Belinelli campione Nba: la favola di Rocky che dà speranza al nostro Gigi

Belinelli campione Nba: la favola di Rocky che dà speranza al nostro Gigi

A distanza di giorni abbiamo ancora negli occhi le lacrime del Beli dopo la conquista dell’anello Nba, primo italiano nella storia del basket. Un'impresa che servirà ai più giovani e magari anche al nostro Gigi Datome.

Andrea Lorettu

Andrea Lorettu

Laureato in Scienze della Comunicazione che cerca di ambientarsi nella giungla della società moderna.
Ho avuto piccole esperienze di collaborazione con testate on-line e dalla mia tesi dal titolo "La stampa italiana e Tangentopoli" si evince la mia grande passione per la politica e i media.
La mia terza grande passione, lo sport, l'ho coltivata attraverso l'attività di allenatore di calcio nel settore giovanile.
Andrea Lorettu

 “Rocky! Rocky! Rocky!”. Era il 28 Dicembre 2008 a Oakland in California. Siamo all’Oracle Arena, stadio dei Golden State Warriors e il pubblico è in delirio per un ragazzo di San Giovanni in Persiceto che ha deliziato la platea segnando ben 23 punti. Il soprannome Rocky deriva dalla sua somiglianza a Silvester Stallone ma vedendo tutta la sua carriera Nba potrebbe assumere un significato più profondo: il ragazzo in questione ha sopportato panchine, umiliazioni e tante critiche; da vero pugile ha saputo incassare e ingoiare tanti rospi, nonostante tutto è riuscito ad emergere e con il tricolore sulle spalle ha potuto dire al mondo: “Alla fine ho vinto”. Ovviamente si tratta di Marco Belinelli, primo italiano a vincere un titolo Nba. Ettore Messina, uno degli allenatori più vincenti della storia del basket europeo, l’ha definito un “fuoriclasse di perseveranza”; sì perchè la  scalata di Rocky in Nba è un esempio di sofferenza, sacrificio e rinascita.

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Belinelli dopo esser stato scelto dai Golden State Warriors nel 2007.

 

La storia di Belinelli inizia il 28 giugno 2007 venendo selezionato dai Golden State Warriors come 18ª scelta assoluta del draft, quell’anno primo tra gli europei. Le aspettative su di lui erano tante, gli americani rimasero impressionati dai 25 punti segnati da Marco contro gli Stati Uniti ai Mondiali in Giappone del 2006, compreso l’atto di lesa maestà della schiacciata a due mani di fronte alla stella Carmelo Anthony, costretto al fallo. I due anni a Oakland sono stati molto duri: coach Don Nelson gli dà poco minutaggio, Marco fatica a trovare spazio e, a parte qualche exploit come quello del 28 dicembre, non lascerà il segno. Nell’estate del 2009 verrà ceduto ai Toronto Raptors raggiungendo l’altro italiano Andrea Bargnani, in quel periodo decisamente più affermato rispetto al compagno di nazionale. La piccola colonia tricolore nel Canada non gli gioverà e, nonostante l’aumento del proprio minutaggio, non riesce a convincere a pieno sprofondando via via ai margini della squadra. Belinelli soffre questa situazione, l’Nba tanto sognata sembra non considerarlo come lui vorrebbe e le critiche, anche dall’Italia, iniziano a diventare assordanti: gli dicono di tornare in Europa, che l’Nba non fa per lui, di accettare le offerte dalla Grecia e dalla Russia, di abbandonare il suo sogno. Ma come già detto Rocky è uno che sa incassare, prende nota e va dritto per la sua strada; sa quello che vuole e al momento opportuno si ricorderà anche di loro.

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Belinelli e Bargnani ai Toronto Raptors.

 

L’anno successivo avrà l’occasione giusta che tanto aspettava: i New Orleans Hornets gli offrono un posto da titolare e la possibilità di giocare fianco a fianco con uno dei migliori interpreti del gioco: Chris Paul. Giocherà due stagioni in Louisiana: nel suo primo anno raggiungerà i playoff aiutando concretamente la squadra e migliorando minutaggio e statistiche, nel secondo si confermerà a livello individuale ma non a livello di risultati; la franchigia, complici le tante cessioni, arriverà ultima nella Eastern Conference. Marco nel frattempo inizia a costruirsi una certa credibilità nell’ambiente Nba: è un giocatore affidabile, con buona tecnica e ottima intelligenza tattica, caratteristiche che non passeranno inosservate ai Chicago Bulls che lo firmano per la stagione 2012-2013.

