Catalogna: le ragioni della rabbia e della rivoluzione

Le immagini del 1° ottobre a Barcellona sono ancora nei nostri occhi, insieme a tante domande. Su tutte, una: che sta succedendo in Catalogna?

Claudio Simbula

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Il tema è complesso, ci sono tante ragioni, tanti interessi e tante variabili e nessuno sembra avere la verità in tasca. Per avere più informazioni e cercare di capire meglio la situazione sono andato a trovare Joan Adell Pitarch, Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia, in quella che è l’unica diramazione della Generalitat de Catalunya nello stato italiano. Insieme a lui ho avuto l’opportunità di parlare anche con Thomas Harrington, Professore di lingue del Trinity College (Connecticut) ed esperto di storia e cultura della Spagna e del Mediterraneo.

Due professori universitari, entrambi profondi conoscitori della storia e della situazione attuale. Ed entrambi catalanisti, ovvero dalla parte della Catalogna. Ecco cosa ci siamo detti, e qual è la loro opinione.

 

Buongiorno Joan, buongiorno Professor Thom Harrington. Dunque, che sta succedendo in Catalogna?

Joan: Quello che sta succedendo in Catalogna credo sia una rivoluzione democratica del XXI secolo. La gente vuole dare la sua opinione, vuole decidere quale sia il futuro politico del proprio territorio, e si trova all’interno di uno stato che pensa che invece questa opinione non possa essere espressa, non si debba chiedere di parlare del rapporto tra i diversi territori. Per questo è una rivoluzione, una rivoluzione democratica, non violenta, che vuole mostrare al mondo la dignità del popolo catalano.
Come si è arrivati al referendum del 1 ottobre, e alla sua negazione da parte della Spagna? Intendo: come si è arrivati a chiedere l’indipendenza della Catalogna?

Joan: Il discorso è molto lungo. Si può partire dall’affermazione dello statuto dell’autonomia della Catalunya (2006), uno statuto che poteva essere migliorato, ma per lo meno è stato votato. Prima dal Parlamento Catalano, poi al Parlamento Spagnolo, che lo ha ridotto, per poi essere nuovamente votato e approvato dal Parlamento Catalano.

Nel 2010, il Partido Popular (PP, partito del premier spagnolo Rajoy) ha impugnato lo Statuto di fronte al Tribunale Costituzionale spagnolo, che ha deciso di rivederlo e limitarlo in molte parti.

Quello che si deve sapere è che in Spagna ci sono diverse comunità autonome che hanno articoli del proprio statuto identici a quelli dello statuto Catalano, e che non sono mai stati impugnati di fronte al Tribunale Costituzionale. Nel senso: questa è stata una strategia del Partido Popular contro la Catalogna, mentre nei confronti delle altre autonomie e comunità spagnole non è stato fatto nulla.

Nel suo esame, il Tribunale Costituzionale ha detto che alcuni articoli non andavano bene, non potevano essere accettati. Così, lo Statuto Catalano è stato “rivisto” dal Tribunale stesso: ma il Tribunale non ha mai chiesto l’opinione del popolo, in merito alle sue scelte. Per questo, ora noi abbiamo uno Statuto dell’Autonomia che non è del popolo, è del Tribunale Costituzionale.

Questa è la prima fase. Da qui è nata una prima grande manifestazione contro una politica che arriva da Madrid, che non si interessa alle idee del popolo catalano ma usa tribunali e leggi per imporre una logica, una politica.

Dopo questo Artur Màs – presidente della Generalitat de Catalunya dal 2010 al 2016, nda- ha chiesto al Presidente del Governo Spagnolo un dialogo che comprendesse la possibilità di pensare un nuovo patto fiscale con la Spagna, dicendo semplicemente: “Noi non siamo contenti del rapporto fiscale che abbiamo con il governo centrale, soprattutto ora, in un momento di crisi economica: vorremmo ridiscuterlo, parliamone”. Ma la risposta dal Governo Spagnolo è sempre stata “No”. Abbiamo fatto diverse proposte, per avviare delle commissioni e degli studi, e la risposta è sempre stata “No”.

