Il Trenino Verde (di Bacco): il lato buono delle ferrovie sarde

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
Ignazio Caruso

Latest posts by Ignazio Caruso (see all)


C’era una volta un treno e c’è ancora. Dagli anni ’30 ad oggi, come se il tempo fosse passato per tutti, soprattutto per i suoi più titolati colleghi, taglia in due il nord Sardegna con la lentezza e la gravità delle grandi macchine del secolo scorso, attraversando paesaggi sospesi anch’essi nel dolce limbo dell’immutabilità, tra colline ponti discese gallerie, interrompe il silenzio della terra per il più classico dei coast to coast: dalla Riviera del Corallo alla Costa Smeralda, due miti del turismo isolano ridotti a semplici luoghi di partenza e arrivo, i punti A e B di qualcosa di molto più profondo, affascinante e concreto.

Sassari Tempio Palau

http://www.treninoverde.com/

Questa domenica il Trenino Verde, di questo stiamo parlando, si è cinto di pampini e grappoli d’uva trasformandosi nel Treno di Bacco, per condurre i devoti alla divinità romana del vino e della vendemmia lungo uno stuzzicante e redimente percorso a tappe: da Sassari a Tempio, passando per Nulvi e Perfugas, inebrianti degustazioni e abbondanti sollazzi sono stati offerti all’onesto prezzo di 25€. Tra quei fedeli a Bacco, io.

img9722746

http://www.treninoverde.com/

Partenza stabilita alle 9,30 dalla stazione di Sassari. Il treno giunge puntuale e noi ci accomodiamo. I sedili sono in legno, di quello ostinato e severo, ma non ci si pensa: superati i depositi, le officine e la periferia della città, si apre il paesaggio agreste di orti e oliveti. La giornata è buona, la luce è forte e il sole è caldo. Affrontiamo una lenta e costante salita, fiancheggiando le colline seguendo i binari abbarbicati lungo i pendii. Si scorge Osilo, lo si attraversa, poi si arriva a Fenosu, posto a 535 metri sopra il livello del mare. Da qui comincia la discesa verso il fiume Coghinas. Ma prima, c’è la fermata a Nulvi.

image (7)

Veniamo accolti dalle Tenute Delogu e dalla Cantina Gostolai. Menzione d’onore al rappresentante di quest’ultima il quale, oltre che servire dell’ottimo Nepente, offre sprazzi di cultura e da ferrato linguista ci ricorda l’etimologia del celebre nome del Cannonau di Oliena: «Nepente, dal greco ne penthos, cioè nessuna tristezza». Così, infatti, veniva chiamata una misteriosa bevanda medicamentosa nell’antichità. Si passa da Omero a Plinio il Vecchio, da Gioacchino Winckelmann a Gabriele D’Annunzio; fu proprio il Vate a rispolverare il termine dopo la sua visita ad Oliena. Io ascolto tutto con attenzione e mi guadagno un bis. Poi un altro e un altro ancora.

Risaliamo sul treno. All’interno della carrozza nasce un’accesa discussione. Pare che durante la sosta a Nulvi, tre vulcanici ultrasettantenni siano saliti a bordo e abbiano, loro e le loro pance, occupato un posto in precedenza impegnato da due signore. Fra i tre spicca signor Gavino, il più istrionico senza dubbio, che lamenta dal canto suo uno spostamento clandestino della propria borsa frigo. Pare ci tenga molto, alla sua borsa frigo. Sig. Gavino alza la voce, ma poi si placa, calmato dal più tranquillo della banda, quello che indossa una cravatta. Tutto si risolve con i tre che si siedono di rimpetto alle due signore. Per la gioia delle due signore. Fuori dal finestrino il paesaggio è da far-west, con le caratteristiche mesas della zona. Superata la stazione di Laerru, giungiamo a Perfugas, dove è prevista la seconda sosta.

image (11)

Ad attenderci la Cantina Sorace e il delizioso quadretto familiare offerto dalla Deperu-Holler, insieme al loro ottimo bianco. La pro-loco di Perfugas ha buon gusto, soprattutto per quanto riguarda la ricotta mustia. Grazie, pro-loco di Perfugas, lo dico a nome di tutti i presenti.

