Come si finanzia un film?

Come si finanzia un film?

Stefano Carena

Stefano Carena

Classe 1991. Attualmente vivo a Torino dove studio videomaking. Messo davanti alla scelta se scrivere per Times o per Blogamarì non ho potuto che farmi sedurre dalla seconda proposta.
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Nei giorni scorsi si è parlato dell’approvazione alla Camera della nuova legge sul Cinema che, almeno stando al comunicato del Mibact, dovrebbe snellire il sistema di finanziamenti nell’audiovisivo e incrementare del 60% i fondi annuali. Dopo l’annuncio il webbe si è scatenato: c’è chi sostiene che la produzione di un film debba essere totalmente privata e a carico dei produttori, chi si è scagliato contro i costi della politica (WTF?), chi – per l’ennesima volta – ha sostenuto che quei soldi sarebbero stati più utili a poveri e terremotati.

Ok. Di cosa cazzo stiamo parlando?

Non sono un produttore, non sono un regista cinematografico né tantomeno un operatore culturale, ma visto che il tenore della discussione è questo posso ergermi a paladino della settima arte nonché profondo conoscitore delle dinamiche che stanno dietro alla produzione di un film. Ho rispolverato i miei appunti dell’esame di progettazione cinematografica solo per voi. Prego.

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Noti produttori cinematografici affrontano il tema in maniera ponderata e obbiettiva.

Partendo dal presupposto che i soldi dedicati ad un certo ambito non possono essere spostati dal giorno alla notte verso altri usi, così come i soldi da dedicare alle emergenze non viaggiano sullo stesso piano di investimenti a lungo termine sulla cultura (si, quella cultura di cui ci si riempiva la bocca fino a ieri per via dei continui tagli negli ultimi quarant’anni).

I fondi a disposizione di un produttore sono principalmente tre:

  • fondi regionali: la film commission di una data regione investe nella produzione di un film a patto che venga girato prevalentemente in quella data regione. Questo porta all’utilizzo di maestranze del territorio oltre ad una ricaduta economica (albergo dove alloggia il cast, catering, servizi di trasporto etc..). Per legge la ricaduta sul territorio dev’essere maggiore o pari al 150% del finanziamento erogato.
  • fondo nazionale: tramite la “Direzione generale del Cinema”, ovvero una sezione del MIBACT è possibile avere diversi tipi di finanziamento. Per quanto riguarda la produzione di un lungometraggio ci sono alcune differenze: per opere prime e seconde si possono ottenere tra i 100.000 e i 200.000 a patto di aver già coperto il 30% del preventivo di spesa, negli altri casi si può arrivare fino a 700.000 euro a patto di aver già coperto il 50% del preventivo.
  • fondo europeo: tramite il progetto “Europa creativa”, l’Unione Europea finanzia esclusivamente co-produzioni tra due o più nazioni. Può coprire fino al 17% del costo del film a seconda del rating dei paesi richiedenti il finanziamento e presuppone una collaborazione motivata da scopi culturali e non economici.

I criteri di assegnazione, perlomeno sulla carta, sono svariati: quello su cui vorrei focalizzare l’attenzione è la qualità artistica. Per fare un esempio semplice e pratico: un film di Boldi o Zalone otterrà difficilmente un finanziamento dal MIBACT o dall’Unione europea perché si tratta di film commerciali, capaci teoricamente di reggersi sulle proprie gambe, mentre è facile che ottengano un finanziamento regionale per via della popolarità di queste pellicole e della ricaduta d’immagine che sono capaci di assicurare al territorio in cui vengono ambientate e girate le riprese.

Un altro incentivo che lo Stato dà al Cinema è il Tax credit, ovvero degli sgravi fiscali concessi ad aziende non operanti nell’ambito cinematografico che decidono di finanziare una produzione. A differenza del product placement, questo tipo di contratto non prevede l’inserimento di prodotti all’interno del film.

Il tornaconto del produttore, oltre a parte di queste risorse, deriva prevalentemente dallo sfruttamento dei diritti dell’opera: vendita a distributori esteri, programmazione cinematografica, trasmissione televisiva etc…

Alcune critiche mosse in questi giorni sono state quelle di chi crede che lo stato non dovrebbe finanziare le imprese private e che i produttori dovrebbero sostenere in maniera autonoma i costi dei propri film. Stiamo parlando di costi che vanno da 1.500.00 a 5.000.000 di euro di costo per un film medio italiano.

Questo tipo di risorse sono il motivo per il quale è possibile realizzare film diversi dalle tanto detestate commedie caciarone all’italiana e sono lo stesso motivo per cui, forse, un giorno il Cinema italiano godrà di prestigio alla pari degli altri paesi che ci circondano. Sono anche il motivo per cui, in dieci anni, hanno visto la luce circa 400 film, sicuramente non tutti capolavori, ma che di certo rappresentano il tentativo di dare dignità ad un ambito sia lavorativo che artistico che è quello del cinema, tanto bistrattato oggi quanto rimpianto se si guarda con nostalgia al passato.

Non sono un produttore, non sono un regista cinematografico né tantomeno un operatore culturale: questo post ha il solo scopo di condividere le poche nozioni che ho a riguardo e grazie alle quali non chiedo che i finanziamenti al cinema vengano devoluti a case popolari/terremotati/rimboscimentodellappenninoumbro/pensioni
/casseintegrazioni/cultura/nolaculturano.


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