In seguito, il presidente ha deciso di coinvolgere il popolo, chiedendo una consultazione a proposito dell’indipendenza (il Procés de participaciò ciudadana sobre el futur politic de Catalogna, 2014, da cui è nata una grande manifestazione con milioni di persone a Barcellona).

 

Thomas Harrington: A questo proposito, aggiungerei due cose.

Per prima cosa, mi ricollegherei agli anni ’90, quando in Spagna ci fu la famosa Transizione per la Democrazia, da cui doveva nascere uno Stato delle Autonomie. Si partiva dalla Costituzione del 1978, una Costituzione decisa “ai minimi”, disegnata per evitare dei conflitti. Durante due decadi, sino al 96 (tra il 78 e il 96, nda), non ci furono problemi o conflitti. Nel 1996, un uomo che si chiamava (e si chiama) Josè Aznar, che è figlio di un importante franchista, decise che era giunto il momento di fermare lo Stato delle Autonomie, con l’idea di limitarlo e fermarne la concezione, minimizzando l’idea di Stato delle Autonomie e imponendo il concetto che la Spagna è principalmente Castiglia, cioè Madrid, ed è questa regione il vero motore della Spagna.

Questa visione concepisce la Spagna come un paese dove sì, ci sono anche altre culture, ma sono chiaramente subordinate a Madrid, alla Castiglia, e che in fondo siamo tutti “Castillanos con sabores extra” (castigliani con sapori extra), un’idea che violava la volontà alla base dello spirito di negoziazioni che animava venti anni di transizione e progresso di Spagna democratica.

Seconda cosa, molto importante: il Tribunale costituzionale, a cui venne chiesto di pronunciarsi sullo Statuto Costituzionale, era assolutamente corrotto. Era stato corrotto per arrivare a questa decisione, e i politici del Partido Popular si vantavano pubblicamente di questo fatto, dicendo che “Il Tribunale farà la cosa giusta, prenderà la scelta giusta”. La cosa giusta era intervenire su importanti parti dello Statuto. Questa è una intromissione di un corpo giuridico corrotto, apertamente manipolato da un partito politico. Questo è molto grave, e ora sta accadendo questo: i catalani dicono “Abbiamo giocato secondo le regole, dal 1978 abbiamo scelto di confrontarci con questo progetto, ma ora non abbiamo un interlocutore. Perché non possiamo confrontarci sulle nostre richieste? Perché non abbiamo un interlocutore?” E questo interlocutore ancora non arriva. Così si è persa la buona fede, e la minoranza independentista ha avuto questa escalation. Questo succede perché i catalani si sentono presi in giro.

In più, va sottolineato che la tanto richiesta autonomia fiscale della Catalogna è già stata riconosciuta ad altre comunità in Spagna, come quella dei paesi baschi, ed invece stata negata alla Catalogna. Una regione che comunque contribuisce ogni giorni finanziariamente alla tenuta dello stato spagnolo, ma allo stesso tempo lo rispetta, e non vuole lo scontro. Non lo ha mai cercato. I baschi si sono confrontati con la Spagna in maniera differente, e alla fine ricevettero un’autonomia fiscale. I catalani non hanno mai voluto arrivare a doversi organizzare e usare la forza, rovinando il processo di Transizione Democratica avviato nel 1978. Hanno preferito cercare sempre il dialogo che però ora viene negato. Da qui, la reazione sfociata nel referendum del 1° ottobre. E quando i catalani chiedevano di poter discutere dell’autonomia fiscale, il governo spagnolo ha sempre detto: “Non c’è niente di cui parlare”.

 

Ecco, parliamo proprio dell’aspetto economico. A proposito della richiesta d’indipendenza della Catalogna, tante persone dicono “Si, è giusto perché loro hanno una cultura e una storia come popolo, come nazione”, altri dicono “Si, loro vogliono gestire in maniera più autonoma la grande ricchezza che producono, è un modo per arrivare a tenersi più soldi”. Quale è, secondo voi, la ragione concreta?

