Se sei debole parti, se sei forte ritorna

La storia di un giovane sardo che doveva scegliere se andare a vivere a New York o restare in Sardegna. E alla fine è restato in Sardegna.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Il seguente scritto celebra il centodecimo anniversario di un fatto singolare, quantomeno inconsueto per il nostro orgoglioso popolo, ormai più che raro per il nostro fortunatissimo tempo, che potrebbe fungere da ispirazione per molti degli ambiziosi giovani che ogni giorno, e con sempre più vigore, affollano gli aeroporti della nostra bellissima isola per abbandonarla e non farvi più ritorno.

La storia in questione, come tutte le grandi storie, può essere riassunta in una breve e semplice frase, praticamente un tweet. La frase è la seguente: un giovane sardo doveva scegliere se andare a vivere a New York o restare in Sardegna. E alla fine è restato in Sardegna.

I lettori rimarranno sbalorditi dall’apprendere che il ragazzo in questione non mostrava il benché minimo segno di infermità mentale, né fu trattenuto tramite strumenti coercitivi. Anzi. Il suo avvenire gli appariva, a lui e a molti altri che lo conoscevano, lieto e luminoso; si potrebbe senz’altro affermare che la sua strada fosse spianata verso un successo planetario.

VENEZIA

manifesto biennale 1907

Era il 1907 e il giovane sardo si trovava a Venezia in occasione della settima Esposizione Internazionale d’Arte, quella che poi sarebbe diventata, per tutti, la Biennale. Era la Belle Époque: periodo di pace, sviluppo economico, invenzioni, scoperte, mostre e fiere universali, novità artistiche e culturali, grandi feste, sfarzo, benessere e altri magnifici e strabilianti cambiamenti che porteranno al più cruento e terrificante conflitto mondiale che la storia umana abbia mai vissuto.

L’esposizione era ormai aperta da qualche giorno e lui passeggiava in Piazza San Marco. Il suo sguardo, però, non era attratto dalle bellezze della Serenissima, che in quella giornata di fine aprile risplendeva ancora di più, ma dalla terza pagina del Corriere della Sera, che teneva stretto fra le mani e leggeva con attenzione. Si parlava di artisti come Rodin, Canonica, Graziosi, Fontana: i più grandi in quegli anni. Poi, però, i suoi occhi furono attirati da un nome: «Francesco Ciusa – diceva l’articolo – un sardo ignoto, finora, alle grandi Esposizioni, manda un gesso: La Madre dell’Ucciso, così profondamente osservato, reso con tanta scienza, che mi sembra sia la più importante rivelazione della mostra di scultura».

Il giovane gonfiò il petto. Che si parlasse di un artista sardo in quel modo, nel 1907, era una cosa strana, ma bellissima. Che a scrivere fosse Ugo Ojetti, una delle penne più autorevoli e temute del periodo, per giunta sul Corriere della Sera, era anch’essa una cosa strana, ma bellissima. La cosa però forse più bella, anzi, senza forse, la cosa più bella in assoluto era questa: Francesco Ciusa – il sardo ignoto alle grandi Esposizioni, diventato improvvisamente la più importante rivelazione della mostra di scultura – era lui. E non era una cosa strana. Per niente. Però, sì, era bellissima.

IL SUCCESSO

«Bella però…», «il titolo è un po’ retorico», «a Venezia non la capiranno», «oggi vanno solo i nudi» gli avevano detto gli amici, tra cui Sabastiano Satta, e lui c’era rimasto così male che aveva abbandonato quel ricordo d’infanzia diventato materia nel suo studio di Nuoro per più di un mese, avvolto da stracci bagnati. Poi, il 4 febbraio del 1906, una frase: «Francesco, sembra di entrare in chiesa». Così gli avevano detto sua cugina e l’amica Peppina Deledda – sorella di Grazia – una volta varcato l’ingresso di quella piccola stanza dove La Madre dell’Ucciso aspettava, accovacciata in silenzio, di essere mostrata al mondo. Si erano fatte anche il segno della croce. Del resto, non c’era bisogno di essere Ugo Ojetti per capire che quella vecchia donna di gesso che guardava impassibile il figlio morto ammazzato, seduta con le gambe raccolte e avvicinate al petto, avrebbe portato alla luce due cose. La prima: la solitudine e l’isolamento di una terra abbandonata a se stessa e incapace di risolvere i propri drammi. La seconda: il talento di Francesco Ciusa, nato a Nuoro il 2 luglio 1883.

francesco ciusaTalento coltivato e affinato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, frequentata grazie a un sussidio deliberato, non troppo facilmente, dal consiglio comunale di Nuoro. Era la prima volta che lasciava la sua terra e non aveva ancora diciott’anni. A Firenze, che è un concentrato di bellezze oggi e lo era anche allora, Francesco era rimasto dal 1899 al 1903. Lì, aveva imparato a dare la vita alla materia e conosciuto la «vera arte», come la chiamava lui, osservando le armonie del Rinascimento e inserendosi all’interno dell’ambiente culturale fiorentino: Pellizza da Volpedo, Sacchetti, De Carolis, Puccini, per citarne alcuni. Poi, il ritorno in Sardegna, prima a Sassari e poi a Nuoro.

