La disinformazione libera: tra scie chimiche e cure anti-cancro, la scienza muore nella rete

Siamo nell’era dell’informazione libera: internet ha la presunzione di porsi come custode dell’intera cultura mondiale. Ma se è vero che l’informazione viaggia libera nella rete, altrettanto vale per la disinformazione.

Giovanni Canu

Giovanni Canu

Studente affezionato della Facoltà di Psicologia di Cagliari, scrittore pubblicato, musicista e compositore casalingo. Molestatore scientifico ed agitatore di bandiere. Amante delle discussioni, logorroico e pignolo. Il tipo di persona che ti piacerebbe incontrare, ma che uccideresti una volta conosciuto.
Giovanni Canu

Siamo oramai giunti nel 2015, l’anno del progresso scientifico secondo il film “Ritorno al futuro II”. Eppure ancora non sento nell’aria il profumo di scienza, anzi…riesco quasi ad avvertire l’olezzo fetido dei roghi dell’ormai passata inquisizione.
Passata per così dire…per le strade e per i locali noto sempre più spesso persone che discutono concitatamente di pseudoscienza mentre altre, pur avendo idee nettamente discordanti e magari basate su una cultura che profuma di libri e scuole non virtuali, stanno in silenzio e lasciano correre.

Mi domando se abbiano paura dei roghi.

La cosa non deve far storcere poi troppo il naso…a quanto pare la fuga dei cervelli dal nostro paese ha lasciato dietro sé uno strascico di imbecilli, in gran numero rispetto alle poche menti aperte rimaste.
Era una situazione molto simile che, durante il periodo dell’inquisizione, ha fatto sì che menti acute rimanessero in silenzio per paura di esser messe a tacere in malo modo. È semplice matematica: la forza della maggioranza prevale sulla minoranza.
A quanto pare, ad oggi l’ignoranza prevale sulla conoscenza, o almeno alza maggiormente la voce. Mi correggo appena: la convinzione d’esser colti prevale sulla cultura reale.

E questo, a mio avviso, è molto peggio.

Siamo nell’era dell’informazione libera, in un’epoca dove internet ha la presunzione di porsi come custode dell’intera cultura mondiale. Il che potenzialmente è vero.
Ma se è vero che l’informazione viaggia libera nella rete, può esser vero che lo fa anche la disinformazione?
Decisamente sì.
Difatti il contenuto web, essendo libero per sua natura, non può esser controllato…almeno per il momento.
Ed ecco, infatti, che persone da tutto il mondo attingono a mani piene dalla rete, ingollando a gran sorsi quella che a me piace chiamare “cultura senza vincoli”. Ed ecco poi che nascono i nuovi esperti: persone che non hanno mai visto una vacca in vita loro se non nella pubblicità della Milka che parlano delle atrocità degli allevamenti; persone che non sono mai salite su un aereo e si comportano da ingegneri quando si parla di scie chimiche; individui che credono che il Buddha sia un dio e che ci si possa nutrire di solo prana come i grandi maestri di un luogo visto solamente nei manga; individui medici che curano il cancro nutrendosi esclusivamente di prodotti creduti cruelty-free, avendo come titolo di studio la Laurea all’Università di Youtube; gente che parla di omosessualità innaturale che di naturale ha visto solo la parola scritta nell’etichetta della sua bottiglia d’acqua.
Posso continuare all’infinito, ma poi mi si ingrossa la carotide e rischio di finire dal medico (munito di laurea vera, spero).
Eppure esiste un metodo molto semplice per proteggersi dalle idiozie presenti in rete, una metodica certo noiosa, ma utile al discernimento: la bibliografia, le citazioni, le firme, i riferimenti, le date. Se un articolo scientifico manca di questi elementi, è da considerarsi INUTILE.
Anche io ho fatto largo uso (complementare) della grande rete per le mie ricerche e per i miei studi, ma grazie a queste semplici informazioni ho la certezza che i dati da me utilizzati sono sempre stati corretti.
Ricordo in maniera un pochino triste un episodio accadutomi tempo fa nella mia facoltà…triste ma davvero utile.

Avevo appena finito di stendere un piccolo documento, una ricerca d’informazioni scientifiche che avrebbe avvalorato una mia tesi. Pur essendo un lavoro da nulla, ne ero fiero: ero riuscito a rendere piacevole un argomento noioso grazie all’ausilio dell’opera maestra di L. Carroll. Tutto tronfio, lo portai a farlo visionare da un mio professore, il quale smorzò quasi subito il mio entusiasmo con queste parole:

Prof.: «Parecchi studi dimostrano…», citò il mio operato e mi guardò.
Io: «Sì…?».
Prof.: «Quali studi? Dove sono i riferimenti? Non li vedo nella bibliografia. Se non li hai, cancella tutto: non sarebbe un testo scientificamente corretto altrimenti. Nessuno potrebbe verificare se ciò che dici sia vero o meno», sbraitò.

