Il mercato libero che rende schiavi

Lo chiamano Libero Scambio tra le due aree che insieme detengono quasi la metà del PIL globale. La curiosità, o il problema, nasce dal fatto che del trattato in questione non si conosce praticamente nulla, se non poche e sparse informazioni.

Alessandro Fadda

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Laureato in design. Appassionato di tutto ciò che è compreso nel dittico arte e cultura.
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C’è un fantasma che si aggira per l’Atlantico, il fantasma che ben presto prenderà consistenza e sarà visibile agli occhi di tutti. Il suo nome è TTIP, che è l’acronimo di Transatlantic Trade and Investiment Partnership: in pratica, un accordo commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea.

Lo chiamano Libero Scambio tra le due aree che insieme detengono quasi la metà del PIL globale. I negoziati sono iniziati nel 2013 e proseguono da allora, condotti dalle Commissioni del Commercio di entrambi i paesi. Ben presto, il parlamento Europeo sarà chiamato a votare il trattato che ne deriverà. E fin qui, tutto bene. Di trattati se ne stipulano parecchi, alcuni auspicabili altri opinabili.

La curiosità, o il problema, nasce dal fatto che del trattato in questione non si conosce praticamente nulla, se non poche e sparse informazioni. La segretezza è l’imperativo per portare avanti i negoziati.

Perché tutto questo silenzio sopra uno degli accordi più importanti che potrà cambiare l’andamento dell’Economia Europea?

Dalle informazioni che si hanno sul TTIP, emergono delle novità importanti per quanto riguarda il libero scambio di merci e di investimenti.

È previsto un netto cambiamento di rotta nella gestione dei dazi doganali pensato per favorire il commercio, cosa che porta la maggior parte dei tecnici di settore ad essere favorevoli.

Per intenderci, la burocrazia verrebbe smaltita garantendo alle merci un accesso al mercato senza dazi sugli scambi, liberalizzando i servizi e gli appalti pubblici e consentendo agli investitori di citare in giudizio un Stato che potrà poi essere giudicato da un arbitrato internazionale. L’accordo prevede una sorta di equilibrio normativo e commerciale tra i vari stati membri: un’omologazione che favorisca punti d’incontro e facilitazioni sotto tutti gli aspetti.

A leggerla così, non si capisce proprio il perché di tanta segretezza. Sembra quasi si stia spianando la strada per la nascita degli Stati Uniti d’America e d’Europa Inc.

Viene da pensare come mai, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico, ci siano numerose associazioni che da mesi si stiano opponendo affinché questo trattato non veda mai la luce. Il tutto nell’indifferenza dell’opinione comune. I cambiamenti epocali dovrebbero prima di tutto essere a conoscenza delle persone. Quell’agglomerato di individui che diventano popolo e che come cittadini sono essi stessi Stato e Nazione.

Il diritto d’informazione è doveroso e le scelte sul popolo non dovrebbero mai cadere dall’alto.

Il TTIP comporta dei problemi di origine identitaria e va a ledere tutte le normative che sono diventate vigenti grazie all’esperienza dei singoli stati e delle loro legislazioni in materia.

Per farla breve, se il TTIP dovesse passare per come è concepito adesso, i diritti dei lavoratori verrebbero minacciati in quanto si creerebbe un impasse tra le norme Europee, che si rifanno a quelle dell’Onu, e le norme Usa che non hanno mai ratificato a pieno tali norme.

La protezione doganale cadrebbe per i prodotti delle piccole e medie aziende agricole europee.

La coltivazione degli OGM verrebbe imposta come attuazione del libero mercato tra le due potenze.

La delocalizzazione delle multinazionali verrebbe favorita, permettendo loro di cercare stati con costo della manodopera inferiore rispetto al paese di origine. E tutto questo senza obblighi tassativi. Le multinazionali senza freni creerebbero un baratro alle imprese che non possono competere con i colossi commerciali.

Verrebbero incentivate le privatizzazioni di tutte le strutture che storicamente sono a controllo statale come elettricità, acqua, istruzione e sanità. Sempre per amore della concorrenza del libero mercato.

E per ultimi i consumatori si dovranno muovere nelle intricate regole che verranno fuori dallo scontro tra norme Europee e Americane, correndo il rischio di non avere più alcuna informazione certa sulla merce che si andrebbe ad acquistare, dal cibo ai farmaci.

I cittadini hanno ben poca voce in capitolo sulle negoziazioni, ma partendo dall’informazione e seguendo le vicende dell’iter che porterà alla votazione, potranno decidere con coscienza da che parte stare.

Forse questa volta come non mai restare ignoranti sulle cose che accadono ai piani alti non è mai stato così pericoloso.

Attendendo sviluppi, pensiamo a quale sia il fine ultimo delle persone, costituitesi come popoli, come Nazioni e come unione di Nazioni. Favorire la felicità di tutti o di pochi, equiparare il gap tra ricchi e poveri o incentivare l’arricchimento di chi controlla già quote immense di mercato.

Alla fine è questo che fa di noi dei cittadini. Questa volta non si può proprio pensare al proprio orticello e basta, anche perché un domani potrete non sapere cosa ci sarà coltivato.


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