LA SCELTA

East River and Brooklyn Bridge, New York, 1900-1906

La notizia del successo del suo non tardò a raggiungere l’isola, ma la festa cominciò nel tragitto che lo riportava a casa, precisamente a Pisa. Durante un ricevimento organizzato a casa Lissona in suo onore, Francesco conobbe altri artisti e autorità. «C’è un americano che vorrebbe conoscerti» gli dissero. Così si appartarono in un piccolo studio della villa che li ospitava. L’americano sembrava passarsela molto, molto bene. I due si misero a sedere e presto Francesco scoprì di avere davanti un ricco e potente imprenditore, responsabile dell’importazione dei pregiati marmi italiani negli Stati Uniti. Ma non solo. L’uomo era un appassionato e intenditore d’arte, nonché direttore di un importante centro di arte pura e applicata.

«Parta con me, Ciusa. Venga con me in America. Come with me. Sfrutti l’onda del suo successo, la cavalchi. Porti con sé un calco de La Madre dell’Ucciso, la riprodurremo in bronzo o in marmo».

Francesco lo stava a sentire. Quello continuava.

«Sarà il direttore del nostro centro, avrà uno stipendio e una compartecipazione agli utili. In più, ho pronte settantamila lire per le spese immediate».

Francesco non credeva a quello che stava succedendo. Fino a qualche mese prima, non era neanche sicuro del valore della sua Madre. Adesso sembrava diventato il re del mondo. La cosa gli parve assurda. Strana, ma bellissima.

«Ovviamente potrà tornare in Italia e in Sardegna una volta all’anno, per sbrigare gli affari e rivedere la sua famiglia».

Un sussulto. La famiglia. La Sardegna. Francesco pensò che imbarcarsi per l’America, nonostante l’ormai frequente utilizzo dei transatlantici a vapore, significava affrontare un viaggio di almeno dieci giorni. Era come andare in un altro mondo. Era come andare sulla luna. Lasciandosi dietro, fra le altre cose, una «sorella-madre» a cui era legato fin da piccolo. Ma non solo. Anche una terra che, per quanto arretrata, abbandonata, anacronistica, isolata – fortunatamente, oggi non è più così – era comunque la sua terra e aveva bisogno di lui. Aveva bisogno che lui la raccontasse. Oltreoceano, però, lo aspettava il grande successo. La grande arte. I grandi stimoli. Il grande sogno. I grandi dollari. Fissava il vuoto.

«Francesco pensaci – gli disse Lissona – prima conviene formarsi un buon gruzzolo e poi, con serenità, riprendere l’arte così ben intrapresa».

Così si fece dare del tempo per pensarci. Chiese consiglio ai suoi amici. Arrivarono tre risposte.

La prima, del futuro premio Nobel Grazia Deledda che, dalla sua casa di Roma, commentò metaforicamente così: «Salude e gloria a fruttu e a fundu, si fruttu chin su semene frorit in terra sua», cioè «salute e gloria al frutto e all’albero se il frutto con il suo seme fiorisce nella propria terra».

La seconda, una «lunga e disperata» lettera della sorella e del cognato, che si chiudeva così: «Torna a lavorare in Sardegna, a lavorare a contatto della tua gente».

La terza, poi, fu una vera e propria sentenza. E un’esortazione, una provocazione e una preghiera insieme. Un telegramma di Sebastiano Satta, suo mentore nuorese, che scolpì, questa volta lui, otto parole, poche, come richiedeva la tecnologia usata, ma pensate con l’eloquenza del grande poeta, quello che vede meglio e più lontano, parole pesanti come e forse più di tutte le statue presenti all’Esposizione Internazionale d’Arte del 1907 e forse anche di quelle del 1905. Nel telegramma c’era scritto questo: «Se sei debole parti, se sei forte ritorna».

Scelse di rientrare a Nuoro, lui che poteva scegliere. Si sposò. Continuò a scolpire.

P.S.
I critici sono concordi nell’affermare che la scelta di Ciusa influenzò fortemente la sua carriera da artista, sia sul piano economico, che su quello creativo. Tuttavia, La Madre dell’Ucciso e le sue seguenti opere contribuirono a creare in Sardegna – insieme ad altri grandi artisti, alcuni dei quali presenti in questo scritto – quel fermento culturale che sarà in grado di raccontare e sublimare il fascino di un’isola unica, arcaica, primitiva, arretrata, sola, abbandonata, inconsapevole.


Bibliografia:
Giuliana Altea, Francesco Ciusa, Ilisso, 2004
Rossana Bossaglia, Francesco Ciusa, Ilisso, Nuoro, 1990.
Remo Branca, La vita nell’arte di Francesco Ciusa, Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1975.

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