«L’indipendenza della Catalogna? Per me, una missione suicida»

Abbiamo parlato con Simone Callisto Manca, giornalista italiano che vive a Barcellona dal 2010. Ci ha raccontato la sua visione su quello che sta succedendo, tra riflessioni, attualità e cenni storici.

Claudio Simbula

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«L’indipendenza della Regione Catalana? Una scelta non condivisa dal popolo, che porterà problemi e scenari cupi». L’opinione di un giornalista italiano.

Sono giorni caldissimi a Barcellona e in tutta la Catalogna. Mente il governo centrale di Mariano Rajoy ha deciso di ricorrere all’articolo 155 della Costituzione Spagnola per destituire il Governo della Generalitat Catalana, la Regione ribolle. Abbiamo parlato con Simone Callisto Manca, giornalista italiano che vive a Barcellona dal 2010, per ascoltare la sua opinione su quello che sta accadendo.

Buongiorno Simone. Dunque, che sta succedendo in Catalogna, e a Barcellona?
Ecco, è in atto uno scontro molto forte tra due governi, quello regionale contro quello nazionale, a proposito dell’indipendenza.

Il governo regionale reclama l’indipendenza in base a un presunto mandato popolare, il governo nazionale non è della stessa opinione e così si sta assistendo a uno scontro molto forte, che dal livello politico sta passando a un livello sociale ed economico.In sostanza, è uno scontro tra due visioni della Catalogna (Catalunya) e della Spagna e sul ruolo dei due governi.

Uno scontro tra due visioni di Spagna e Catalogna

Cosa pensi dei quanto accaduto negli ultimi giorni?

Per quanto riguarda l’attualità, sono giorni molto importanti. Il governo nazionale, presieduto dal Partido Popular, in questo caso d’accordo con i socialisti (PSOE) e con il partito Ciudadanos, ha dato un’ultimatum al governo regionale per chiarire se si sia dichiarata o meno l’indipendenza. Vista la risposta-non risposta di Charles Pudjemont, Presidente della Regione Catalogna, il governo ha deciso di utilizzare l’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che permette al governo nazionale di avocare a sé le funzioni legislative delle regioni autonome che non rispondano a principi basici, come il rispetto della Costituzione.

 

Hai parlato del “presunto” mandato popolare della Generalitat, il governo regionale della Catalogna. Perché lo definisci presunto?

Perché il referendum indetto il 1° ottobre aveva un vizio di base: non c’era un chiaro mandato popolare (e andava non solo contro la Costituzione, ma anche contro l’Estatut de Catalunya e il regolamento del Parlament de Catalunya). In Catalogna due anni fa ci sono state delle elezioni definite dagli indipendentisti “plebiscitarie”.

Da quelle elezioni il testimone della presidenza della Generalitat passò da Artur Màs a Charles Pudjemont, sindaco di Girona, fortemente indipendentista, che definì il suo un “mandato per l’indipendenza”. Ma la maggioranza del popolo non si era pronunciato davvero per l’indipendenza!

Il blocco indipendentista in Catalogna non ha la maggioranza sociale

 

E così si è arrivati al referendum del 1° ottobre.

Esatto. A proposito, sottolineerei una cosa: la legge che ha deciso il referendum è stata votata dal Parlamento regionale andando contro al regolamento del Parlamento stesso, ed è stata approvata passando sopra le proteste dell’opposizione. Il blocco indipendentista in Catalogna non ha la maggioranza sociale, tra il popolo, e questo è stato un grave errore.

Il referendum, poi, non era così serio com’è stato raccontato. Non prevedeva un censo, ci sono stati casi di voto multiplo e tante irregolarità. In alcuni seggi, ad esempio, si sono registrati più voti rispetto al numero degli aventi diritto. Si tratta di un referendum nato male e gestito male.

