Catalans a l’Alguer

Quando un algherese dice: «Mira, un català», a cosa allude? Il paradosso kafkiano del dialetto di Alghero.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Una volta – avrò avuto cinque anni, era un giorno caldo, di giugno, ad Alghero – chiesi a mia madre di andare a comprare una coppetta cioccolato e panna in una gelateria del centro.  Lei mi rispose, come spesso faceva, in algherese. Mi disse così: Tu sés maccu, y son los catalans. Sulle prime, non capii. Del resto, le motivazioni per non comprare un gelato erano sempre delle più varie – anche perché io volevo sempre il gelato. Ma cosa le avevano fatto i catalani? Perché non li voleva incontrare? Nel corso della mia infanzia sentii quella parola in altre occasioni: és ple de catalans, qui aschiffu los catalans, avem cumprat lu DDT per los catalans…insomma, sempre espressioni non molto piacevoli, finché un giorno sentii mia zia urlare perché aveva trovato un català morto in cortile. Corsi a esaminare il cadavere e, devo ammetterlo, rimasi deluso: di fronte a me giaceva esanime a pancia in su, con le zampette che ancora ogni tanto si muovevano, un misero scarafaggio. Un català.

Ma come? Ma non eravamo mezzi catalani, noi algheresi? E i catalani non erano nostri fratelli? E chiamiamo gli scarafaggi catalans? Quindi noi algheresi saremmo mezzi scarafaggi? Qualcosa non quadra.

Ancora oggi, infatti, Alghero vanta una “storica fratellanza” con la Catalogna in virtù di una lingua e di una cultura che, in qualche modo, hanno subito maggiormente gli effetti della dominazione aragonese e poi spagnola rispetto al resto della Sardegna. Nei giorni precedenti e successivi al referendum del primo ottobre, ad esempio, questo legame è stato più volte affermato, sia dalle istituzioni, sia dagli algheresi stessi, che sui social hanno spesso espresso solidarietà nei confronti dei “fratelli catalani”.

Sarebbe bello vedere la faccia di Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, nel sentire uno degli ormai pochissimi (circa 8mila) parlanti algherese urlare mira, un català!, salvo poi accorgersi che non stava indicando lui, ma una blatta orientalis appena uscita da un tombino. Nella più ottimistica delle ipotesi, si sentirebbe come Gregor Samsa, protagonista de La metamorfosi di Kafka.

Ma veniamo al dunque: perché, in algherese, scarafaggio si dice català?

La risposta, come spesso accade nella linguistica, non è del tutto certa. L’ipotesi più probabile è quella spiegata da Giovanni Fiori, studioso di linguistica sarda, nel Diccionari de Alguerés:

«La parola potrebbe essere uno dei tanti prestiti entrati nell’algherese dal sassarese o dal logudorese (caddarana, caddalanu). Il nucleo originale della presenza catalana in città, infatti, è stato quasi totalmente distrutto dalla peste alla fine del Cinquecento e Alghero è stata costretta aprire le porte ai logudoresi. Questo ha, per forza di cose, influito sulla cultura – e quindi sulla parlata – algherese, portando in città nuovi metodi di lavoro e una diversa visione della realtà, entrambi appartenenti al resto della Sardegna. La mescolanza di quest’ultimi al sostrato catalano è diventata, appunto, “algherese”: una cultura assolutamente peculiare».

È evidente, quindi, che nel momento in cui la parola è arrivata ad Alghero, la reputazione dei catalani in Sardegna non doveva essere delle migliori. Come spiega infatti Max Leopold Wagner, etnologo e glottologo tedesco considerato il maggior studioso della linguistica sarda, «questi insetti schifosi prendono in molte lingue i nomi di popolazioni antipatiche ai parlanti: nel veneto o nel Friuli si chiamano “schiavo” o “slavo”, in Russia li chiamano “prussiani”», a Firenze senesi e così via…

Inoltre, sempre secondo Giovanni Fiori, «potrebbe anche trattarsi di un passato semantico dovuto alla dominazione spagnola entrata dopo quella catalana. In entrambi i casi, a livello popolare, si era completamente dimenticata l’origine catalana della città e del dialetto; ancora oggi, per molte persone anziane o poco scolarizzate, il català è solo ed esclusivamente l’insetto». Quando, infatti, nel 1960 avviene il retrobament – epico viaggio in mare di circa 150 catalani che segna appunto il “reincontro” tra la Catalogna e Alghero – tra le vie del centro storico, lungo il porto, nelle case, in tutta la città si sente dire, appunto: «Son arribats los espanyols».

Insomma, come spesso accade, all’interno delle parole è racchiuso più di un significato. Il fatto che molte parlate sarde, tra cui anche l’algherese, rivelino la non accettazione, da parte di una fetta di popolazione e in un determinato periodo storico, della presenza catalana sull’isola, può servire a ricordarci il fatto che i catalano-aragonesi siano stati, né più né meno, dei dominatori, come ce ne sono stati tanti: in Sardegna, in Europa, nel Mondo e forse anche nell’Universo.

Del resto, la “catalanità” di Alghero nasce proprio da un atto di violenza, quello attuato da Pietro IV di Aragona, detto Pere el cerimoniòs, che nel 1354, conquistata finalmente e a caro prezzo la città, decise di cacciare la popolazione sardo-ligure e di sostituirla con coloni catalani.

Ma la storia è fatta anche, e soprattutto, di guerre e violenze, di dominatori e di dominati, di re e di popoli, di culture egemoni e subalterne. E come scriveva Ugo Foscolo nelle Ultime Lettere di Jacopo Ortis:

«Tutte le nazioni hanno le loro età. Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La terra è una foresta di belve».


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