Il mercato libero che rende liberi

Quattro ragazzi algheresi, studenti universitari di economia e giurisprudenza, hanno letto il nostro precedente articolo sul TTIP e hanno deciso di dare una loro completa, dettagliata e personale risposta. Li ringraziamo per il contributo e pubblichiamo.


Questo è un articolo di risposta a Il mercato libero che rende schiavi pubblicato su Blogamarì il 13/11/2015.

L’intento non è assolutamente quello di screditare o mettere in cattiva luce l’autore dell’articolo. La volontà è solo quella di non veder affrontare un argomento delicato e importante in modo unilaterale, portando nella discussione diversi punti di vista.

Ringraziamo il blog per l’ospitalità.

Prima di cominciare vogliamo raccontarvi brevemente una storia. Si tratta di uno dei celebri “sofismi economici” di Frédéric Bastiat, pubblicati per la prima volta nel lontanissimo 1845, e vorremmo che teneste a mente questa storia, o almeno la sua morale implicita, per tutto il corso della lettura.

La storia, o il sofisma, si chiama “La Petizione dei Fabbricanti di Candele”. Tratta di una distopica, ma a ben vedere non improbabile, richiesta che i fabbricanti di candele avanzerebbero al parlamento francese.

“Noi subiamo l’intollerabile concorrenza di un rivale straniero” annunciano, “che inonda il nostro mercato nazionale ad un prezzo favolosamente ridotto”.

Questa concorrenza sleale, secondo lorsignori, getta in stagnazione una enorme fetta del settore. E giù quindi di piagnistei  e lamentele (e complottismi).

Chi è il concorrente sleale è presto detto: questi altri non è che il sole.

Che fare allora? Quale soluzione adottare? Semplice: i fabbricanti di candele francesi propongono di approvare una legge che “ordini la chiusura di tutte le finestre, lucerne, tramogge, puntelli, persiane, tende, imposte.[…] In una parola, di tutte le aperture, buchi, crepe e fessure attraverso le quali la luce del sole ha uso di penetrare nelle case, con danno delle belle industrie delle quali noi siamo orgogliosi di aver dotato il paese, che non possono senza ingratitudine essere abbandonate oggi ad una lotta così diseguale.”

Vi vogliamo bene, il sofisma e lungo, i fabbricanti di candele straparlano e noi vi risparmiamo tutto il resto (per i più curiosi: l’integrale lo trovate QUI), tuttavia sappiate che il discorso prosegue con alcuni degli stratagemmi retorici tipicamente usati dai sostenitori dei dazi doganali e del protezionismo: dar lavoro ai connazionali, rilanciare il mercato interno, proteggere il made-in-paeseX dalla concorrenza sleale, evitare l’invasione etc etc.

Tenete tutto questo a mente e chiedetevi, nel frattempo, chi ci guadagna e chi ci perde.

Tutto ciò però era solo un piccolo riscaldamento. Ora le cose si fanno serie, ora il gioco si fa duro, ora parliamo di TTIP.

Sappiamo di esser nella posizione scomoda di chi deve dire tante cose cercando di non uccidere nessuno di noia, pertanto testa bassa e dritti al contrattacco.

È la democrazia rappresentativa, baby!

Il primo argomento che crediamo sia necessario affrontare è quello della segretezza del TTIP.

Parafrasando Churchill, ci verrebbe da dire subito: è la democrazia rappresentativa, baby!

La scelta di metter sul tavolo un accordo di libero scambio USA-UE non è certo stata fatta da rettiliani o Illuminati. Il presidente Obama e la Commissione Europea – al tempo guidata da Barroso, sostenuto dalla stessa maggioranza che oggi appoggia Junker – hanno iniziato le trattative forti di un mandato chiaro e legittimo, perché figlio del processo elettorale e democratico.

Attualmente l’accordo è nelle mani delle due delegazioni (ma si può trovare ogni tipo di informazione sul sito della Commissione Europea, perfino consultazioni online degne del M5S). Arrivati ad un testo unico, questo verrà presentato all’EuroParlamento, dove siedono i nostri (ma, forse, per fortuna soprattuto gli altri) europarlamentari. In sede di votazione l’accordo potrebbe essere tranquillamente bocciato. Il voto non è un puro pro-forma: nel 2012 un accordo simile finì col non essere approvato.

Siamo nelle mani dei nostri rappresentanti, insomma.