Aveva ragione. Ho dovuto ricontrollare e correggere l’intero testo e citare i “parecchi studi”, o cancellare intere sezioni.
E questo mi è servito da lezione.

Bene, ora sapete come difendervi. È finita qui dunque? Purtroppo no.

Non sono certo l’unico messia ad aver la presunzione di essere il primo con una metodica davvero illuminante. Quest’ultima esiste da quando ha avuto alla luce il metodo scientifico.
Allora perché, pur conoscendolo dai tempi di Galileo, lo si ignora gratuitamente?
Dovete sapere che esistono convinzioni radicate emotivamente ed altre radicate in termini logici1 (sì, avete visto bene! C’è un simpatico numeretto poco sopra l’ultima parola. Significa che troverete riscontro di quanto dico su un volume che citerò a fine articolo. Figo, no?).
Con le prossime poche righe involontariamente scoprirò una grossa fetta di psicologia sociale, ma non desidero parlarne in maniera più approfondita e magari corretta, almeno per il momento. Cercherò invece di spiegare in termini più semplici possibili alcune nozioni utili.
Parliamo di atteggiamenti, i quali, in modo semplicistico, sono dei giudizi su persone, oggetti o idee2.
Un atteggiamento è composto da tre componenti fondamentali: una componente emozionale, collegata alle emozioni relative all’atteggiamento; una cognitiva, legata alle idee, nozioni, informazioni che compongono l’atteggiamento; e una comportamentale, collegata alle azioni dell’individuo3.
Semplificando molto, si può dire che è la componente emozionale che più di tutte fa girare le altre due. In pratica, più un atteggiamento suscita emozioni (positive o negative che siano), più le cognizioni verteranno sul darci ragione…e la cosa si rifletterà ovviamente a livello comportamentale. Si parla in tal senso di convinzioni radicate emotivamente.
Quando invece la componente emozionale è equilibrata o semplicemente piatta, allora le nostre cognizioni non avranno un verso: verranno smentite, confermate o semplicemente ampliate tramite un rigore logico, riflettendosi sul comportamento.
È dunque per questo motivo che le convinzioni radicate a livello logico sono molto più facili da gestire, da eliminare o da ampliare: non sono vincolate dalle emozioni.

Faccio un piccolo esempio:

Sono ateo convinto e questa mia convinzione è radicata in maniera logica. Credo nel progresso scientifico, nel suo metodo, nella sua continua ricerca della verità.
Oggi viene a trovarmi un mio amico matematico, una mente brillante e di una cultura fuori dal comune. Mi dice di aver scoperto un’equazione semplice che conferma l’esistenza di Dio. Leggo la sua ricerca, riproduco l’equazione ed arrivo al suo risultato. Che faccio ora? Semplice, modifico le mie cognizioni: nego il mio ateismo ed inizio a credere in Dio.

Ora, cambiamo un poco gli elementi.

Sono credente convinto e questa mia convinzione è radicata emotivamente. Credo nella Chiesa, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Credo in Dio e a tutto il suo meraviglioso mondo di contorno.
Oggi viene a trovarmi un mio amico matematico, una mente brillante e di una cultura fuori dal comune. Mi dice di aver scoperto un’equazione semplice che smentisce l’esistenza di Dio. Leggo la sua ricerca, riproduco l’equazione ed arrivo al suo risultato. Che faccio ora? Semplice, modifico la realtà: nego il risultato, copro occhi ed orecchie e vado avanti.

Ora la cosa vi è più chiara? Ora capite perché alcune persone risultano essere irrazionalmente testarde a cambiare opinione anche di fronte a prove lampanti?
Spero di sì, anche se ho solo grattato la superficie di un mondo molto più vasto di quel che sembra.
Esistono metodi per ovviare tale problematica e uno di questi è il continuo processo di demolizione delle cognizioni errate. È un processo lungo e che non sempre dona frutti, ma è di certo il meno dispendioso. Ma per il momento mi fermo qui, conscio di aver annoiato parecchie persone, ma con la speranza di averne fatto incazzare altrettante.

E se anche una sola persona che non è d’accordo con le opinioni appena scritte è arrivata fin qui nella lettura e magari freme dalla voglia di farmi cambiare idea con un commento, considero il mio sforzo più che ripagato. Il mio obbiettivo qui su Blogamarì è tutto questo: idee moleste, pensieri scomodi, discussioni obbligate. Perché la crescita non avviene leggendo solo cose che ci piacciono.


Bibliografia

  1. Aronson, Wilson, Akert; “Psicologia sociale”, Il Mulino, Lucca, 2010, pp. 297-325.
  2. Aronson, Wilson, Akert; “Psicologia sociale”, Il Mulino, Lucca, 2010, pp. 131.
  3. Aronson, Wilson, Akert; “Psicologia sociale”, Il Mulino, Lucca, 2010, pp. 297-325.

 

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