«Il mio Grande nudo», tra apocalisse e speranza: intervista a Gianni Tetti, scrittore

Tra scenari apocalittici, sangue, cattiveria, vento e speranza: Gianni Tetti racconta Grande Nudo, il libro che sta sorprendendo molti

Claudio Simbula

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Ho letto Grande nudo e mi è piaciuto molto. è un libro speciale, davvero: mi ha assorbito, tenendomi incollato dall’inizio alla fine. L’ho letto ovunque: a casa, in viaggio, in spiaggia, dove portarlo mi è pesato un po’, vista la sua mole – circa 700 pagine – ma ne valeva la pena.

È un libro ipnotico, un romanzo che, come ha scritto Ignazio Caruso, ti porta a fare “binge watching”, come quando guardi una serie tv e vorresti divorare le puntate una dopo l’altra. Grande Nudo provoca il Binge reading, ecco.

D’altra parte, se questo libro è stato selezionato tra i finalisti del famoso e prestigioso Premio Strega ci sarà un motivo.

Così, d’accordo con la casa editrice Neo Edizioni ho fatto quattro chiacchiere con lo scrittore, da cui è nata questa intervista.

Approfondiamo insieme il caso Grande Nudo.

 

Grande nudo, un libro lungo 680 pagine che vola via come se ne avesse molte meno. Restano comunque tante pagine: Gianni, come mai la scelta di un romanzo così impegnativo?

Ho progettato Grande nudo con la volontà che fosse anche un’esperienza, avvincente per i personaggi quanto per i lettori, una di quelle storie che lasciano un segno nell’animo di chi legge. Di conseguenza, la mole del libro è quella necessaria a raccontare tutta la storia come desideravo e nessuna pagina è stata “riempita”, tutto ha ragione d’essere, è nato con naturalezza, perché lo sentivo necessario, quindi, in un certo senso senza particolare sforzo. E credo che questo si percepisca anche nella lettura. Scrivere non è solo il mio mestiere ma anche la mia più grande passione da quando sono bambino. Per questa ragione non ho mai pensato a Grande nudo come ad un libro impegnativo, ma come un lungo viaggio appassionante. Per me lo è stato e spero sia così anche per tutti i lettori.

 

Grande Nudo è travolgente, trascinante, ti mantiene incollato pagina dopo pagina. Ed è ambientato a Sassari, in uno scenario post apocalittico. Una domanda che nessuno ti avrà ancora fatto: perché proprio a Sassari?

Tutto quello che ho scritto è ambientato a Sassari e comunque in Sardegna. Se dovessi scrivere un western lo ambienterei qui, se scrivessi una storia che si svolge su un’astronave, questa astronave finirebbe per assomigliare Sassari. Ambientare le storie nei miei luoghi per me è, in fondo, l’unico modo per raccontare una storia fin nel profondo, evitare la superficialità, e quindi sentirmi un narratore onesto. Sassari non è un luogo geografico, è uno stato, un punto di vista particolare sulle cose, è un campionario di volti e voci, di parole, modi di dire e di fare. In Sardegna risiedono anche i miei ricordi più puri, il mio nucleo ancestrale, la mia anima. Tuttavia i miei non sono romanzi su Sassari o la Sardegna, ma sulla natura umana, in qualsiasi luogo. La Sardegna è il luogo, il punto di partenza, il teatro, ma non il centro del discorso.

 

Un romanzo crudo, a tratti cattivo. Tanti protagonisti, sia persone che cose, elementi della natura. Come il vento, presente anche nei tuoi due precedenti romanzi. Cos’è, per te, il vento? E perché è così importante?

Dalle mie parti c’è un paesino, e dicono che sono tutti scemi perché il vento soffia incessante, confonde le teste degli abitanti e li fa ammattire. Mia nonna mi diceva, nelle giornate di scirocco, per convincermi a stare a casa dopo pranzo, che quel vento caldo era il vento del diavolo, e che quando lo scirocco soffia per le strade del paese è il diavolo che corre e sta cercando qualche anima da portarsi via. Un vecchio mi raccontò che a Capo Caccia, se qualche disperato si affaccia allo scoglio, con l’intento di buttarsi, c’è un vento nero che gli va alle spalle e lo spinge giù. E poi c’è quel vento maledetto che porta le cavallette e le aiuta a mangiarsi i raccolti, il vento che soffia d’estate si porta appresso incendi che bruciano tutto, e il vento d’inverno ti fa maledire l’inverno. Il vento ci porta lo schifo delle fabbriche e delle basi militari, prende le nuvole e ce le mette sulla testa, cariche, grigie, elettriche, poi le spazza via, alza le onde, le strozza, si porta via i palloni, mai avuto pietà per noi, il vento.
Verrebbe quasi da dire che è un enorme fastidio, eppure, quando non c’è, lo vogliamo, “Fattat bentu, fattat bentu, sutta sa cappa ‘e Santu Larentu canta unu berbu”, uno di quegli scongiuri che levano malattie e dolori. Perché il vento è parte di noi, del nostro nucleo, dell’essenza ancestrale di questa isola, non ha confini né tempo, e ci unisce tutti, buono, cattivo, o semplicemente quel che è, elemento perpetuo di una terra antica.

