Gigi Riva, il mito. Dieci frasi che vi faranno innamorare di lui, di nuovo

Gigi Riva, il mito. Dieci frasi che vi faranno innamorare di lui, di nuovo

Stasera, prima della sfida contro la Juventus, Gigi Riva riceverà il Collare d'Oro, la massima onorificenza del Coni. Noi lo celebriamo rileggendo alcune sue frasi leggendarie.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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«Partimmo la mattina da Milano con un turboelica che fece scalo a Genova e poi ad Alghero. Arrivammo a Cagliari di sera e quando vidi le luci nel golfo mi lasciai scappare: “Quella è l’Africa”. Lupi si arrabbiò e mi diede un calcio nel sedere. Il giorno dopo andai al campo, l’Amsicora, che non aveva un filo d’erba e pensai “Dove sono capitato”. Però i ragazzi mi fecero festa e l’argentino Longo, una bella persona, mi prese subito sotto la sua protezione».

 

«I primi mesi a Cagliari sono stati tristi, alle nove di sera non girava più nessuno. Stavo con gli altri scapoli, Cera, Nenè, Tomasini. Non avevo la patente e mi aggrappavo dietro al tram per andare da via Roma a casa, senza pagare».

 

«Avevo alcuni amici fuori dal calcio: soprattutto pescatori, a cominciare da Martino. Mi voleva bene come un figlio, fu uno dei primi a invitarmi a casa sua, dove mi insegnò a mangiare il pesce con le mani, lasciando soltanto le lische».

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«Ho capito di amare la Sardegna andando nelle case dei pastori e negli ovili. Una volta mi portarono in un paesino, a Seui, in provincia di Nuoro mi pare, e sulla credenza di un’anziana, notai anche una mia foto, tra i santini dei suoi genitori. L’amico che mi accompagnava chiese perché c’era la mia foto e la donna, senza riconoscermi, rispose: “Quello è buono”».

 

«Mesina ogni tanto mi spediva lettere con regolare francobollo, dove abitavo in via Diaz 30, con queste parole in stampatello: “Domenica vengo a vedere la partita. Vinciamo, forza Paris”».

 

«Quando vedevo la gente che partiva alla 8 da Sassari e alle 11 lo stadio era già pieno, capivo che per i sardi il calcio era tutto. Ci chiamavano pecorai e banditi in tutta Italia e io mi arrabbiavo. I banditi facevano i banditi per fame, perché allora c’era tanta fame, come oggi purtroppo».

 

«Sarebbe stata una vigliaccata andare via, malgrado tutti i soldi della Juve. Dopo ogni partita spuntava Allodi che mi diceva “Dai, telefoniamo a Boniperti”. Ma io non ho mai avuto il minimo dubbio e non mi sono mai pentito».

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«Amo il verde delle foreste dell’Ogliastra, in cui cammini per venti minuti senza vedere il cielo».

 

«Dei sardi mi colpì la generosità. Mi hanno sempre fatto sentire uno di loro, attorno a tavolate con salsicce e maialino. E poi abbiamo lo stesso carattere, non ci mettiamo in mostra, siamo silenziosi».

«Ho vissuto un calcio in cui certi liberi tiravano una riga vicino alla loro area e dicevano “se la passi ti spacco”. Tempi in cui per ottenere un rigore a Milano o Torino, non bastava un certificato medico di 15 giorni».

 

«La Sardegna mi ha dato affetto e continua a darmene. La gente mi è vicino come se ancora andassi in campo a fare gol. E questa per me è una cosa che non ha prezzo».

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Gigi Riva.


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