La rivalità tra Napoli e Cagliari, una partita che vale più di un derby

Domani alle 18 si giocherà Napoli-Cagliari. Ecco la storia di una partita normale che si è trasformata in una delle più accese rivalità del calcio italiano.

Andrea Lorettu

Andrea Lorettu

Laureato in Scienze della Comunicazione che cerca di ambientarsi nella giungla della società moderna.
Ho avuto piccole esperienze di collaborazione con testate on-line e dalla mia tesi dal titolo "La stampa italiana e Tangentopoli" si evince la mia grande passione per la politica e i media.
La mia terza grande passione, lo sport, l'ho coltivata attraverso l'attività di allenatore di calcio nel settore giovanile.
Andrea Lorettu


“La partita tra Napoli e Cagliari è molto delicata ma bella come poche, impossibile da dimenticare, di quelle per cui vale la pena scrivere i libri. È più di un derby, in campo si dà sempre l’impossibile, c’è grande rivalità. Qualche volta non ci è andata bene, ma vale sempre la pena dare tutto in questa gara.” Sono le parole di Daniele Conti, ex bandiera del Cagliari, le quali descrivono una rivalità che dura ormai da più di vent’anni. Una sfida molto sentita da entrambe le squadre, forse più dalla parte isolana, ma che mette di fronte le uniche squadre del Sud vincitrici di uno scudetto, celando vecchi rancori e dispetti mai perdonati.

Esistono varie correnti di pensiero su quando iniziò questa rivalità. Alcuni dicono il 1992, altri il 1997. Prima degli anni ’90 i rapporti tra le due tifoserie erano pressochè tranquilli, ad incrinarli fu il passaggio di Daniel Fonseca dal Cagliari al Napoli nel 1992 per 15 milioni più il cartellino di Vittorio Pusceddu. L’uruguaiano era l’idolo dei tifosi rossoblu con 17 gol in 50 partite, l’approdo al San Paolo non gli fu mai perdonato tanto da essere bersagliato da valanghe di fischi nel suo ritorno al Sant’Elia, questa volta da avversario. L’anno successivo Daniel ebbe la sua vendetta: cross di Bordin dalla sinistra, Herrera va a vuoto, stop di petto di Fonseca che insacca alle spalle superando il portiere sardo Fiori. Come se non fosse abbastanza aver trafitto la sua ex-squadra, l’attaccante uruguaiano rivolse alla curva cagliaritana un doppio gesto dell’ombrello in risposta agli insulti ricevuti. Emblematica quanto poetica la descrizione del gesto da parte del telecronista di 90° minuto che commentò la sintesi della partita: “Un gesto poco corretto da parte del giocatore, un gesto tanto caro a Umbero Bossi”. Erano gli anni in cui la Lega Nord gridava “Roma ladrona, la Lega non perdona”. Altri tempi.

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Ora tifo Napoli, tiè.

La goccia che fece traboccare il vaso fu senza dubbio lo spareggio salvezza tra Cagliari e Piacenza giocato in campo “neutro” al San Paolo, nella stagione 1996/1997. Il San Paolo tanto neutro non fu: i tifosi napoletani, accorsi in massa allo stadio, tifarono spudoratamente la squadra emiliana allenata da Bortolo Mutti, prossimo allenatore della squadra partenopea. C’era un caldo cane, era il 15 giugno e si giocava una partita di importanza capitale per entrambe le compagini. Come si sa, la differenza tra salvarsi e retrocedere è un po’ come quella tra vivere e morire, calcisticamente parlando. A morire fu il Cagliari di Mazzone, che perse 3 a 1 grazie alla doppietta di Luiso e l’autogol di Berretta, il gol della speranza rossoblu lo segnò il Cobra Tovalieri.

Fu una mazzata tremenda per i migliaia di tifosi cagliaritani accorsi numerosi a Napoli carichi di entusiasmo, vernaccia e buoni propositi: “Ci hanno detto terroni a Napoli, glielo facciamo vedere noi al questore di Napoli che siamo gente civile”. Così recitava un tifoso cagliaritano in partenza dal porto di Cagliari all’inviato di Zona Franca, nota trasmissione di una tv locale sarda. Quelle parole, dette in uno stato alcolico già evidentemente precario, riflettevano però una situazione molto chiara: l’arrivo dei tifosi del Cagliari era temutissimo dai napoletani. Il “viaggio” durò 22 ore, la nave Tirrenia rallentò vistosamente per farli arrivare a ridosso del match. Una volta approdati al porto di Napoli, furono tenuti dentro la nave per alcune ore, per poi liberarli alle 14 e scortarli allo stadio. Il match si giocava alle 15.

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Mancava ancora un po’ alla partenza,

ma la vernaccia cominciava a farsi sentire.

Il “sequestro di persona”, così come lo definirono i tifosi sardi, non smorzò l’entusiasmo prima del match, anzi, l’undici di Mazzone fu supportato dal primo all’ultimo minuto, nonostante la pessima prestazione della squadra. All’atroce delusione della retrocessione, testimoniata dalle lacrime di Muzzi a fine partita, si aggiunse l’umiliazione  da parte degli ultras napoletani: il tifo spudorato alla squadra piacentina, i tafferugli durante la partita con l’oltraggio di alcuni striscioni del Cagliari bruciati e urinati (gesto che nelle tifoserie organizzate equivale ad una dichiarazione di guerra) e, come se ciò non bastasse, partì la “caccia al sardo” per le vie di Napoli a gara terminata. Questo episodio, assieme all’ombrello di Fonseca, fu l’inizio di una rivalità che dura ancora adesso, ben visibile sul campo e spesso sulle tribune.

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Non ce la faccio, troppi ricordi.

Domani il Cagliari tornerà per l’ennesima volta sul luogo del delitto. Il Napoli al momento ha una dimensione europea ben definita, mentre il Cagliari è una neopromossa in cerca di conferme. Il gap tecnico tra le due squadre sembrerebbe abissale ma, come dice Conti, Napoli-Cagliari è “più di un derby” e i derby, si sa, sono senza pronostico. O perlomeno così dicono.


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