Crediamo sia già più che sufficiente questo a spiegare come stanno le cose circa l’accountability del TTIP, tuttavia non ce la sentiamo di non affrontare un’altra questione: il processo di policy making – esclusi i geek della cosa pubblica – annoia chiunque. Nessuno se ne interessa. Preferiamo vedere i filmati delle bagarre parlamentari piuttosto che i resoconti dei lavori di commissione: questo processo mentale vale a qualsiasi livello.

Per interessarci a questo genere di dinamiche è sempre necessario che qualcuno condisca il tutto con un pizzico di thriller, un po’ di Shutter Island e un cucchiaio di House of Cards.

Sorvolando sui motivi che spingono alcuni giornalisti/opinionisti/politici a costruire questo genere di narrazioni, è vero che tutti finiscono coll’interessarsi all’argomento, sì, ma la discussione è ormai avviata sui binari sbagliati. Ciò che segue ne è l’esempio.

Privatizzazione è quando mercato fischia, circa.

L’articolo a cui rispondiamo parla, in maniera piuttosto preoccupata, di privatizzazioni.

Privatizzare vuol dire spostare la proprietà di un ente o di una azienda dal controllo statale a quello privato. Seriamente. Nel senso che il privato ne diventa proprietario, possedendo la totalità o la maggioranza dell’ente/azienda. Questo vuol dire inserire l’ente/azienda entro il processo concorrenziale tipico del mercato (su cui torneremo) – niente a che fare, ad esempio, con la “privatizzazione” delle Poste di cui magari avete sentito parlare.

Sarebbe estremamente interessante intavolare una discussione seria sulla questione privatizzazioni-sì/privatizzazioni-no. Sarebbe bello, davvero. Ma in questo frangente sarebbe del tutto inutile.

Il Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti non parla assolutamente di privatizzazioni. Qualunque cosa leggiate al riguardo sappiate una cosa: è una bufala. È una bufala che, a voler pensar male, fa bene solo a qualcuno (ricordate i fabbricanti di candele?).

I servizi pubblici rimarranno saldamente nelle mani gelose degli stati nazionali, continueranno ad esser gestiti dai governi  e sempre gli stessi governi continueranno a scegliere gli standard cui essi dovranno sottostare. Business as usual. I governi continueranno a scegliere il regime di offerta che preferiranno: potranno optare per il monopolio o potranno cedere le licenze a fornitori di servizi specifici. Tutto proprio come oggi.

Parlando di cosa c’è realmente nel TTIP, sappiamo che l’accordo prevede invece solo la possibilità che un’impresa extra-europea, autorizzata dal governo ad operare entro i propri confini, venga trattata alla pari di una azienda europea. I governi potranno dunque stilare elenchi di servizi che le aziende extra-UE potranno fornire (c.d. elenchi positivi) e elenchi di servizi che non potranno fornire (elenchi negativi).

Celebrity Deathmatch: Multinazionali VS Stati Nazionali

Ciò che più di tutto terrorizza gli oppositori dell’accordo non è però tanto veder retrocedere l’intervento dello stato in favore delle aziende private, quanto quello di vederlo retrocedere in favore delle aziende straniere, multinazionali (private o statali poco importa) capaci, a loro detta, di influenzare le policy dei governi.

Le conseguenze? OGM sulle nostre tavole, lavoratori trasformati in schiavi, piccole e medie imprese distrutte.

Lo strumento della catastrofe? L’ISDS, ovvero l’Investor-State Dispute Settlement.

Cos’è? L’ISDS è uno strumento di diritto internazionale atto a garantire ad un investitore straniero di aprire un procedimento di risoluzione delle controversie con i governi stranieri, di fronte ad una corte arbitrale, in caso ritenga che nuove leggi locali minaccino gli investimenti effettuati. Il meccanismo nasce negli anni ’60 e nasce per un motivo piuttosto banale: erano i primi anni di delocalizzazione, quelli che han dato il via  alla crescita dei paesi che ora noi chiamiamo “in via di sviluppo”; sfortunatamente molti di questi paesi, negli anni ’60, non erano neppure lontanamente delle civili democrazie, così spesso capitava che i regimi al governo finissero col nazionalizzare (ovvero rubare) intere imprese tirate completamente su attraverso i soldi degli investitori. Potete solo immaginare il “disappunto” dei truffati. Così nacque l’ISDS: un meccanismo inserito negli accordi di investimento per cui, se interpellata, una corte arbitrale avrebbe deciso non se le leggi promulgate dagli stati fossero o meno legittime (nessuno può interferire con la sovranità degli stati nella propria capacità riformatrice, giusta o sbagliata che sia), bensì se l’investitore fosse stato danneggiato dalle nuove leggi e pertanto fosse meritevole di risarcimento.

