Buon Sa Die de Sa Sardigna, il giorno della Sardegna libera. Forse.

Oggi si festeggia il 28 aprile 1794, giorno in cui il viceré piemontese e i suoi funzionari vennero cacciati dalla Sardegna. Ecco cos'è successo, in breve. E perché sarebbe bene che ogni giorno fosse Sa Die de sa Sardigna.

Claudio Simbula

Claudio Simbula

Blogger, pubblicista, bipede.
Se c’è qualcosa che sogni di fare, comincia a farla.
Facebook: Claudio Simbula | Instagram: @sigla
http://claudiosimbula.com/
Claudio Simbula

28 aprile, Sa Die de sa Sardigna. In questa giornata si ricordano i moti del 1794, una delle rare alzate di testa plurali della popolazione sarda.

Ma cosa accadde quel lontano 28 aprile? Ricordiamolo brevemente.

 

La Sardegna, dopo anni di sovranità spagnola e austriaca, era passata sotto il Regno di Savoia per una dominazione che sarebbe durata dal 1720 al 1861.

L’isola era un melting pot di lingue, usi e costumi. La classe dominante sarda si esprimeva in spagnolo e catalano – ad Alghero ne sappiamo qualcosa-, il popolo usava le lingue locali (sardo e le sue varianti), i Savoia parlavano quasi sempre in francese nonostante il Regno di Savoia stesso avesse dichiarato l’italiano come lingua ufficiale (sebbene non venisse usato da nessuno).

I primi decenni del dominio sabaudo furono caratterizzati da un totale immobilismo. L’isola veniva lasciata alla sua condizione feudale, mantenendo gli equilibri preesistenti. I Savoia probabilmente aspettavano l’occasione propizia per “girare” la Sardegna a un altro sovrano, con l’idea di scambiarla con una terra più preziosa, meno isolata e abitata da genti di indole più mite.

Durante la seconda metà del 1700, i regnanti decisero di prendere meglio in mano la situazione con una ristrutturazione amministrativa, gestita in particolare da Giovanni Battista Lorenzo Bogino (ministro per la Sardegna dal 1759 al 1773). Si mise mano all’apparato pubblico, al commercio, alle istituzioni educative. La questione della lingua divenne centrale: si lavorò alla promozione del toscano letterario, anticamera dell’italiano attuale, con la promozione tra le altre cose delle Università sarde, Cagliari e Sassari. I risultati non furono concreti, o meglio non ci furono. Aristocratici e intellighenzia, di madrelingua e cultura iberica, non mollarono l’educazione e i costumi originali, mentre i “locals” continuarono a esprimersi in sardo.

 

Non era mica semplice cambiare la testa dei sardi, e i Savoia cominciavano a capirlo.

 

Stemma regno di sardegna e savoia

Stemma Regno di Sardegna e Savoia

 

La ristrutturazione riguardò anche il credito agrario e le autonomie locali: la direzione data dai Savoia prevedeva un accentramento dei poteri verso il Piemonte, ma l’effetto di queste “riforme” provocò più malcontenti e malumori che esiti positivi.

 

I sardi non volevano saperne di essere dominati, ancora.

Nel 1792-93 accadde qualcosa di ancora più importante. La Francia rivoluzionaria, con l’idea di contrastare l’Inghilterra nel Mediterraneo occidentale, cercò di attaccare e occupare la Sardegna. I Savoia non avevano un vero esercito sull’isola. Il pericolo della caduta in mani francesi era concreto.

Di là, un evento inaspettato. Aristocratici sardi, borghesia e clero si riunirono per respingere l’invasione, finanziando e mettendo in pieni una resistenza che riuscì a tenere testa ai francesi e scacciarli. Furono particolarmente importanti le battaglie di Quartu Sant’Elena, nel febbraio 1793, e della Maddalena, dove l’avanzata dei francesi veniva condotta da un certo giovanissimo Napoleone Bonaparte, tornato a casa con un pugno di mosche.