 

Una frase che i sostenitori dell’indipendenza catalana ripetono spesso è “Vogliamo avere il diritto di votare pro o contro la nostra indipendenza”. Perché non potrebbe essere concessa questa possibilità?

Chi sostiene questo parte da un presupposto che va rovesciato. In Spagna viviamo sotto una democrazia rappresentativa, non diretta o plebiscitaria. I politici catalani dovrebbero lavorare per cambiare le regole, non per “saltarle”. La Catalogna non è uno stato ma una regione, costituita con un regolamento approvato dai catalani solo quattro decenni fa. Questo è un discorso pericoloso: la costituzione di un paese non può essere bistrattata e non rispettata in questa maniera, per poi essere magari chiamata in causa quando lo si desidera di più, quando conviene. La Catalogna non è riconosciuta da nessuno come stato e le regole dell’autoregolamentazione dei popoli non prevedono il caso di questa regione: esistono delle leggi, e vanno rispettate.

A proposito, un’altra osservazione: era chiaro dall’inizio che questa avventura indipendentista non fosse legale. Chi ha intrapreso questo cammino sapeva dall’inizio che si sarebbe arrivati a uno scontro con il governo centrale. Chi va a testa bassa contro lo stato poi non può sorprendersi per la sua reazione.

La Costituzione di un paese non può essere non rispettata e chiamata in causa solo quando conviene

 

Si è parlato di ragioni culturali, sociali, economiche: secondo te quali sono le motivazioni alla base della richiesta d’indipendenza da parte della Generalitat Catalana?

Credo ci siano varie motivazioni. Quelle politiche, senza dubbio, con un partito che aveva bisogno di mostrare il proprio attivismo, evitando di parlare della corruzione interna. Quelle culturali, legate alla storia della Catalunya. E molte motivazioni economiche. In questi anni il dibattito politico è stato monopolizzato dalla questione indipendenza e le risorse sono state utilizzate in questa direzione. Nella scuola dell’obbligo non si insegna più in spagnolo (a parte la letteratura, e solo tre ore a settimana), ma quasi unicamente in catalano. Questo ha portato le persone a sentirsi sempre più catalane ed essere spinte da quest’onda. Ma secondo me non ci sono dei fondamenti politici o sociali che possano giustificare una scelta così radicale come quella di separarsi dalla Spagna.

La causa della Catalunya indipendente non ha un appoggio internazionale, ma si è scelto di andare comunque in questa direzione. C’è un grosso pericolo di colpi di coda, con problemi sociali e di ordine pubblico.

 

A proposito di motivi economici: la Catalunya richiede da tempo la possibilità di poter gestire le proprie finanze, come fa ad esempio la regione autonoma dei Paesi Baschi. Perché il governo centrale rifiuta un dialogo a riguardo?

Su questo tema mi sembra giusto ricordare che lo stato Spagnolo anni fa offrì alla Catalogna la possibilità di una diversa gestione delle entrate e delle imposte, una sorta di Agenzia delle Entrate propria, che venne rifiutata. Oggi credo che sia ingenuo pensare alla Catalogna come isolata rispetto al resto della Spagna. La crescita della regione è possibile grazie alla sua presenza in un sistema economico più grande: se fosse tagliata fuori da questo circuito, crollerebbe tutto.

A causa della confusione data dalla questione indipendenza molte imprese stanno già andando via. Quello dell’essere indipendenti lo vedo come un discorso egoista. In tutti gli stati c’è chi produce di più e chi di meno. Il boom della Catalogna è merito anche di tante persone che sono arrivate qui dal sud della Spagna, e dal resto d’Europa e del mondo (ci sono anche tantissimi sardi), impoverendo il proprio territorio ma arricchendo la Catalogna. Che non può mantenersi da sola.
Più che chiedere l’indipendenza, sarebbe magari più utile cambiare approccio e modalità di confrontarsi con lo stato centrale. Ad esempio, i Baschi quest’anno hanno deciso di appoggiare il Governo su alcuni provvedimenti, e hanno negoziato miliardi di euro per nuove infrastrutture. Una posizione più pragmatica, rispetto a uno scontro frontale che sta disperdendo energie.

