Ci stiamo affittando l’anima

Da Isola del Turismo a isola senz'anima il passo è breve: come la Sardegna rischia di diventare una Disneyland delle spiagge e del folklore.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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«Destinazione Sardegna, nasce l’Isola del Turismo». Titolava così La Nuova Sardegna del 25 marzo, annunciando l’arrivo di Josep Ejarque, il nuovo destinaton manager ingaggiato dalla Regione con lo scopo di «costruire quasi dal nulla il pacchetto “Destinazione Sardegna”». Ejarque, infatti, porta con sé fama ed esperienza internazionale, «i libri che ha scritto su “Vendere il turismo nell’era di internet” sono una bibbia in Europa» dice l’articolo, che riporta anche alcune sue massime: «Se vuoi vincere, non puoi aspettare il turista, devi andare a cercartelo», la prima; «c’è un modello da reinventare, altrimenti sarai spacciato», la seconda.

L’ISOLA DEL TURISMO

I dati riguardanti il 2016 parlano di 2,9 milioni di arrivi che, con una permanenza media di 4,6 giorni, hanno generato 13 milioni e mezzo di presenze e, secondo le anticipazioni dell’assessora regionale Barbara Argiolas, nel 2017 le presenze censite negli hotel sarebbero quasi 15 milioni (tra le quali spicca il distopico bolognese che, su Tripadvisor, recensiva così la spiaggia di Punta Molentis a Villasimius: «Spiaggia piena di sardi, andrebbero tassati: il Comune riservi la spiaggia solo ai turisti che pagano negli hotel. Altrimenti che servizio è se ci sono i sardi? Io e la mia fidanzata siamo rimasti delusi»).

I turisti in Sardegna, quindi, stanno aumentando di anno in anno, sopratutto nella bella stagione. Eppure, secondo il comune sentire, sarebbero ancora pochi. L’obiettivo principale di Ejarque, e della Regione Sardegna tutta (a partire dai vertici della sua classe dirigente fino all’ultimo dei lavapiatti), sembrerebbe quindi quello di incrementare l’impatto del settore turistico nell’economia dell’isola. A confermarlo è anche l’assessore regionale all’Urbanistica Cristiano Erriu, firmatario della nuova legge urbanistica – non ancora approvata – che consentirebbe un importante aumento di cubature alle strutture ricettive posizionate nella fascia dei trecento metri dal mare. «Se riteniamo che lo sviluppo turistico passi dal migliorare la qualità degli hotel, allora abbiamo una via» ha detto Erriu, strizzando l’occhio a (ulteriori) investimenti stranieri nelle spiagge dell’isola.

Ma non solo. Come le associazioni di categoria sanno bene, il settore alberghiero non è ormai l’unico a sobbarcarsi il dolce compito di far conoscere ai visitatori la famosa «ospitalità sarda». Oltre alla già trattata, sviscerata e regolamentata diffusione dei bed and breakfast, negli ultimi anni il fenomeno Airbnb ha permesso a chiunque avesse un appartamento o anche solo una stanza in più, di trasformarsi in imprenditore turistico o, più prosaicamente, in affittacamere. Secondo Federalberghi, ad aprile 2017, proprio durante settimana di Pasqua, «in Sardegna risultavano disponibili su Airbnb 12.900 alloggi, rispetto agli 11.912 registrati ad agosto 2016». In più, «le presenze censite nel 2016, se confrontate e rapportate con i passaggi portuali e aeroportuali, risultano il doppio». È la famigerata «shadow economy», ossia il turismo legato all’affitto di appartamenti, e quindi alla piattaforma Airbnb.

PERCHÉ NO?

Ma cosa spinge il proprietario di un appartamento nel centro storico di Cagliari, Alghero o Carloforte a trasformare la propria casa in un piccolo albergo? La risposta, ça va sans dire, è ovviamente una: il danaro (che move il sole e l’altre stelle). La domanda di alloggi, come si è visto, c’è ed è alta e in continua crescita. In più, la Regione pare voler investire ancora nell’attrarre visitatori nell’isola: sempre di più e in più periodi dell’anno. Aggiungeteci quel pizzico di disoccupazione, di crisi economica, e di “comunque qualche spicciolo in tasca in più al mese, sputaci sopra” e il risultato è presto detto. Una casa ereditata, una stanza vuota, un investimento immobiliare si trasformano improvvisamente in una fonte di reddito. Dunque: perché no? Già, infatti: perché no?

Per rispondere a questa domanda è necessario guardare altrove, collocare la propria realtà isolana in un contesto geo-storico più ampio, contestualizzarla rispetto agli eventi del resto del mondo. D’accordo: non ci siamo troppo abituati. Ma proviamoci ugualmente.

