Gita domenicale a San Sebastiano: l’inferno del diritto e il paradiso del voyeurismo

er le Giornate FAI di Primavera, a Sassari è stato aperto al pubblico il famigerato carcere di San Sebastiano. Tra sabato e domenica, circa 10mila persone hanno potuto visitare la struttura.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Per le Giornate FAI di Primavera, a Sassari è stato aperto al pubblico il famigerato carcere di San Sebastiano. Tra sabato e domenica, circa 10mila persone hanno potuto visitare la struttura che nel luglio del 2013 è stata mandata in pensione dopo quasi 150 anni d’infame carriera, in favore del più accogliente complesso di Bancali. Quasi 150 anni, sì, perché i lavori della costruzione del carcere cominciarono nel 1862 – affidati nel 1857 dal Regno Sardo-Piemontese all’architetto Giuseppe Polani d’Asti, che nel suo portfolio vantava già la realizzazione dei penitenziari di Torino, Genova e Perugia – e terminarono nel 1871, con Roma capitale e l’Italia unificata.

In circa un secolo e mezzo, la galera ha ospitato furfanti e farabutti della peggior specie, sardi e non, e anche qualche nome altisonante. Due a caso: Grazianeddu Mesina – mitologica la sua evasione nel 1966, quando saltò il muro alto 7 metri e fuggì verso Ozieri in taxi – ed Enrico Berlinguer, che trascorse a San Sebastiano circa 4 mesi – dal 7 gennaio al 25 aprile del 1944 – in seguito ad un arresto per aver partecipato ai moti del pane sassaresi.

Mi sono sempre chiesto in che modo, concretamente, la nostra società, esportatrice di diritti e democrazia, trattasse i suoi membri più restii all’accettazione della legge, in che modo li aiutasse a capire i propri errori e a fare sì che non li ripetessero. Per questo, tra quei 10mila visitatori, c’ero anche io. In fila, e che fila.

Arriviamo alle 11. Ci mettiamo ordinatamente dietro gli ultimi arrivati. Dopo circa mezzora, facciamo il nostro primo passo. L’entrata è distante parecchi metri, ma non ci scoraggiamo. Gli ingressi sono consentiti a gruppi, le visite sono guidate: anche per questo si procede molto lentamente. Un signore sulla settantina, al mio fianco, fuma un sigaro infastidendo un buon 70% dei presenti. Però è simpatico. Sdrammatizza: «Ci fosse stata la Gioconda, dentro, la fila sarebbe stata più corta». Rido e capisco di non essere l’unico ad avere poca fiducia nel prossimo.
Alle 13, dopo circa due ore di estenuante attesa che neanche ai Musei Vaticani durante le vacanze pasquali, imbocchiamo l’ingresso transennato. Noto, con estremo rammarico, un energumeno che si inserisce beffardamente davanti a me, evitando la fila chilometrica. Sto per farglielo notare, ma la pistola che ha tatuata sul collo mi fa desistere. Lo accetto, come si accettano gli imprevisti della vita o le calamità naturali, convinto che la sua fretta sia fortemente motivata. «Avrà dimenticato qualcosa dentro», mi bisbiglia il signore di prima, che nel frattempo aveva finito il sigaro.
Alle 13:30 varchiamo la soglia del carcere. Le mura sembrano più alte, viste da dentro. Il FAI consiglia un’offerta di 3 euro, ma io ne do 3,50 perché sostengo con forza queste iniziative. Nel cortile d’ingresso c’è un fitto viavai di persone, e la situazione non è destinata a cambiare all’interno. Veniamo affidati ad una studentessa bionda che ci farà da guida.

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Foto: Giuseppe Esposito

Entriamo nell’atrio circolare. L’impatto è devastante. Fa freddo, c’è poca luce. I colori del pavimento e dei muri sono vecchi, avvelenati. Il tutto è mitigato dal grande afflusso di curiosi. C’è una Madonna, in alto, in una nicchia. Chissà se ha visto qualcosa, il 3 aprile del 2000, quando gli agenti della Penitenziaria si sono accaniti contro una trentina di detenuti, non lesinando botte con asciugamani bagnati, pedate sui coglioni e umiliazioni di ogni sorta. «Una galleria degli orrori», «un vero e proprio atto di tortura». Parole dei giudici. Otto anni di processo, tutto in prescrizione.