Thomas: Vorrei rispondere io. Io la chiamo “l’ombra della Lega Nord”. Mi spiego. L’Italia, che è uno stato centrale, vive il caso della Lega Nord, dove le regioni più ricche vogliono separarsi. Così si rischia di fare questo parallelismo. Un altro dettaglio è che la questione catalana viene sempre discussa e vissuta da Madrid, senza mai porsi ad ascoltare e vivere la visione del mondo della Catalogna. A differenza di quello che viene fatto a Barcellona e nella regione catalana. Questo è tipico del mondo occidentale, in particolare del mondo anglosassone: mettere come primo elemento quello economico, valutando meno altri valori, come la società. Dunque, due fattori: il falso parallelismo con la Lega Nord, e l’ossessione per il valore del denaro.

 

Questa osservazione è molto preziosa, però torniamo alla domanda iniziale: questi due aspetti (economico e culturale) sono giunti, o c’è uno che prevale sull’altro?

Joan: Credo che i due aspetti siano complementari. A proposito, ti faccio un esempio. Lo stato spagnolo, per promuovere la cultura, ha l’istituto Cervantes. Ma questo istituto non promuove la cultura della Spagna intera, ma solo di una sua parte, cioè quella castigliana. Ed è un istituto pagato da tutti, catalani compresi. Noi, come regione catalana, abbiamo dovuto creare un nostro istituto di promozione della cultura catalana, perché l’istituto Cervantes non ha interesse a promuovere la nostra cultura. Così, i catalani pagano due volte. Questo è un esempio importante: per questo, i catalani si chiedono “Che cosa fa lo Stato Spagnolo, e perché non ci considera e valorizza?”

 

Thomas: A proposito, vorrei rifarmi alla nozione di orientalismo di Edward Said quando dice che c’è un colonialista che include gli altri, ma secondo il suo stesso criterio, dando loro un compito da rispettare.

Ecco, i catalani hanno un compito preciso nello stato spagnolo, già determinato. Se iniziano a pretendere qualcosa di più, magari dicendo che hanno una loro cultura portante, la festa finisce. Per questo, per esempio, l’istituto Cervantes promuove una serie di artisti catalani, che però hanno iniziato a esibirsi solo in castigliano.

In più, se si vuole davvero capire che succede in Catalogna, c’è il discorso dell’associazionismo, che ha una storia importante. La Corona di Aragona era una corona “pactada”, dove i sudditi potevano appellarsi al Re per avere dei compromessi. Un modo di fare molto interessante. Questa cultura del patto, dove si discute tra persone libere, impregna la cultura catalana. Non è un’esagerazione, è proprio un modo di fare e di pensare. Qui (in Catalogna) c’è una forte cultura dell’associazione, della collaborazione. Questo è un fattore difficile da spiegare, ma importante, reale. Credo che questo separi e distingua Catalogna dal resto della Spagna.

 

Arriviamo dunque a oggi, il referendum. Un referendum proibito dallo Stato Spagnolo può dirsi realmente riuscito? Abbiamo dei dati ufficiali?

Joan: Abbiamo dei dati ufficiali dei voti non sequestrati! Bisogna considerare tutte le schede che sono state portate via, tutti i seggi chiusi. E nonostante questo, la votazione è stata comunque realizzata e hanno votato più persone rispetto al 2014, e la maggioranza delle persone ha votato per l’indipendenza.

Comunque, a proposito posso fornirti dei dati più precisi. Ho ricevuto dei calcoli interessanti che ha fatto un economista catalano, Xavier Sala i Martin, che con i numeri ci sa fare: «Il SI ha avuto 2.020.144 voti. Il NO 176.565. Per pareggiare, il NO dovrebbe sommare 1.843.579. Questo vuol dire che sarebbe stato necessario un numero totale di votanti pari a 4.106.003 (i 2,2 milioni di voti emessi più 1,8 milioni aggiuntivi che dovrebbero aver votato NO). In questo caso, i voti rappresenterebbero il 77% del censo. Questo significa che, per fare vincere il NO, avrebbe dovuto votare il 77% (anziché il 49%) e che tutta la differenza dei voti tra le due percentuali fosse senza eccezioni per il NO. È chiaro che, se la partecipazione fosse stata del 77%, non tutti i nuovi voti sarebbero andati al NO.

