La lettera di Michele suicida è il manifesto della nostra generazione

Michele aveva trent'anni. Si è tolto la vita il 31 gennaio, stanco di una vita fatta di rifiuti e mediocrità. Le sue ultime parole sono il manifesto di una generazione che ha scoperto di essere normale.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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La lettera che Michele, trentenne di Udine, ha lasciato il 31 gennaio prima di spegnere la luce e sbarazzarsi di noi, dell’Italia e di tutto il Mondo, della luna, del sole, di Marte, di Giove, di Saturno e pure dei milioni di piccoli oggetti impazziti della grandezza che varia dal micrometro al metro che gli ruotano attorno, ma che tanto pazzi non sono se poi formano degli anelli perfetti, di tutto l’universo, insomma, così come lo conosciamo e lo possiamo conoscere noi poveri mortali che siamo, le sue parole, la sua disillusione, il suo realismo, il suo dolore, la sua paura, anzi il suo coraggio, il suo amore per la vita, il suo amore per sé, i suoi limiti e le sue ambizioni tradite, le sue ambizioni eccessive, le sue ambizioni letali, la sua infelicità, umana e naturale, la sua scelta di mandarci tutti affanculo: tutto questo, tutte queste cose, sono il manifesto della nostra generazione.

«Non è questo il mondo che mi doveva essere consegnato» e certo che non lo è e non siamo stati neanche preparati ad affrontarlo. In quanti di noi volevano diventare astronauti, viaggiare nello spazio, vedere la Terra da lontano, guidare astronavi nel buio del niente illuminati solo dalla luce delle stelle e poi crescendo si sono accorti che al massimo avrebbero guidato un vecchio pandino in una strada che ogni notte porta a casa dei propri genitori.

«Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione» e infatti non ci accontentiamo mai. L’asticella delle nostre aspettative è stata fissata troppo alto, da noi e dalle nostre famiglie, e non c’è stile Fosbury che ci permetta di saltarla. «Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili». Ed è così che siamo. Tutti. Non tanto stufi, quanto incapaci di accettare il fatto che quello che sognavamo di fare e quindi di essere non possa corrispondere al nostro reale destino. Quando scopriamo che «non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i mezzi per crearle» ci accorgiamo di essere impotenti, inutili. E quindi smettere di esistere, abbandonare la vita, che non significa per forza suicidarsi, ma anche passare le giornate a inseguire il niente, risulta essere l’unica strada percorribile, la più adatta alle nostre caratteristiche di giovani occidentali condannati a diventare prìncipi di regni e popoli che non ci vogliono e neanche ci conoscono.

E come se non bastasse «non sono rappresentato da niente», perché la politica è lontana, la politica è dei vecchi e noi gliel’abbiamo lasciata e non abbiamo mai voluto prendercela veramente. Settantenni a cui restano sì e no dieci anni da vivere, cosa sono dieci anni, non sono niente rispetto a una vita intera, che decidono del futuro di un paese in cui poi vivranno i loro nipoti che stanno ancora a casa dei loro figli a cui ancora regalano i soldi per il gelato perché ancora devono realizzarsi.

Realizzarsi. Cioè diventare reali. L’unico scopo della nostra vita. Ma se le ambizioni sono solo sogni e le aspettative diventano presto incubi, questo è impossibile. Siamo cresciuti, anzi siamo stati cresciuti con la convinzione di essere tutti speciali, unici, indispensabili, geniali, per poi scoprire di essere l’unica generazione della storia a dover vivere una vita peggiore della precedente. E quindi sì, volevamo tutti essere i migliori, ma questo non può essere, non in quest’universo. E quando ci svegliamo e ci accorgiamo di essere normali, di essere solo piccoli oggetti della grandezza che varia dal micrometro al metro che ruotano ogni giorno attorno a delle ambizioni impossibili, quando intuiamo che non siamo perfetti e che non formiamo neanche degli anelli ma anzi ci muoviamo come delle mosche impazzite attorno a una montagna di merda, quando realizziamo, adesso sì, tutto questo, allora può succedere che qualcuno non ce la faccia più e preferisca uscire dall’orbita per andare chissà dove. Perché «il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino». Altro che Kurt Cobain.


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