Perché una corte arbitrale? vi chiederete voi. Perché non giudici e magistrati della nazione interessata?! Risposta: giochereste mai una partita di calcio in cui arbitro e guardalinee sono padri e zii dei giocatori della squadra avversaria?

Quindi, come già detto, l’ISDS non inibisce in alcun modo la possibilità dei governi di riformare i propri ordinamenti, poiché il meccanismo di Dispute Settlement vale solo per gli investimenti, mentre ne rimangono esclusi ambiti quali ambiente , lavoro, welfare, finanza pubblica e sicurezza nazionale.  Non solo: fino ad ora la clausola in questione è stata usata in più di 1400 accordi commerciali bilaterali dell’Unione Europea e dei suoi stati membri. Non s’è vista neppure l’ombra dell’apocalisse che qualcuno descrive.

Bonus

Dopo un veloce e semplice lavoro di debunking lasciateci fare, almeno per un attimo, gli avvocati del diavolo.

Abbiamo deciso di dare un titolo preciso a questo articolo e vorremmo spiegare perché, secondo noi, il mercato libero ci rende liberi e perché quindi, pur con occhio vigile, dobbiamo incoraggiare l’approvazione di un accordo internazionale come il TTIP.

Come detto da Alessandro Fadda nel suo articolo, Stati Uniti e Unione Europea voglion dire quasi il 50% del PIL mondiale: non c’è vergogna in ciò, siamo la parte più ricca e tecnologicamente avanzata del mondo, si parla cioè di un mare di gente (noi tutti compresi) che acquista e vende prodotti, beni e servizi a chiunque sia disposto a vendere o comprare quei prodotti, beni e servizi al prezzo fissato.

Può sembrare qualcosa  di astratto o complesso, di adatto a tecnici ed esperti, ma non è niente di più, niente di meno di quel che ogni venerdì sera tutti noi facciamo in tutta Alghero: compriamo e/o vendiamo cibo, bevande, intrattenimento o altro a prezzi più o meno uguali in posti più o meno diversi. Coloro che comprano – come noi che scriviamo – cercano il cibo, la bevanda o l’intrattenimento per loro migliore al minor prezzo. Coloro che invece stanno dietro al bancone, qualunque sia il locale o negozio, cercano di attirare il maggior numero di clienti con il miglior mix di qualità e costi.

Vi dice nulla 0,66 di birra a € 2,50?

Cosa è se non il risultato di una libera concorrenza fra due dei locali più frequentati di Alghero? Un giorno un locale decide di venderla a € 3, e parte delle persone si spostano là. Il giorno dopo, un altro, abbassa il suo prezzo a € 2.75, e le persone automaticamente prendono le birre da quest’ultimo. Chi è che vince? Colui che riesce a sostenere i propri costi garantendo al pubblico il prezzo migliore, € 2,50 in questo caso. E questo è un sacrosanto diritto a prescindere dalla nazionalità del bar che vende la birra. Se un americano aprisse un negozio davanti al mercato di Alghero in via Mazzini, e riuscisse a vendere la sua birra a € 2,30, vi lamentereste? Chi ha vantaggio da tale concorrenza se non noi che la birra la compriamo?

Ogni volta che liberamente scegliete di acquistare qualcosa, qualunque sia la ragione, da qualcuno, voi siete mercato libero e il mercato è tanto più libero quanto minori sono le costrizioni che rischiano di inibire o modificare la vostra scelta. Proprio come i dazi doganali, proprio come la legge speciale che i fabbricanti di candele avrebbero voluto approvare.

Eliminare i dazi doganali per le importazioni e le esportazioni fra USA e EU creerà il più grande spazio di libertà economica mai visto e ridurrà i costi per qualunque europeo o americano importi o esporti da una parte all’altra dell’Atlantico. A rimetterci saranno coloro i quali da quei dazi, da quel nostro minor grado di libertà economica, ci guadagnavano: i burocrati per primi e i fabbricanti di candele a seguire. A rimetterci non saranno di certo tutti gli altri, di certo non tutti noi che potremo scegliere di acquistare beni e servizi migliori a prezzi più bassi, che potremo scegliere liberamente.

E quando venne inventata la lampadina, qualcuno si può chiedere, chi tutelò i fabbricanti di candele? Che fine fecero? “Poveracci”, diranno alcuni. Ma questa è un’altra storia, che lasciamo ad un’altra volta, e siamo già molto felici di avervi allietato – si spera – con questa.


Di Filippo Camerada, Alessandro Cocco, Giovanni Martinez, Glenn Regis.


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