La Francia era sconfitta. Niente dominio parigino, niente alimentazione a base di lumache e rane al posto del porcheddu.

Una volta portato a casa il risultato, i rappresentanti di nobiltà, clero e città sarde inviarono a Vittorio Amedeo III, Re di Savoia e del Regno di Sardegna, una petizione con cinque richieste per difendere lo status quo locale e i diritti dei residenti.

Re Vittorio Amedeo III prese le richieste, le lesse con solennità e rispose più o meno così: Sticazzi.

In più, nei giorni seguenti la richiesta, gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor vennero arrestati dai funzionari del Regno di Savoia, in quanto supporter di queste assurde pretese.

L’arresto fu la scintilla che accese la rivolta. Il malcontento e i malumori dei sardi esplosero. D’altra parte, si erano fatti ammazzare per respingere i francesi, di fronte all’inerzia totale dei Savoia, e ora venivano trattati a pesci in faccia (cosa che poi, nel corso dei secoli, sarebbe diventata l’abitudine, senza però dar luogo ad altre sommosse popolari).

Il 28 aprile 1794, un moto di ribellione nato tra i notabili e il popolo cagliaritano (aristocrazia+popolino) emerse in tutta la sua forza. Il viceré piemontese Balbiano e tutti i Piemontesi vennero presi, imbarcati con la forza e rispediti nella loro regione.

 

Ajò, andate a fare i regnanti a casa vostra.

Il giorno di questa ribellione viene celebrato ancora oggi come Sa Die de Sa Sardigna, un giorno di libertà.

Che poi, subito dopo non è che la Sardegna sia stata liberata. Seguì un periodo di non governo, lotte intestine, campanilismi diffuso tra paesi, campanilismo totale tra Sassari e Cagliari, restaurazione dei Savoia (che mica erano scomparsi) e molto altro (non proprio positivo, per l’isola).

Ma la gloria di quella giornata dura sino a oggi.

Questo è un resoconto breve, non c’è alcuna volontà di scrivere un trattato storico. Ci sarebbero molti aspetti da approfondire, ma richiederebbero la stesura di un documento molto più complesso di questo post.

Però, voglio fare una domanda: cosa è cambiato, rispetto a quando la Sardegna veniva dominata dai Savoia?

Per trovare una risposta realistica e tagliente, riprendo le parole di un brillante attore e autore teatrale, Michele Vargiu:

«Siamo nel 2015 e i funzionari sabaudi non ci sono più. In compenso abbiamo i “baüscia” e i “maranza” milanesi che affollano la Costa Smeralda, improbabili cercatori di petrolio che inquinano la nostra terra, emiri arabi che ogni tanto si comprano un golfo a loro scelta e funzionari del governo che ad ogni piè sospinto minacciano di usare una delle isole più belle del mediterraneo come portaerei, discarica di rifiuti, deposito per la conservazione di scorie nucleari. Ecco, sono passati secoli, ma qualcosa mi dice che nel 1794 eravamo un popolo più sveglio

Sante parole.

Nel mio piccolo, propongo un rilancio: facciamo che OGNI GIORNO diventi Sa Die de Sa Sardigna, per celebrare, proteggere e valorizzare la nostra terra.

Troviamo un momento da dedicare quotidianamente all’isola, ma soprattutto a noi.

Che l’isola, alla fine, è una semplice categoria. Hai voglia a celebrarla: la Sardegna da sola non pensa a te, non ti aiuta. Non muoverà un sasso per te, non sarà un panorama mozzafiato o un tramonto sul mare a cambiare le cose.

Sei tu che devi aiutarla, la Sardegna, per aiutare te stesso.

A tutti quelli che tengono davvero a quest’isola, e ci vivono e continueranno a farlo, e vogliono il bene per “lei” e quindi per se stessi: datevi da fare, diamoci da fare.

 

Che i quattro mori non si schiodano ad aiutare nessuno: i quattro mori, siamo noi.

Auguri alla nostra isola, auguri a noi.


Commenta

commenti