Riassunto: Censo: 5.343.358 – Partecipazione (documenti di identità registrati) 3.032.424 – Voto valido: 2.262.424 – SI: 2.020.144 – NO: 176.566 – Bianco+nullo: 65.715 770.000 voti sono stati impediti o rubati dalla polizia. La partecipazione reale è del 56,75% del censo.

 

È importante anche il dato della partecipazione reale, cioè quella relativa ai documenti di identità registrati nei seggi (3.032.424), che fa il 56,75% del censo. Purtroppo molti di questi voti sono stati sequestrati dalla polizia.

 

Ora parliamo di queste cifre. Com’è possibile che l’indipendentismo, storicamente minoritario, sia cresciuto così tanto negli ultimi anni?

Thomas: Credo che dipenda molto da quanto detto prima, è frutto di un processo e di condizioni in cui i catalani si sono trovati. In più credo ci sia un altro fattore. Quando il catalano non si poteva utilizzare, qualcuno ha sempre tenuto vivo il catalano. Poi, dal 1978, fu permessa una ricatalanizzazione della società. Ora, c’è una generazione che non ha vissuto la repressione di Franco, e vede il suo essere catalani come la cosa più normale del mondo. Parlano spagnolo o catalano a seconda di quello che preferiscono. Questa nuova generazione vive la catalanità come la cosa più naturale del mondo. E si considerano catalani, prima che spagnoli, perché liberi.

 

A suo dire, è meglio ottenere una Catalogna più autonoma in spagna o indipendente senza spagna?

Thomas: La domanda da un milione di dollari. Credo che ora sia un processo naturale. Se arriva ad diventare una repubblica autonoma, ok. Se si arriverà a creare un federalismo che permetta ai catalani di sentirsi felici e rispettati, va bene comunque. Un federalismo reale, non di facciata. Quello che ora è presente in Spagna è un federalismo asimmetrico, dove lo stato centrale è sempre superiore. Se si dovesse arrivare a un federalismo concreto, penso che la maggior parte dei catalani potrebbe accettare. Questo però non combacia con la stupidità del governo centrale attuale. Si sarebbe potuto pensare a una soluzione federale, ad esempio una soluzione simile a quella utilizzata in Svizzera. Invece, nulla. Sai che studiare catalano a Madrid è quasi impossibile? Non c’è nessuna volontà di valorizzare questa lingua, questa cultura.

 

Lo chiedo anche a te, Joan: meglio una Catalogna più autonoma o indipendente?

Joan: Credo che sia meglio avere una relazione di “a tu per tu” con la Spagna. Sarebbe meglio per la Spagna, e per la Catalogna. Nel senso che questa costruzioni che sta facendo la Spagna, dove Madrid deve essere la capitale, con il resto subordinato e attorno, ecco, questa visione credo sia incompatibile con la nostra idea di Catalunya.

Il corredor mediterraneo è un grande esempio. Non è possibile che la UE finanzi una ferrovia sul mediterraneo, e la Spagna invece decida di finanziare ferrovie a Madrid. Noi non possiamo permetterci di avere uno stato che non fa nulla per la Catalogna, e anzi agisce contro questa regione. Noi abbiamo bisogno di avere uno stato “a favore” della Catalogna.

Lo Stato spagnolo ha dimostrato di non voler fare nulla a favore dell’economia, dell’industria e della cultura catalana, per questo l’alternativa è avere un proprio stato, per vedere se possiamo gestire meglio le cose. E noi siamo convinti di poterlo fare.

 

Thomas: Altro esempio, aeroporto di Madrid. Madrid è cresciuto tanto, e viene visto dallo stato come lo strumento principale per far crescere le connessioni aeree in spagna. Ciò nonostante, l’aeroporto di Barcellona, seppur molto meno grande e meno supportato, ha continuato a crescere.

