecchie generazioni si riproduce tale e quale nella generazione che adesso sembra dominare. Pensa un po’ a ciò che ho scritto e rifletti se non sia necessario educare gli educatori».

Educare gli educatori. Andate a dirlo al vostro insegnante del liceo. Il problema è che se nasci Antonio Gramsci, e nasci ad Ales nel 1891, con la scuola devi avere avuto un rapporto un po’ strano:

«Il sistema di scuola che io ho seguito era molto arretrato; inoltre la quasi totalità dei condiscepoli non sapeva parlare l’italiano che molto male e stentatamente e ciò mi metteva in condizioni di superiorità perché il maestro doveva tener conto della media degli allievi e il saper parlare l’italiano era già una circostanza che facilitava molte cose (la scuola era in un paese rurale e la grande maggioranza degli allievi era di origine contadina)».

Entri in una scuola sarda e già solo il saper parlare bene l’italiano fa di te un genio: le cose non sono molto cambiate rispetto ai primi anni del Novecento. Non è un caso che lo stesso Gramsci preannunci, in un modo sorprendente, un dramma tipico della società contemporanea, soprattutto sul web, cioè che tutti possono parlare di tutto:

«Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano di cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso Tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita in un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano».

Ora, non so voi, ma a me Tizio ricorda molto la mia vicina di casa che pensa di curare il cancro della madre col bicarbonato di sodio all’aloe. La lezione di Gramsci, però, va ben oltre, e ci spiega anche come peccare di presunzione e di elitarismo culturale sia un tranello nel quale era ed è molto facile cadere:

«Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio».

Per poi prendersela anche con quelli che intellettuali lo sono veramente:

«Nell’intellettuale italiano l’espressione di “umili” indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento “sufficiente” di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l’altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia o peggio ancora un rapporto da “società protettrice degli animali”, o da esercito della salute anglosassone verso i cannibali della Papuasia».

Oggi si parla tanto, in maniera ironica ma non troppo, di fallimento del suffragio universale. E ne possiamo anche parlare, certo, purché teniamo sempre bene a mente questi concetti che sono alla base delle democrazie occidentali. Rileggendo Gramsci, forse, la nostra riflessione non si fermerebbe a «gli americani votano Trump perché sono ignoranti» – e così per la Brexit et similia – ma qualcuno riuscirebbe persino ad ammettere una qualche responsabilità della classe dirigente precedente. Gramsci, insomma, ci regala acutezze assolute, che si innalzano al di là del contesto storico in cui è vissuto.

Ecco cosa dice, ad esempio, sulla questione femminile, che nei primi decenni del secolo scorso vedeva una situazione ben più tragica, ma non del tutto diversa, rispetto a quella odierna:

«Mi pare che dimentichiate che oggi nel nostro paese all’attività femminile sono fatte condizioni molto sfavorevoli fin dalle prime scuole, come per esempio l’esclusione delle giovinette da molte borse di studio. Per cui è necessario nella concorrenza che le donne abbiano qualità superiori a quelle domandate ai maschi e una maggior dose di tenacia e di perseveranza».

Insomma: lucida analisi e fredda critica della società del tempo così simile, per molti aspetti, alla nostra. E allora, la domanda è: cosa fare? La risposta è: agire. E ce lo spiega in un’altra citazione inflazionata:

«Odio gli indifferenti. Credo, come Federico Hebbel, che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

In qualsiasi modo, da tutte le parti, verso qualunque obiettivo, la risposta è sempre la stessa: agire. Parteggiare. Cambiare le cose. Ma attenzione, giovani rivoluzionari (o rottamatori):

«Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente».

Gramsci parla così della generazione precedente alla sua, ma io ho il dubbio che, se avesse conosciuto quella precedente alla nostra, forse non avrebbe detto le stesse cose. Soprattutto in un periodo come il nostro, un periodo di forte crisi. E la crisi, Gramsci, la spiega così:

«Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere».

E anche qua, avremmo da fare delle obiezioni. Perché la crisi che viviamo noi è l’esatto opposto: un momento in cui il vecchio non muore e non ha nessuna intenzione di farlo. E il nuovo non solo non sembra dover nascere ma, con ogni probabilità, deve ancora essere concepito.


 

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