Purtroppo il tempo stringe e si è già in ritardo sulla tabella di marcia. Il Treno di Bacco, raccolti i suoi fedeli, si scaglia ad alta velocità attraverso la pianura del Coghinas, passa sopra il fiume (il terzo dell’isola per lunghezza) grazie ad un meraviglioso viadotto, per poi apprestarsi ad imboccare la famosissima – famosa può bastare – galleria elicoidale di Bortigiadas, autentico capolavoro di ingegneria ferroviaria. «Ce l’abbiamo solo noi in Sardegna, in Svizzera e in Cile. Sembra una barzelletta» ci dice uno degli organizzatori. E in effetti lo è. Comunque, ne riporto la descrizione:

«Per poter giungere alla stazione di Bortigiadas i treni provenienti da Sassari avevano la necessità di salire di 70 metri di quota; la soluzione fu trovata scavando attraverso la dura roccia un percorso a spirale che, girando verso l’alto all’interno della montagna quasi come una scala a chiocciola, permetteva ai convogli di superare agevolmente il tratto in ascesa. L’opera d’arte è stata realizzata con tale maestria che il viaggiatore ben difficilmente riesce a percepire il moto rotatorio del treno all’interno della galleria, nei suoi 525 metri di percorso». (Da www.lestradeferrate.it).

elicoidale5

Completato il giro di giostra, risolto in qualche prolungato attimo di buio totale, arriviamo sani e salvi alla stazione di Tempio.

image (14)

La stazione di Tempio Pausania è sicuramente una delle più belle e caratteristiche dell’intera rete ferroviaria regionale. È stata edificata agli inizi degli anni ’30 e ne riporta per intero lo spirito. Se siete dei fanatici del vintage, e lo siete, dovreste visitarla. Nella sala d’aspetto, oltre agli sportelli retrò per telegrafo e biglietti, è possibile ammirare le tele di Giuseppe Biasi, famoso pittore sardo del ‘900. Le rappresentazioni ci mostrano la società sarda del tempo che, in barba alla crisi del ’29, ostentava benessere protetta nel suo microcosmo campestre. Le cose ora sembrano cambiate.

image (15)

All’interno della stazione, ancora vino: Cantina Sociale Gallura e Tenuta Muscazega. Poi si va a pranzo, in un ristorante appena fuori Tempio. Al ritorno, una breve visita al Museo dell’Officina, nel quale sono riprodotti fedelmente gli ambienti di lavoro del tempo, con tanto di cinghie di scorrimento incernierate al soffitto, incudini, forni e altre diavolerie. All’interno del museo, inoltre, sono custodite le affascinanti carrozze della ditta piemontese Bauchiero, risalenti al 1913, interamente in legno e ottone, con fiabeschi sedili in velluto.

image (18)

Intorno alle 18, in ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma comunque soddisfatti, ci rimettiamo in marcia verso Sassari. Alla fine sig. Gavino ha fatto amicizia con le signore alle quali aveva rubato il posto, che a loro volta gli avevano spostato la borsa frigo. A proposito, la borsa frigo. Sig. Gavino estrae da sotto al sedile quel vaso di pandora a righe bianche e blu. Ne sfodera un’ampolla accuratamente custodita, la apre e riempie tre bicchieri, per sé e per i suoi compari. Non è un semplice ammazza-caffè, non è un semplice limoncino. Sotto educata pressione dell’intero vagone, Sig. Gavino visibilmente a malincuore riempie altri bicchieri, finché di quel pregiato liquido non rimane che l’aroma nell’aria. Per fortuna c’è anche una bottiglia di grappa.

«Ma le mogli dovete le avete lasciate?» chiede una passeggera.
«Al cimitero, tutte e tre» gli risponde sig. Gavino, con un sorriso amaro.
Rimaniamo tutti un po’ interdetti, poi quella risponde:
«Strano, di solito ci sono più vedove che vedovi».
Avevamo fatto tutto il viaggio con a fianco una luminare dell’Istat, e non ne abbiamo approfittato. Peccato.

Si fa buio. Si intravedono le luci di Sassari. La stanchezza si fa sentire, qualcuno si addormenta, cullato dal dondolio del treno e dalla luce fioca delle lampadine.  Sig. Gavino, finita la grappa, fa un po’ di filosofia:
«E dire che ora, la gente, la domenica, va a Città Mercato. Anche mia moglie voleva andare sempre a Città Mercato. Certe litigate».
«Se ne freghi, sig. Gavì. Più vino per noi» gli rispondo. Lui quasi mi ignora.
«Ma cosa ci va a fare la gente a Città Mercato?» mi chiede, si chiede.

Boh.

Alle 21,30 arriviamo a Sassari.


Commenta

commenti