 

Joan: Parliamo della Tercera Via. A proposito, quando si negoziò lo statuto, le imprese catalane chiesero maggiori finanziamenti nell’aeroporto, ma da parte del Governo centrale ci fu un diniego totale. L’aeroporto non era negoziabile, non se ne poteva parlare. A partire da questo, l’aeroporto di BCN crece, ma con grandi inconvenienti. Ad esempio, oggi nessuna grande compagnia aerea può volare da Barcellona se prima non lo fa da Madrid. Vuol dire che oggi una compagnia che vuole fare Barcellona-Tokyo non lo può fare se prima non crea una connessione Madrid-Tokyo. È il governo spagnolo che lo ha deciso. Che senso ha? Noi questo non lo possiamo accettare, perché è la concezione mentale che prima di tutto c’è Madrid, e poi la periferia. No. Barcellona deve essere una capitale economica, o nazionale. Se non ci permettono di creare una capitale economica, creeremo una capitale nazionale.

Ci sarebbe anche il caso di Gas Natural, compagnia catalana che voleva acquistare una società elettrica spagnola. Questo acquisto venne impedito, in particolare per decisione di Madrid, Esperenza Aguirre, disse che preferiva che lo comprassero i tedeschi rispetto ai catalani… . E alla fine, venne acquistata da Enel. Nel senso, è un modo di considerare non spagnoli i catalani stessi. Questo è emblematico.

Lo stato spagnolo esclude i catalani. Tu puoi essere britannico e non escludere l’essere scozzese, mentre l’essere spagnolo esclude l’essere catalano.

 

In tanti si chiedono: quanto conviene alla Catalogna? Quanto riceve dalla Spagna, e quanto da? Davvero c’è tutta questa asimmetria, a sfavore?

Thomas: Dunque, sino al 1996 il governo centrale ha investito molto in tutte le regioni della Spagna, per farle crescere. Si pensi alle vie di comunicazione, alle autostrade. Poi, ci si è fermati. Ad esempio, parliamo del Corredor Mediterraneo, una grande autostrada che dovrebbe collegare Barcellona e Valencia, e che i catalani richiedono da 30 anni. Era un progetto, non è stato mai realizzato. I finanziamenti sono stati usati per altre opere, come altre strade a Madrid, o la metropolitana. Questo non è un caso. Dal 1996, con Aznar, c’è stata una chiara inversione di tendenza. La politica ha scelto di investire molto su Madrid, e molto meno sulle altre realtà che possono confrontarsi con la capitale.

 

 

Thomas, qual è la sua sensazione su quello che sta succedendo?

Thomas: Credo che sia un grande esperimento artigianale di democrazia. Gli artigiani hanno sempre rappresentato una particolarità di Barcellona. E come le cose fatte artigianalmente, non ci sono garanzie che sia perfetta. Quello che temo è che la propaganda contro i catalani possa enfatizzare le reazioni dei catalani, in particolare quello che dicono i media. La parte ottimista in me mi dice che alla fine i catalani stanno riuscendo a mostrarsi come nazione, dopo 40 anni. Finalmente vogliono reclamare la propria cultura, con una base solida. E questa base può essere così solida da poterli sostenere nelle lotte che verranno.

I Serbi chiedevano perché il Kosovo fosse stato dichiarato indipendente in due giorni dagli stati della UE. I Serbi dicono: Perché per il Kosovo si, e per la Catalogna la UE sta in silenzio?

Kosovo, una nazione inventata dagli americani per avere una base in più in quella regione. E la Catalogna, che ha una storia e si muove secondo un percorso democratico, perché viene trattata così?

Ora, bisogna capire anche cosa fa la UE. Perché sta in silenzio, perché si mostra legata alle volontà della NATO? Ci sono sempre cose più grandi, più importanti.

 

E ora, Joan, che pensi che succederà?

Joan: Nessuno può saperlo. Io credo che ora, con tutte le difficoltà che ci sono in questo voto, con 400 colleggi elettorali sequestrati e 2 milioni di persone che hanno votato per l’indipendenza, credo sia un segnale importante. Ora bisogna iniziare un cammino per proclamare l’indipendenza. Ora, a partire dal silenzio dell’Europa, l’Europa stessa dovrà dare una risposta a questa domanda. Non si può far finta di nulla, appellandosi alla Costituzione, che comunque può essere interpretata in maniera aperta e positiva. Il parlamento Catalano deve essere sovrano e capace di decidere il futuro della Catalogna.

Personalmente, non mi aspettavo la reazione accaduta domenica, è la reazione di uno stato che ha paura, con la scusa che quanto accaduto sia illegale.

