Da domani non si va a scuola: il fenomeno dell’homeschooling

La scelta di rinunciare all'educazione scolastica ha coinvolto più di mille famiglie italiane. La testimonianza di Erika, mamma homeschooler, fa discutere e stimola alcune riflessioni.

Andrea Lorettu

Andrea Lorettu

Laureato in Scienze della Comunicazione che cerca di ambientarsi nella giungla della società moderna.
Ho avuto piccole esperienze di collaborazione con testate on-line e dalla mia tesi dal titolo "La stampa italiana e Tangentopoli" si evince la mia grande passione per la politica e i media.
La mia terza grande passione, lo sport, l'ho coltivata attraverso l'attività di allenatore di calcio nel settore giovanile.
Andrea Lorettu

Il lunedì mattina è un giorno doloroso, per grandi e piccini. I grandi tornano ai loro drammi universitari/lavorativi dopo le peripezie del weekend, i più piccoli tornano trai banchi di scuola con zaino, matite e compiti possibilmente fatti. Ci sono però migliaia di bambini italiani, come ad esempio Thomas e i suoi tre fratelli, che, a differenza dei loro coetanei, non dovranno uscire di casa e correre per arrivare a scuola prima del suono della campanella. Tutto ciò che c’è da sapere su storia, geografia, italiano, matematica non glielo darà la maestra ma sarà sua mamma, Erika.

Il fenomeno dell’homeschooling, ovvero non mandare i propri figli a scuola e occuparsi personalmente della loro educazione, è un fenomeno in crescita in Italia e abbastanza diffuso all’estero. Esiste anche una variante, l’unschooling, ovvero lasciare completa libertà al bambino di decidere cosa studiare e cosa no.

Il tema è tornato in auge con l’intervista su Repubblica.it di Erika, mamma-insegnante di quattro bambini a Roncaro (Pavia), che ha scelto di non mandare a scuola i propri figli. Le motivazioni indicate sono molteplici ma la principale pare essere la totale mancanza di fiducia nell’istituzione scolastica: “Trenta in una classe con una sola insegnante e la maggioranza dei bambini lasciati a se stessi, la competizione, i voti, il bullismo? Quando Thomas era piccolo l’avevamo iscritto a una materna pubblica. Era un edificio bruttissimo, nella classe mancava l’aria, volevamo dipingere le aule ma ce l’hanno impedito… E Thomas era infelice”.

Un’insegnante per trenta alunni, voti, competizione, bullismo e bruttezza dell’edificio. Più o meno le stesse caratteristiche delle scuole frequentate da noi e dai nostri genitori (anzi, forse loro si sono presi qualche schiaffo in più). Non mi sembra che queste strutture abbiano cresciuto una generazione di ignoranti e analfabeti; il problema sta nel fatto che siamo noi a non informarci e leggere abbastanza. La scuola pubblica italiana non vive certo di grandissima salute, ma il rifiuto della sua funzione educatrice è semplicemente da pazzi scriteriati. Se non mi piace una struttura ospedaliera cambio ospedale, non mi curo a casa con l’Allegro Chirurgo.

Erika, bisogna dirlo, ex insegnante di inglese e autrice di due saggi sull’educazione parentale, potrebbe anche avere le carte in regola per poter insegnare. Il messaggio educativo che si propone però è, a parer mio, devastante: la fuga e la solitudine come soluzione alle difficoltà. Il timore è che una scelta del genere possa coinvolgere anche chi non possiede gli strumenti per poter svolgere al meglio il ruolo di mamma/padre insegnante, anche perché nessuno glielo potrebbe impedire. Tutto questo infatti è legale: in Italia non esiste nessuna legge che vieta l’insegnamento fai-da-te come alternativa a quello scolastico. Per poterla praticare basta mandare un’autocertificazione alla direzione didattica di riferimento ogni anno per l’anno successivo, in cui si attestano capacità tecniche e disponibilità economiche dei genitori. L’attestazione delle capacità tecniche non prevede la presentazione di diplomi o lauree, basta solo un buon stipendio, un po’ di fantasia e tanta voglia di insegnare.

Nell’era in cui tutti possono autoproclamarsi esperti di qualcosa, si fanno crociate contro i vaccini e dove la frase “l’ho letto su internet” diventa fonte scientifica, preferirei che almeno due cose rimangano separate: il genitore fa il genitore, l’insegnante fa l’insegnante. Questo mestiere lasciamolo fare a chi ci dedica un intero percorso di studi e anni di formazione. Nel caso, comunque, se vostro figlio avrà problemi con funzioni, formule algebriche, spazi vettoriali ecc., Erika ci propone una soluzione low-cost, risparmiandovi costose ore di ripetizione: “Mio figlio Thomas la matematica l’ha imparata controllando gli scontrini del supermercato”. Buona fortuna.


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