L’inizio non è dei più semplici, coach Thibodeau non gli concede molti minuti perché nel suo sistema di gioco la difesa è fondamentale e l’ex Hornets è sempre stato un grande tiratore ma non un difensore eccelso. Marco quindi lavora su stesso, migliora la sua difesa e nel mese di dicembre arriveranno i frutti, infatti Belinelli si trasformerà in Clutchinelli: “to be clutch” nel basket significa giocare bene nei momenti decisivi, ovvero quando c’è da segnare il canestro della vittoria a pochi secondi dalla fine. La squadra sa che nelle partite in bilico potrà affidarsi a lui e Clutchinelli risponderà presente: contro Brooklyn, Boston, Utah e Detroit timbrerà il canestro della vittoria coronando un mese d’oro da 14,1 punti di media.  L’apoteosi sarà gara 7 dei playoff contro i Brooklyn Nets dove segnerà 24 punti prendendo per mano i Chicago Bulls portandoli al turno successivo. Questa partita è famosa anche per la sua esultanza in cui con un gesto eloquente sottolinea di avere dei “grossi attributi”. I Bulls verranno eliminati da Miami nelle semifinali di Conference e nella testa di Marco inizia ad insinuarsi un’idea malsana: vincere l’anello.

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Belinelli nella discussa esultanza che gli costò 25 mila dollari di multa da parte dell’Nba.

 

L’occasione arriva nell’estate 2013: coach Popovich, allenatore dei San Antonio Spurs, lo vuole per ritentare la caccia all’anello sfuggito l’anno prima. Negli Spurs ha la possibilità di inserirsi in un sistema vincente dove tutti sono utili e nessuno è indispensabile, giro palla veloce alla ricerca del tiro facile senza essere condizionati dalla giocata della star, insomma l’habitat naturale per un “normale”(Buffa cit.) del gioco come Marco, ovvero non un fenomeno dalle giocate spettacolari ma un giocatore affidabile che quando serve c’è. Ma ci sarà spazio anche per la gloria personale: il 15 febbraio vince la gara dei tiri da tre nell’All Star Game 2014. Nonostante fosse una semplice gara di pura tecnica individuale ricordo l’emozione di quella notte (erano le due/tre del mattino): l’esclamazione di Flavio Tranquillo “È caldo come una stufa” nel momento di maggior ritmo del Beli esaltò i tanti appassionati che rinunciarono alle tentazioni del sabato sera decidendo di supportare l’italiano che cerca di conquistare l’Nba. Marco farà poi un’ottima stagione regolare e anche nelle Finals contro gli Heat lascerà la sua firma, seppur non giocando tantissimo, segnando una tripla nel finale di gara 3.

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La gara del tiro da tre dell’ All Star Game 2014.

 

Si arriva così all’intervista in cui Rocky urla al mondo che è campione Nba, ricordandosi di chi gli è stato vicino ma anche di chi lo criticava e non ha creduto in lui, perchè anche grazie a loro ha raccolto le motivazioni per raggiungere quello che non è mai riuscito a nessuno. Vedendo quell’intervista mi è venuto in mente un altro italiano che in questo momento sta passando un po’ quello che ha passato Belinelli: Gigi Datome, primo sardo a calpestare un parquet Nba. In questo momento il giocatore cresciuto nelle giovanili della Santa Croce di Olbia, anche lui ottimo tiratore, è nel roster dei Detroit Pistons dove però non è riuscito a ritagliarsi il suo spazio collezionando tante panchine e pochissimi minuti di gioco. La mia speranza è che la storia del Beli possa essere d’ispirazione non solo al nostro Gigi, ma anche a tanti ragazzi che sognano l’Nba con la speranza di pronunciare anche loro, con il tricolore sulle spalle, quelle quattro parole che tanto ci hanno fatto emozionare: “Alla fine ho vinto”.

 

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Marco si gode il suo trionfo.

 


 

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