È ingenuo pensare a una Catalogna isolata rispetto alla Spagna

 

E a proposito di quanto accaduto durante il referendum del 1° ottobre?

Sicuramente il governo spagnolo ha le sue colpe, in primis per gli scontri durante il voto, che andavano sicuramente evitati. È giusto però secondo me richiedere il rispetto della legalità. Anche perchè senza stabilità politica e giuridica si rischia il disastro economico. Il sogno indipendenza catalana sta già diventando un incubo. I turisti diminuiscono, le grandi imprese vanno via, così come le banche. Chi ci rimette sono le persone comuni. Quella dell’indipendenza è una missione suicida, distaccata dalla realtà. Hanno venduto una cosa che non esisteva.

 

Gli italiani a Barcellona come vivono la situazione?

Con disagio e apprensione. È un tema che divide molto e non consente un dialogo sereno, nemmeno tra italiani. Si toccano dei punti caldi, come l’identità, che sono molto sentiti dalle persone. La popolazione italiana che conosco è divisa, in tanti desiderano mantenere una Catalogna in Spagna, ma altri auspicano l’indipendenza. C’è una forte divisione. Ma d’altra parte, i processi storici non sono immediati. Se Barcellona non sarà quella che conoscevamo, magari per diventare più chiusa e con meno opportunità di lavoro e di vita, lo vedremo tra qualche tempo. Per adesso, posso dire che molti italiani – e purtroppo non solo – iniziano a chiedersi se valga davvero la pena restare qua.

 

Ringrazio e ringraziamo ancora Simone per la sua disponibilità. Quest’intervista e le sue parole aiutano a comprendere meglio quanto accade nella Regione. Per tutti coloro che vogliono informarsi seguendo anche un’altra opinione, invitiamo a leggere la nostra intervista a Joan Adell Pitarch e al Professore Thomas Harrington sulle ragioni della richiesta d’indipendenza della Catalogna.

 

 

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2 comments

  1. Pau Vidal

    Simone, col dovuto rispetto: forse dovresti frequentare un po’ meno di italiani e un po’ più di catalani. Sembri uno che racconta la partita che ha guardato in tivù, e in più già con un partito preso. Non hai visto le manifestazioni della Diada degli ultimi sei/sette anni, con milioni di persone per strada? Perchè non provi a vederle da vicino? Così magari ti renderai conto di quello che vuole una parte importantissima del popolo catalano, certamente non quella spagnolista che a quanto pare è l’unica che conta, per te. Vorrei sbagliarmi, ma da bravo italiano sembri incapace di levarti gli schemi aprioristici. E un’ultima domanda: se il catalanismo e l’ansia di libertà ti stanno così antipatici, che ci sei venuto a fare a Barcellona? Ti consilgio di leggere il parere di una tua connazionale, Simona Levi (https://www.ara.cat/politica/Simona-Levi-L1-O-votare_0_1873012931.html ), che è da noi da molto più tempo e, onestamente, sa molto meglio di te di che cosa sta parlando. Sempre cordialmente

    • Pau Vidal

      Scusa, dimenticavo. Sai quando vai in giro nel mondo e ti dicono che tutti gli italiani sono mafiosi? Hai presente quella rabbia e quel fastidio di sapere anticipatamente che comunque non servirà a niente provare a convincere un interlocutore che preferisce la facilità del luogo comune alla difficoltà della comprensione? Ecco, così ci sentiamo noi quando dici che l’indipendenza è “una scelta non condivisa dal popolo”, come se fosse la follia di un uomo solo? Mai come fai a non capire che è proprio il contrario? Ti ripeto il mio consiglio: esci dai getthi di italiani e frequenta un po’ di catalani, vedrai che sorpresa