Il fantastico mondo di Bruno D’Elia

Niccolò Fabi, Samuele Bersani, Marta sui Tubi. Lucio Dalla. Sono solo alcuni degli artisti ai quali Bruno D'Elia, videomaker da anni residente in Sardegna, ha prestato il proprio unico, meravigliosamente timido talento.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Se non sapete chi è Bruno D’Elia non è colpa vostra e non è neanche colpa sua. Non è colpa di nessuno. Perché Bruno D’Elia ama creare: immagini, video, visioni. Ma non ama promuoversi. Sono abbastanza timido, dice. Abbastanza. Non amo raccontarmi, sono abbastanza chiuso. Abbastanza. Lo sono sempre stato. Abbastanza. Ne è la prova il fatto che, cercando su Google, si trova davvero poca roba: il suo bel sito mezzacapa.com – nome d’arte –, qualche articolo che parla di lui e niente di più.

Eppure, Bruno D’Elia non è affatto l’ultimo arrivato. Anzi. Il recente omaggio a Niccolò Fabi – il videoclip del brano Una somma di piccole cose – è solo l’ultimo tassello di una preziosa carriera che lo ha portato a prestare il suo estro ad altri grandi artisti italiani. Ne elenchiamo alcuni in ordine sparso: Samuele Bersani, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Marta sui Tubi – e Lucio Dalla e Franco Battiato –. Ma siccome se non sapete chi è Bruno D’Elia non è colpa vostra e non è neanche colpa sua, insomma non è colpa di nessuno, allora cerchiamo di rimediare.

Bruno D’Elia vive in Sardegna, ad Alghero, ormai da sei anni. È nato a Castellammare di Stabia, nel 1980, pochi mesi prima che il terremoto più violento della storia italiana recente devastasse quel luogo. Si trasferisce con la famiglia a Novara, dove è cresciuto e ha coltivato quel suo accento indefinibile, un miscuglio tra campano e piemontese, a cui adesso si aggiungono delle lievi inflessioni sarde. Per descrivere il periodo trascorso nella Bassa padana, D’Elia usa una frase dello scrittore di fantascienza William Gibson: il cielo era sempre sintonizzato su un canale morto. Il padre fa il fotografo aziendale, lui studia a Milano, all’Accademia di Brera, e a vent’anni comincia a lavorare nel mondo dell’immagine.

Ho iniziato col teatro, facevo videoproiezioni scenografiche, racconta. Poi comincia a collaborare con un’agenzia di Novara: eventi e video pubblicitari. Sul suo canale vimeo rimane un ricordo di quell’esperienza: uno spot per il Reparto neonatale della città.

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Un’immagine tratta dal video per il Reparto neonatale dell’Ospedale di Novara.

Già in questo spot lo stile di Bruno D’Elia è inconfondibile: collage, visioni, colori, immagini oniriche, medici con teste d’uccello o di cavallo, farfalle. Simbolismo e surrealismo puro. Perché magari Bruno d’Elia non lo conosci, ma il suo stile lo riconosci. Subito. Lui lo spiega così: ho un background dal quale attingo che coinvolge l’arte in generale: Max Ernst, Hieronymus Bosch, Francis Bacon, qualcosa di Dalì, Man Ray. Non sono un drago col disegno, per cui spesso ricorro a immagini, foto, modelli 3d e a tecniche come il rotoscoping – sembra una cosa che fanno in ospedale, ma è questo –. Ho dei simboli ricorrenti, fanno parte del mio immaginario. Stanno là, latenti. Poi saltano fuori. Sono le parole del mio linguaggio.

Un linguaggio unico, che ha attirato l’attenzione di grandi esponenti della musica italiana. E tutto è cominciato, guarda caso, dopo il suo trasferimento in Sardegna. Sono arrivato sei anni fa. Era la prima volta. Era giugno. Non sono più tornato. Anche mio padre voleva trasferirsi qui. Diceva: chiudo baracca e burattini e ci trasferiamo in Sardegna. Ma non ha fatto in tempo. Allora l’ho fatto io.

Sull’isola D’Elia realizza uno dei suoi primi videoclip musicali. Lo fa per un gruppo di Novara, Il Disordine delle Cose. La storia è più o meno questa: una ragazza giapponese cerca di risucchiare la sabbia della spiaggia di Porto Ferro con un aspirapolvere. Serve aggiungere altro?

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Di solito, per indicare un’azione folle e utopistica si dice: andare ad asciugare scogli. Bruno D’Elia ne ha inventata un’altra.