È probabile che di molti di coloro i quali abbiano viaggiato, negli ultimi anni, in alcune delle mete europee più gettonate, abbiano fatto ricorso (o pensato di farlo) ad Airbnb. Una stanza a due passi dalla Sagrada Família, una mansarda con vista Tour Eiffel, un monolocale dietro gli Uffizi, e così via. Il tutto, a un prezzo quasi sempre inferiore rispetto a quello di un albergo. Airbnb, in pochi anni, ha infatti invaso il mondo intero: 3 milioni di proprietà in 191 paesi, 65 mila città e 150 milioni di ospiti; l’Italia, nel 2015, è stato il terzo paese per offerta, con 83 mila hosts e 3,6 milioni di utenti; oggi, quasi il 10% delle abitazioni nel centro storico di Roma e Venezia è in affitto su Airbnb, il 20% a Firenze e il 25% a Matera. Non è difficile immaginare numeri simili nei comuni della Sardegna.

A Barcellona vanno in scena, ormai da anni, manifestazioni contro gli effetti negativi del turismo: saturazione dello spazio pubblico, mono-tematizzazione dell’offerta commerciale, fino ai comportamenti incivili dei turisti (quello che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas). «El turisme mata els barris» hanno scritto dei vigilantes catalani sul parabrezza di un bus turistico. Xavier Font, docente di sustainability marketing all’University of Surrey spiega: «Troppe persone fanno la stessa cosa allo stesso tempo. La città non appartiene più ai locali» (per la gioia del turista bolognese su Tripadvisor).

Ma, come abbiamo detto, il fenomeno invade moltissime città: «Il quartiere è cambiato da un quartiere residente in un quartiere turistico», racconta un abitante di Amsterdam al Telegraph. «Abbiamo diversi vicini ogni settimana. C’è la sensazione che quelli che rimangono non vivano più nel loro quartiere. Amsterdam sta iniziando a sembrare un parco giochi per i visitatori: è quello che la gente chiama disneyfication». Già, la disneyfication. Chi, di recente, ha visitato città come Venezia o Bruges, sa di cosa stiamo parlando. La trasformazione di una città, spesso del suo centro storico, in uno spazio totalmente asservito alla vita (o meglio visita) turistica e non più alla quella quotidiana dei residenti. Anche perché, di residenti, non ce ne sono più. Perché uno degli effetti che Airbnb, e più in generale la monocultura turistica, ha sui centri storici è che porta i residenti ad andarsene: perché non sono più posti “tranquilli”, perché sono ormai “centri commerciali a cielo aperto”, perché mancano spesso i servizi di prima necessità e, sopratutto, perché i prezzi delle case sono troppo alti. Per un giovane è quasi impossibile acquistare una casa in una zona dove i costi sono lievitati a dismisura. Vi sembra che Alghero o Cagliari stiano vivendo, o cominciando a vivere, la stessa storia? Già, anche a me.

ANIMA IN AFFITTO

Per quanto riguarda la Sardegna, inoltre, il discorso è da estendere anche a quello che, con un’orribile, ma ideologicamente eloquente, espressione viene definito “il petrolio sardo”, ovvero le coste. Il turista bolognese, nella sua efferata alterigia, non è andato lontano dal descrivere una situazione che molti sardi vivono ogni anno con l’approssimarsi della stagione estiva: il non sentirsi più a casa (o della differenza tra il mare di maggio e quello di agosto).

La scorsa estate, è stata la stessa Barbara Argiolas a lanciare l’allarme: «Tutti oggi diciamo che è stata una grande estate, ma questa stagione segna un punto di non ritorno. Non possiamo rischiare che i nostri figli non vedano più le nostre spiagge».

Ma la posta in gioco è molto più alta. In ballo non c’è solo la possibilità di fare un tuffo in tutta tranquillità nella nostra caletta preferita, o di poter fare un’escursione a Su Gorroppu senza rimanere imbottigliati come al casello autostradale. In ballo, ripeto, c’è molto di più. «Nullus locus sine Genio», nessun luogo è senza Genio, scriveva il grammatico romano Servio (IV-V sec. d.C) nel suo commento all’Eneide. Il Genius loci era appunto “lo spirito del luogo”, un’entità naturale, e soprannaturale, con cui l’uomo doveva scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare. È quindi l’anima dell’isola, delle sue città, che si rischia di perdere. Le memorie, le lingue, le tradizioni che, per sopravvivere, hanno bisogno di essere tenute vive, accese, come un fuoco che brucia («La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri», Gustav Mahler). Hanno bisogno dei loro vicoli, delle loro case, delle loro botteghe. Hanno bisogno di essere vissute e non semplicemente mostrate, come purtroppo accade nelle feste di folklore in cui l’identità locale viene espressa tramite la vuota e cristallizzata rappresentazione, in favore proprio di curiosi ospiti armati di smartphone.

Eppure l’obiettivo è chiaro: «nasce L’Isola del Turismo». Saranno quindi gli esperti di marketing a dirci chi siamo? Saranno quindi i milioni di turisti a legittimare un’isola? Sarà una casa in affitto a salvarci dalla disoccupazione?

Ecco la risposta: «Se vuoi vincere, non puoi aspettare il turista, devi andare a cercartelo. Altrimenti sarai spacciato» dice Josep Ejarque, destinaton manager.

«Sarai spacciato».


 

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