Ma, a proposito, si tratta di una legge, di una Costituzione che nasce da un contesto molto diverso, un contesto particolare. Ma questa Costituzione non deve impedire le richieste della Catalogna.

In più, a proposito, la Catalogna da domenica è stata trasformata in uno stato colonizzato, con delle forze di polizia che hanno preso il controllo di luoghi pubblici e uffici. Tutto questo andando contro le regole dello statuto catalano, secondo il quale la Catalogna ha una propria forza di polizia, che è stata a tutti gli effetti esautorata, facendo finta che non abbia peso, che non esista. La polizia autonoma è stata messa da parte, perché la vera polizia è quella dello stato centrale. Questo sognifica dire che le nostre istitituzioni, polizia, parlamento, non hanno valore.

Hanno detto che siamo delinquenti. Stiamo parlando del partito più corrotto in Europa, dove su 14 ministri ben 11 sono stati messi sotto processo. Sono queste le persone che vogliono decidere del futuro della Catalogna. Sono quelli che parlano sempre della legge, la legge da rispettare, ma nel frattempo…

Questo produce inoltre un’indignazione da parte del popolo. Ciò nonostante, le persone sono andate a votare. Per esercitare un diritto, per dare consenso all’indipendenza, nonostante la paura.

In questo contesto, credo che la maggior parte del popolo catalano ha voluto manifestare il suo diritto alla dignità. Quello che è successo domenica non sarà dimenticato dal popolo catalano, perché siamo stati trattati da colonia.

Tante delle persone che sono andate a votare hanno visto il fascismo, il franchismo, e queste persone in particolare non lo dimenticheranno mai.

Io credo che domenica non sia stato, come dicono alcuni, un giorno triste. È stato senza dubbio un giorno di vergogna, per lo stato spagnolo. Ma anche un giorno di orgoglio e dignità, per i catalani. Non un giorno triste, dunque.

La Catalogna ha mostrato di meritare uno stato proprio, per questo chiediamo il supporto dell’Europa. Lo stato spagnolo ha mostrato con la violenza quello che è capace di fare, quella che è la sua idea del rapporto Spagna-Catalogna. Anche i giornalisti italiani, come Concita De Gregorio, si sono accorti di quanto sta accadendo, e della contraddizione tra quanto detto da Rajoy e quanto sta succedendo. Rajoy dice che non è successo niente, che i catalani sono delinquenti. Ma non dobbiamo dimenticare che il suo partito viene da una tradizione di menzogne. Quando accaddero gli attentati dell’11M, a Madrid, il Partido Popular, nonostante sapesse benissimo che erano stati degli estremisti islamici, disse più volte che era stato l’ETA. Mentono sapendo di mentire.

 

Si dice che il governo catalano usi la bandiera dell’indipendentismo per non parlare d’altro: ad esempio, della corruzione interna.

Thomas: In realtà, la politica catalana è molto meno corrotta di quella spagnola. Ci sono dei casi anche qua, come quello di Jordi Puyol, ma anche nel governo spagnolo ci sono tanti casi, basti guardare al Partido Popular. E se questo ragionamento valesse per la Spagna? Se il governo spagnolo volesse parlare della questione catalana e della corruzione locale proprio per non parlare della propria? Eppure, queste persone corrotte, sono ancora al governo.

 

Joan: A proposito, mi chiedo se per caso la bandiera dell’orgoglio spagnolo sia stata utilizzata per nascondere casi di corruzione interna, soprattutto per il Partido Popular. Tutto questo parlare di Catalogna ha permesso di mettere da parte la corruzione del PP.

Anche l’altro giorno una nuova tesoriera del PP è stata accusata di corruzione, e nel caso del PP di Valencia si sta mostrando che le ultime tre elezioni sono state “dopate”, cioè il denaro utilizzato per la propaganda elettorale non era quello permesso dalla legge, ma molto di più. Ecco, sono queste persone quelle che parlano della legge e del rispetto della legge. Così quando si accusa Catalogna e l’indipendentismo per nascondere la corruzione, mi chiedo: non starà già succedendo per la Spagna?

 

C’è la possibilità che un’eventuale indipendenza della Catalogna porti a una reazione a catena nelle altre comunità che reclamano maggiore autonomia?

