La battaglia della Maddalena, un atto di Resistenza in Sardegna

Una storia di ribellione, di coraggio e di valore, che andrebbe considerata, a tutti gli effetti, uno dei primissimi atti della Resistenza italiana.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
Ignazio Caruso

Latest posts by Ignazio Caruso (see all)


In Sardegna tutto è diverso. Anche la Resistenza. Sebbene siano stati tanti i sardi ad aver combattuto tra le fila partigiane nell’Italia centro-settentrionale – e le loro storie non siano mai sufficientemente raccontate –, l’isola, a causa della sua particolare situazione, dall’8 settembre 1943 in poi, al netto dei bombardamenti alleati su alcune città come Cagliari e Alghero, non fu più teatro di guerra. C’è un episodio, però, raccontato magistralmente da Manlio Brigaglia, che spesso sfugge anche ai più attenti osservatori del passato; una storia di ribellione, di coraggio e di valore, che andrebbe considerato, a tutti gli effetti, uno dei primissimi atti della Resistenza italiana: la Battaglia della Maddalena.

Nei giorni in cui Badoglio annuncia l’armistizio con le forze alleate, il generale Antonio Basso, capo del governo civile e militare della Sardegna, ha ricevuto l’ordine di tenersi pronto nel caso in cui i tedeschi, diventati nemici da un giorno all’altro, cerchino di intraprendere atti di ostilità armata contro gli italiani. La situazione sull’isola, all’indomani dell’armistizio, è questa: agli ordini di Basso ci sono oltre 130mila italiani – 5mila ufficiali e 127mila soldati –, mentre la Wehrmacht può contare su 25mila uomini stanziati nella parte meridionale al comando del generale Carl Hans Lungerhausen.

Messa così, sembrerebbe non esserci partita: ogni tedesco dovrebbe vedersela con cinque italiani. Il problema è che gli italiani non hanno né armi né vestiti, e in più convivono da mesi con fame e malaria; la Panzergrenadiere “Sardinien”, invece, è stata rafforzata durante l’estate con circa duecento carri, fra i quali una trentina di temibili Tigre; in più i soldati indossano ancora le resistenti divise mimetiche degli Africa Krops, conservate dalle recenti avventure in nord Africa.

I due comandanti, Basso e Lungerhausen, hanno un buon rapporto. Poco tempo prima, il generale tedesco ha consegnato al collega italiano la croce di ferro al merito. Nonostante Basso abbia ricevuto l’ordine di «far fuori i tedeschi» presenti in Sardegna, i due stringono un patto: quando Lungershausen comunica al suo collega italiano di aver ricevuto l’ordine di lasciare l’isola per raggiungere l’Italia settentrionale passando per la Corsica, Basso gli assicura che le truppe italiane non ostacoleranno la sua partenza.

Così la Panzergrenadiere “Sardinien”, insieme alla divisione dei paracadutisti italiani “Nembo” che ha preferito continuare a combattere al loro fianco – il colonnello Bechi Luserna verrà ucciso nel tentativo di convincerli a desistere –, si mette in marcia dal sud dell’isola verso i porti della Gallura. Il clima, però, non è affatto tranquillo e non manca qualche incidente di percorso. Il primo vicino a Baressa, a circa quaranta chilometri da Oristano: in un scontro tra militari e cittadini viene ucciso un ragazzo di diciassette anni; il secondo, più conosciuto, in un posto di blocco nei pressi del Ponte Mannu, sul Tirso: gli italiani al comando del tenente colonnello Sardus Fontana cercano di impedire il passaggio dei tedeschi. Perde la vita il sergente maggiore Fulvio Bavaro, biellese, 28 anni.

Nel frattempo, Basso comunica al Comando supremo di essere pronto ad attaccare il «nemico» non prima di otto giorni, tempo sufficiente, guarda caso, agli uomini di Lungershausen per abbandonare l’isola. Nonostante questo, per assicurarsi un tranquillo passaggio in Corsica, il mattino del 9 settembre i tedeschi occupano La Maddalena – importante base navale – e catturano, in tutta tranquillità, gli ufficiali e gli ammiragli, durante un pranzo.

Nella base vige il più assoluto disordine: i tedeschi hanno occupato i punti nevralgici di comando e gli ufficiali italiani sono tenuti sotto scacco. Dopo alcuni giorni di sbandamento, però, avviene qualcosa di inaspettato. Il comandante Carlo Avegno e il suo braccio destro, l’ufficiale Rinaldo Veronesi, raccolgono attorno a sé un manipolo di coraggiosi: civili, un centinaio di marinai, soldati e carabinieri della Stazione Marina, quasi tutti sardi, agli ordini del maresciallo Antonio Ledda.

La mattina del 13 settembre, intorno 9,30, parte l’attacco al presidio tedesco nel tentativo di riprendere il controllo della base e liberare gli ufficiali. La battaglia durerà cinque ore. Alla fine, i tedeschi chiederanno il cessate il fuoco, con l’impegno di liberare i prigionieri. La conta dei caduti, però, sarà amara: 24 italiani e 8 tedeschi. Lo stesso capitano Avegno perderà la vita. Gli sarà conferita la medaglia d’oro alla memoria. Con lui anche il carabiniere Giovanni Cotza, di Muravera, Giovanni Serra, caporale, di Aggius, e Vittorio Murgia, caporalmaggiore, di Cagliari.

«Questa giornata – scrive in un memoriale Giommaria Dettori, ufficiale medico sardo che partecipò alla battaglia – assunse la fisionomia non di uno scontro contro soldati, ma quella di una battaglia tra dei soldati e dei gruppi di insorti, tanto la condotta finì per polarizzarsi sulla buona volontà e sull’entusiasmo dei singoli in contrasto con la perfetta inquadratura delle truppe tedesche».

Il giorno dopo, Basso e Lungerhausen pranzeranno insieme a Tempio, per ribadire i loro accordi. Il 15 settembre, l’ultimo soldato tedesco si imbarcherà per la Corsica. In tutta tranquillità.


Commenta

commenti