Questo la guida non ce lo dice, ma comunque non riesco a sentire una parola, tanta è la confusione. Noto, però, che parla sempre al passato, come se i fatti accaduti nel carcere appartenessero ad un’altra era geologica. È una strana sensazione, difficile da spiegare. Hai davanti una guida, che ti ripete delle frasi studiate a memoria, illustrandoti cosa avveniva nelle varie stanze: «qui è dove i detenuti stavano in isolamento», «qui dove incontravano i parenti», «qui dove facevano il bucato». Non sembra di stare in un carcere chiuso qualche mese fa, ma in un complesso nuragico dell’età del bronzo.

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Foto: Giuseppe Esposito

Solo quando si entra nelle celle, la faccenda diventa seria. Riesco a stare un minuto solo, dentro una di quelle stanzette opprimenti. C’è appesa una foto di Papa Francesco. Al suo fianco, una donna in abiti succinti. Sulla parete vicino ad un letto, all’altezza del cuscino, due date: «19/5/2010, 19/5/2019 fine pena». L’autore, con ogni probabilità, ora è a Bancali. Entro in un’altra cella. «Qui giace la mia dignità», e a fianco il disegno di una bara. «Meglio ladro che spia». Non lo so. Ci sono anche svastiche e fucili disegnati.

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Foto: Giuseppe Esposito

Durante tutta la visita, siamo costantemente seguiti da un grigio volontario del Fai che non fa altro che ripetere: «bisogna andare», «scusate», «non possiamo stare troppo». Vedendoci indugiare, prova a convincerci: «Tanto le celle sono tutte uguali». Ecco l’equivoco. Forse la guida non sa leggere, forse era solo un po’ stressata.

Perché l’architettura delle celle, onestamente, non è esaltante. Ciò che mette i brividi, sono gli echi del dolore, dell’angoscia e della rabbia dei detenuti. Dietro ogni parola, una mano che l’ha scritta, una storia, una colpa, una vita. Si sente tutto, a San Sebastiano. Le ferite sono ancora fresche. Se non si capisce questo, si potrebbe pensare di essere in uno di quei musei di torture medievali che tanto piacciono ai metallari e a Barbara D’Urso. Il pane quotidiano dei voyeur.

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Foto: Giuseppe Esposito

Ci avviamo verso il cortile interno. C’è qualcosa di simile ad un giardino: «Fino a qualche mese fa c’erano ancora dei fiori» ci dice un’altra guida. C’è lo spazio per l’ora d’aria. Anche per quelli in isolamento: dei corridoi stretti e lunghi qualche metro, nei quali fare avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti. E indietro.

Prima di uscire, mi guardo attorno. I visitatori sono ancora tantissimi. Per anni, evidentemente, in molti ci siamo chiesti cosa ci fosse dietro quelle mura, come fosse la vita là dentro, se fosse veramente vita. Se non fosse, semplicemente, un susseguirsi di respiri, di giorni che passano, sempre uguali. Con l’acqua che ogni tanto mancava, con i muri che si sgretolavano, con i pavimenti stanchi di essere calpestati dalla disperazione. Tra un tentativo di suicidio e l’altro, in mezzo a Dante e alle svastiche, al Papa e ai fucili disegnati. E tutto questo è stato permesso, è stato accettato. Per anni.

Sabato e domenica, dove fino a qualche mese fa regnavano ansia e frustrazione, dove l’essere umano veniva annichilito e degradato al rango di bestia, si rideva e scherzava. Si osservavano, quasi con gusto, le condizioni disumane del carcere. Una gita domenicale, per vedere ciò che non si poteva vedere e che si è totalmente ignorato e sentirci tutti più fortunati e migliori, per il solo fatto di non essere mai passati lì dentro.

Esco fuori, come dopo una lunga apnea. Dopotutto, ne è valsa la pena. Forse, una gestione meno superficiale dell’evento avrebbe evitato l’atteggiamento altrettanto superficiale dei visitatori. Ma ora il dibattito è aperto: cosa fare di San Sebastiano? La mia proposta: raderlo al suolo.

Su una parete, c’era una scritta: «Guardate questa cella e odiatela». Fatto.


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