Joan: A noi fa piacere che la Catalogna venga presa come ispirazione o esempio, ma non ci pare il caso di farci assegnare questa responsabilità. Non siamo i primi, è già successo anche in Europa, e non saremo gli ultimi. Negli ultimi 20-25 anni ci sono molti casi di nuovi stati in Europa. Quella che si apre può essere una nuova era. Noi siamo molto tranquilli, il nostro è un processo tranquillo e democratico.

Belgio, Corsica, Scozia, sono casi distinti: se cambierà qualcosa da loro, non sarà per via di quello che succederà in Catalogna. Noi cerchiamo solo di avviare un percorso pacifico e democratico.

 

Thomas: Sono sufficiente vecchio per ricordare che in Europa, negli anni ’90, si parlava dell’Europa delle Regioni. Un sogno meraviglioso, che poi è sfumato, in virtù di un’unione di stati nazione. Perché questo progetto non esiste più? Perché è stato abbandonato? Per creare che cosa? E la NATO, che ruolo ha? È un discorso lungo, ma sarebbe il caso di pensarci.

 

È possibile che l’indipendentismo sia un privilegio delle comunità più ricche?

Joan: Noi non abbiamo detto di voler essere indipendenti per diventare la Danimarca del Mediterraneo, perché lo siamo già. È già una realtà. Il problema è che lo stato spagnolo ci impedisce di esserlo in tutti i sensi. E a proposito, non è che noi non vogliamo essere solidali (contribuire a sostenere anche gli altri), però la solidarietà non può mai essere obbligatoria. Questa è un’altra cosa.

 

Thomas: è sempre più facile per i più ricchi ci sono casi di popoli non ricchi, o meglio è facile anche per chi non è ricco, se accetta di subordinarsi ad altri.

Ci sono stati che hanno avuto accesso all’indipendenza perché hanno accettato di essere subordinati alla NATO, semplicemente, diventando baluardi della NATO vicini alla Russia.

 

Joan, una penultima domanda: la democrazia che c’è attualmente in Catalunya, richiedendo l’indipendenza, sta rispettando ia volontà del popolo?

Joan: In Catalogna o in Spagna? Il popolo catalano ha votato nelle ultime elezioni al Parlamento Catalano, e hanno vinto quello che volevano la independenza. Però abbiamo pensato che era meglio fare un referendum. Purtroppo è lo Stato Spagnolo che non rispetta questa volontà popolare.

 

Capisco. Visto che siamo ad Alghero, come viene vista questa città dalla Catalogna? E che scenari si potrebbero aprire?

Joan: Quello che noi abbiamo qui ad Alghero è una certa nostalgia e il ricordo della Catalogna come nazione, presente anche qua, perché malgrado tutte le difficoltà la lingua catalana è ancora presente ad Alghero, la nostra cultura e la nostra forma di essere è ancora presente. Per tanto questo ci fa molto piacere. Credo che quanto capita ora sia molto interessante: Alghero e tutta la Sardegna guardano alla Catalogna come un esempio non tanto di indipendentismo ma di società, e questo credo che sia importante. Non si tratta di indipendentismo, ma di organizzazione, che bella la Catalogna che si organizza e avanza delle richieste allo stato centrale, con orgoglio e fermezza.

La Sardegna è diversa dal resto d’Italia ma in questo momento non è organizzata politicamente. Credo che anche la Sardegna dovrebbe fare una riflessione su cosa sia e come sia organizzata.

I sardi dovrebbero chiedersi chi sono, cosa vogliono, cosa possono essere. È una questione di coesione sociale, di senso di civiltà, di società.

Con una repubblica, come una Catalogna indipendente, il rapporto con Alghero può davvero essere un’altra cosa. Per tanto tutte le collaborazioni culturali, imprenditoriali e turistiche potrebbero arrivare a un’altra dimensione.

 

Grazie Joan, grazie Thomas.

 

È stata una lunga chiacchierata, che mi ha fatto conoscere meglio la situazione, arricchendomi di alcune informazioni.

Chi ha ragione, chi no? In questi casi, come in molti altri, sarà la storia a decidere.

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