La vera storia della balena spiaggiata in Sardegna (a Sorso)

Una storia incredibile: la balena sarebbe finita in Sardegna con un obiettivo ben preciso. Ecco la sua ultima lettera integrale.

Claudio Simbula

Claudio Simbula

Blogger, pubblicista, bipede.
Se c’è qualcosa che sogni di fare, comincia a farla.
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Claudio Simbula

Quello che leggerete è incredibile: è una lettera dove viene raccontata la versione reale di quanto accaduto, scritta direttamente dalla balena. Eccola qua.

Tutti hanno un sogno, o più di uno.

I vostri bambini vogliono diventare calciatori, cantanti, o rapper (auguri).

Le bambine, tutte ballerine, soubrette o star della TV (e un grande saluto all’emancipazione e a Rita Levi Montalcini).

Io, da cucciola, avevo un sogno preciso: volevo diventare Moby Dick, la balena bianca terrore dei mari, l’enorme mammifero che incute timore a tutte le imbarcazioni, l’incubo ricorrente del Capitano Achab e di tutto il suo equipaggio.

 

Moby Dick. Che grande balena.

Sino a qualche anno fa avevo anche il suo poster, appiccicato su uno dei miei scogli preferiti.

Per tutta l’infanzia ho sognato di diventare come lei, di essere lei.

I bambini indossano le maglie dei calciatori più forti, le bambine copiano il look delle cantanti preferite, io cercavo ogni giorno di diventare più bianca, magari con un bozzo candido, proprio come lei, anche se non era semplice.
Ma se non nell’aspetto, sarei stata come lei nelle mie azioni.

Nella vita non ha senso aspettare. Il nostro tempo è limitato, bisogna prendere delle scelte.
Così, io presi la mia.

 

Avrei vendicato tutti quei sardi che partivano per il continente e venivano trattati come immigrati di inizio 1900, con passaggi ponte infiniti e cari, le luci accese per non farli dormire, le sveglie traumatiche alle 5 di mattina che non sai né come cazzo ti chiami né dove ti trovi, i traumi dalla lettura delle scritte nei bagni, i caffè di merda serviti in bicchieri di plastica con un gesto che nemmeno ai cani, i pacchi di patatine a 3 euro, le birre piccole a 4 e i panini al sapore di plastica serviti freddi a 5, che dopo il primo morso vorresti morire.

 

Avrei puntato la barca, anzi, la nave che tante angosce aveva provocato, quella nave dove il cibo era terribile ma caro come in un ristorante vero, dai prezzi folli, dove per un passaggio ponte più macchine a giugno ti chiedevano 300 euro come minimo, a luglio 500, in agosto 600, dove il personale ti tratta come se fossi un fastidio e il caffè non è buono, con buona pace dei gestori napoletani.

 

L’avrei fatta pagare per le poltrone sporche, i film su Rete4, le canzoni di Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio, le coperte che puzzano, i vicini che russano e non ti fanno dormire, le cuccette piccole e scomode e tante altre cose che tanti traumi e ingiustizie avevano causato.

 

Ecco, io avrei compiuto il grande gesto, come Moby Dick.

 

Avrei abbattuto la madre di tante ingiustizie.

 

Avrei affondato il Grande Traghetto Napoletano.

 

Il piano era molto semplice: andare, puntare, diventare immortale.

Io, una comune balena, sarei entrata nella storia. Avrei fatto qualcosa di incredibile e indimenticabile.

 

Così, cominciai a girovagare per il piccolo grande mare che voi chiamate Mar Mediterraneo. Ci vollero 7 lunghi giorni, passati a nutrirmi di plancton locale, che nemmeno è questa gran cosa, lasciatemelo dire, sinché la vidi.

 

Eccolo, il Grande Traghetto Napoletano.

Cominciai a dirigermi verso di lei, prendendo velocità. Sarei stata come la mia eroina. Sarei stata come Moby Dick, per vendicare tutti i soprusi verso gli abitanti di questa simpatica isola, dove tutti sono gentili, rustici e ospitali.

 

Avrei sferrato un colpo potentissimo, e poi via, a raccontare tutto ad amici e parenti.

Mi avvicinai a grande velocità. Ero al massimo delle mie forze. La ricordavo più piccola, la stronza. Da lontano pensavo fosse un effetto della prospettiva, ma ormai era deciso. Aumentai la velocità, pronta ad andare con tutta la mia forza, e… SBANG!

 

In un momento, il buio. Nessun frammento, nessuna falla, nessun urlo di dolore.

 

Mi ritrovai a galleggiare in superficie, con un dolore fortissimo in tutto il corpo e e i sensi che mi abbandonavano.

Non doveva andare così.

Avevo perso.

 

Passai i due giorni successivi in balia delle onde, sinché all’orizzonte vidi due ciminiere, e un grande lido.

Non volevo crederci.

 

Io, che volevo essere una balena immortale, avrei concluso la mia esistenza nel Lido di Platamona. Per giunta, sulla spiaggia di Sorso, quel paese abitato dai sussinchi, una curiosa popolazione locale famosa per parlare un dialetto sconosciuto al resto del mondo e per altre strane tradizioni locali.

 

La marea mi portò sulla spiaggia. Io, in tutta la mia imponenza, stavo lì, di fronte allo stabilimento del Sesto Pettine, mentre attorno a me arrivavano centinaia, migliaia di curiosi.

Tutti a venire vicino, tutti a fare foto, a scattare selfie, a dire cose strane, in quella lingua che li caratterizza. Tutti tristi, a parte il gestore del bar: lui era felice, che tanta gente tutta insieme non l’aveva mai vista, nemmeno d’estate, nemmeno a Ferragosto.

 

E così, finisce la mia storia. In mezzo ai sussinchi, in mezzo ai sardi che avrei voluto vendicare. Per vendicarvi, cari amici, dovrete pensarci da soli.

Io non sono riuscita ad affondare il Grande Traghetto Napoletano.

Però, con tutte queste foto, selfie, dirette, video con fotocamere, video con droni, mi sa che in una cosa sono riuscita. Mi conoscono tutti, sono venuti da tutta la Sardegna, mi volevano così bene e volevano vedermi in così tanti che mi hanno tenuto qua per più di due mesi, aspettando che il mare mi scarnificasse e decomponesse, pur di non muovere un dito per spostarmi. 18 enti, 18, si chiedono da settimane cosa fare di me. Un piccolo record.

Insomma, ho lasciato il segno. Si parla anche di tenere il mio scheletro in un museo, o da qualche altra parte. Non a Sorso, spero, ma va bè, è giusto una mia osservazione.

 

Una cosa è certa: con tutto questo parlare, con tutto questo agitarsi, mi sa che ci riuscirò davvero, a diventare immortale.

 

Vostra per sempre, la balena spiaggiata a Sorso, aspirante Moby Dick.


 

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