Ovviamente quei tre minuti e quarantatré secondi di pura allucinazione vengono notati da qualcuno. E quel qualcuno sono i Marta sui Tubi, uno dei gruppi più forti della scena alternativa italiana. Comincia così la realizzazione del video di Cromatica. D’Elia ancora non sapeva che quel brano avrebbe visto la partecipazione di una vera e propria leggenda della musica italiana: Lucio Dalla. L’artista bolognese ebbe il tempo di vedere la clip finita, poi morì, il primo marzo del 2012. Tre giorni dopo il video fu pubblicato. Gli era piaciuto moltissimo, dice D’Elia orgoglioso. Perché magari Bruno d’Elia non lo conosci, ma lo riconosci. Subito.

Da lì in poi sarà un fiorire di grandi collaborazioni. Alcune le abbiamo già accennate – Bersani, Fabi, Gazzè, Silvestri, Marta sui Tubi –, ma ce ne sono altre, legate alla scena indie e non: Daniele Celona, Perturbazione, Nadar Solo – e Teatro degli Orrori –, Lo Stato Sociale, Rita Pavone (!) e due band sarde che ci rendono sempre orgogliosi: Tortuga e Dealma.

Se chiedete a Bruno D’Elia: pensi che potresti ottenere di più? Lui vi risponderà così: è possibile, considerando che non mi promuovo. Non mi promuovo mai. Sono un coglione. Ridendo. Poi però diventa serio e spiega: a tutto c’è un limite. E se voi gli chiedete in che senso, lui vi racconta questo: ho avuto anche delle possibilità di fare dei salti sostanziali, ma ho sempre soppesato e tenuto conto della qualità della vita. Ad esempio, dopo due anni che sono arrivato in Sardegna, mi ha contattato l’agenzia di Marco Balichricerca su Wikipedia vivamente consigliata. Diciamo solo: Torino 2006, Juventus Stadium 2011, Expo 2015 e Rio 2016 –. Avrei avuto la possibilità di entrare nel suo entourage, un mostro di organizzazione. Sono andato a Milano, ho fatto il colloquio. Sarei dovuto stare lì e dedicare le mie giornate interamente a questo lavoro. Dopo aver conosciuto la vita in Sardegna, mi sono detto: ma chi cazzo me lo fa fare? E ho rifiutato. Sarei diventato la rotella di un ingranaggio. Ve l’ho detto: non lo conosci, ma lo riconosci.

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Un’immagine del video di Alzo le mani, di Fabi, Silvestri e Gazzè.

Il problema è che a Bruno D’Elia gli ingranaggi piace crearli. Da zero. Faccio operatore, regia, animazione, cazzi e mazzi. Ho sempre la situazione sotto controllo. Amo la parte artigianale del mio lavoro. Fare le cose, costruirle, animarle. Mi sento proprio un artigiano. Ci sono registi che riescono a fare anche dieci videoclip in un mese. Io in un mese ne faccio uno, se va bene. Mi piace essere più libero. Tutto questo ha anche dei lati negativi, ovviamente. Economici, soprattutto.

E poi c’è la Sardegna. Da quando sono qui, dice, ho iniziato a fare quello che volevo. Non so se è stato il karma o cosa. A Novara lavoravo per un’agenzia che mi dava sempre lavoro e ho deciso di partire così, al buio. Credo sia anche una questione di coincidenze e congiunture varie. Magari sarebbe successo lo stesso stando lì. Boh. Però, sai, la vena romantica. Non ho nessun rimpianto. È una questione legata al sentirsi bene. Ogni giorno. Io sono cresciuto nella Bassa padana. Uscivo la mattina e c’era un metro di visibilità. Magari un po’ mi manca il cambio di stagione forte, il bosco a settembre che inizia a marcire, la neve. L’albero morto che ti dice che il tempo passa. Qua te lo dice un po’ meno. Ma la Sardegna ha un’energia particolare. Viene fuori dalla terra. È una questione di qualità della vita. Solo vedere il sole a dicembre, a gennaio. Cambia tutto. Quando sei lì non ci fai caso, ma poi arrivi qua. E magari capita che non te ne vai più.

Ma all’amore per il sole con corrisponde certo un carattere solare. L’ultimo suo lavoro – l’omaggio a Fabi – Bruno D’Elia lo spiega così: mi è piaciuto tantissimo il suo ultimo album. Ho sentito molta malinconia ed era un’eco di me stesso. Mi sentivo a mio agio, mi trovavo bene ascoltandolo. Mi piacciono i cantautori tristi che mi ha portato in dote mio padre: Claudio Lolli, Luigi Tenco per dirne due. Venivo dalla ristrutturazione di casa e sentivo il bisogno di creare. Così l’ho realizzato. È stato come rompere una diga ed è venuto fuori un fiume.

E questo è il risultato. Perché magari Bruno d’Elia non lo conosci, ma lo riconosci. Eccome se lo riconosci.


 

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