 

Tra i personaggi centrali del romanzo c’è Don Casu: un parroco che va decisamente al di là dei classici stereotipi. Che rapporto hai con i preti, e la religione?

Non sono religioso ma ascolto tutti, osservo con curiosità, rispetto chi crede, e per questo sono critico su alcuni aspetti. Credere in qualcosa oltre noi è un bisogno dell’uomo da quando esiste. Personalmente non ci vedo niente di male, la ricerca del trascendente mi affascina, e socialmente non saprei fare il paragone tra vantaggi e svantaggi. Certo, è un peccato che la religione sia spesso una scusa per azioni violente che hanno principalmente ragioni economiche e di ordine o disagio sociale, dalle crociate passando per la caccia alle streghe, dalle le guerre in medio oriente fino ai più recenti attentati in giro per il mondo.

 

C’è un altro personaggio, che mi ha incuriosito: Casino. Un lavoratore dalla mano pesante. Uno che incute rispetto, timore, in tutti, suo figlio compreso. Quanti Casino esistono, a Sassari? E quanti ne hai conosciuto di persona?

Casino è certamente un personaggio sassarese, per certi versi nel libro rappresenta la voce del mio quartiere, che è il centro storico. Casino è uno di quei personaggi minori che attraversano tutti i libri della trilogia, è un tipo pericoloso, ma in fondo divertente, ha l’ironia e la diffidenza dei sassaresi, e un’idea tutta sua di rispetto, di lavoro e di famiglia. Ne ho conosciuto più di uno, nei bar del centro storico non è difficile incontrarli e berci assieme. A qualcuno potrebbero incutere timore, ma a volte ci passi tutta la sera insieme e ridi tanto.

 

In alcune interviste hai detto che la narrazione in Grande Nudo è verosimile. Posso chiederti quali aspetti del tuo libro consideri possano rispondere al mondo che vedi e vivi oggi?

Ogni narrazione di fiction ha un lato preponderante di invenzione, ma sotto l’invenzione c’è spesso il riferimento ad una realtà esistente. In Grande nudo, man mano che la storia avanza e cresce, si parla di attentati, di migrazioni, di razzismo e di guerra. Mi pare che siano tutti elementi verosimili, calcati, non a caso, su quanto accade in questo preciso periodo storico.

 

Per leggere Grande Nudo ho lasciato in sospeso un romanzo di Murakami, che però ogni tanto riprendevo, e mi è sembrato di notare delle somiglianze tra il suo stile e il tuo, in particolare nel modo in cui le vicende si intrecciano, creando storia parallele durante la narrazione.
Devo dormire di più, o pensi che effettivamente ci sia qualche contatto?
Oppure, rigirando la domanda: ci sono degli scrittori da cui hai preso particolare spunto e ispirazione, per questo lavoro?

Murakami è un grande scrittore, un maestro sotto ogni aspetto, e dai maestri c’è sempre da imparare. I romanzi che si sviluppano attraverso storie parallele mi piacciono e ci sono una miriade di scrittori che ne hanno scritto di straordinari, sparsi in centinaia d’anni di letteratura. Se dovessi citare degli scrittori importanti per Grande nudo, oggi direi Sergio Atzeni per la magia, Agota Kristof per la pesantezza, Kurt Vonnegut per la leggerezza, Cormach McCarthy per realtà.

 

C’è un messaggio particolare che vuoi trasmettere con questo libro?

Volevo soprattutto scrivere la storia che avevo dentro da qualche tempo. Volevo farlo attraverso una grande avventura, qualcosa di profondo ma avvincente, dove si intrecciano amore e odio, pace e guerra, vita e morte. Questo è quello che volevo dal mio libro e per questo è nato Grande nudo. Alla fine di tutto resta la speranza che ancora nutro nel genere umano. Se un messaggio ci deve essere, penso che sia questo: credo ancora in noi, spero ancora che un mondo migliore sia possibile e spero che a costruirlo possano essere i nostri figli col nostro aiuto. Ci spero nonostante tutto, ed è possibile che mi sbagli.

 

Mentre scrivevi Grande Nudo hai pensato per immagini? Ti piacerebbe vedere la storia di Grande Nudo, la trilogia, su uno schermo?

Penso per immagini, scrivo per immagini, Grande nudo stesso nasce da un’immagine, un dipinto di Tom Wesselmann che si intitola Grande nudo americano e, come si può intuire, ha ispirato il titolo del mio romanzo. Mi piacerebbe eccome vedere la trilogia su uno schermo, ma sono sogni.

 

Progetti futuri, sia libri che cinema?

Non vedo l’ora di vedere “Ovunque proteggimi” il nuovo film di Bonifacio Angius, di cui ho scritto la sceneggiatura insieme a Bonifacio e a Fabio Bonfanti. Ancora ci vuole un po’ e aspetto con piacere. Nel frattempo scriverò un altro libro. Penso di poter dire con certezza che lo farò.

 

Grazie per il tuo tempo, Gianni.
Ecco, Grande nudo è davvero un libro che merita di essere letto.

ATTENZIONE! Nel frattempo, siete tutti invitati alla presentazione di Grande nudo ad Alghero, venerdì 15 settembre dalle 19.00, nella libreria-vineria Cyrano! Segui l’evento ufficiale su Facebook e vieni a trovarci.

Fonte Immagine Copertina

 

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