Lettere a G. | Partito dall’Isola e non più tornato

In occasione della mostra “Sleeping Giant” di Stefano Serusi, ospitata da Casa Manno ad Alghero, ho scritto cinque lettere in risposta alle “Lettere di un sardo in Italia", scritte da Manno due secoli fa, quando lasciò la Sardegna. Ecco la prima.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Giuseppe Manno ha da poco compiuto trent’anni quando nel 1816 decide di lasciare la Sardegna, dove non farà più ritorno, per accompagnare Carlo Felice nel suo viaggio verso il Piemonte. Arriverà a Torino l’anno successivo, dopo aver visitato e ammirato le principali città italiane, che racconterà a un amico immaginario nelle sessantasei “Lettere”.

La mia risposta è indirizzata non solo a G., ma ai tanti che, per ambizione o costrizione, per sogno o per bisogno, hanno lasciato l’Isola per tuffarsi nella vita d’Oltremare.


I

Caro G.,

Così alla fine sei partito, e sei partito così: avvisando all’ultimo, senza salutare, semplicemente salendo su un aereo che dopo una lenta manovra ha imboccato la pista di decollo; e mentre tutti i passeggeri, uno per uno, dal più ottuso al più acuto, dai loro finestrini potevano vedere solo una nera distesa d’asfalto, tu vedevi un trampolino, il Trampolino, quello atteso da anni, il Trampolino da cui tuffarti in un infinito mare di possibilità e di conoscenze; mentre quegli stupidi pensavano a non vomitare, tu ti preparavi a immergerti nell’infinità della vita, quella vera, in quell’imprevedibilità che solo l’addio a quest’Isola, fatta da Chissacchì bella e splendente e poi sempre da Chissacchì dimenticata e abbandonata, avrebbe potuto darti.

Non che credessi – e non l’ho fatto neanche per un istante – che tu potessi restare ancora qui, anzi: mi sorprendeva il fatto che la tua inquieta permanenza durasse così a lungo, cioè quasi trent’anni, cioè mezza vita, o un terzo se vogliamo essere ottimisti, e tu un po’ ottimista lo sei – non è proprio ottimismo, è più una distaccata spensieratezza positiva. Mi sorprendeva che la tua sconfinata ambizione e voglia di divenire, semplicemente divenire, nel senso etimologico del termine – cioè giungere, arrivare in un luogo ­– potessero resistere a dei confini così netti come quelli segnati dal mare. Di questo ero sorpreso, ma di una cosa ero certo: che prima o poi te ne saresti andato. Non ce lo siamo mai detti, perché era una di quelle cose ovvie, così ovvie e prevedibili che non c’è bisogno di dirle, perché racchiuse nel cuore di ogni pensiero, di ogni discorso e di ogni battuta che ci siamo scambiati dal momento in cui, qualche anno fa, affacciati di fronte a un tramonto come questo, di fronte al Gigante che ci ha visti crescere e diventare uomini o qualcosa di simile, ci dicemmo: e ora che si fa?

Così alla fine sei partito. E scusa se non sono venuto a salutarti, ma lo sai: dopo la partenza di Tore a Londra, Emanuele Piras e Berto Carta in Spagna, Puddu a Bruxelles, Enzo e Gianni Fadda a Dublino, Deiana a Milano e Masu che un giorno si è svegliato e ha deciso di andare in Australia a raccogliere patate, per non parlare di Marisa e Stefania Novanta in Svizzera, Monica Spano a Manchester, Fede Sanna la magra a Liverpool, Fede Seconda a Dublino con Enzo e Gianni Fadda, Valeria a Parigi – lei che poteva – e Valentina Mozzarellona che si è svegliata con Masu, lo stesso giorno, nello stesso letto, ed è andata a raccogliere le stesse patate, dopo tutta questa Spoon River di partenze non avrei retto un altro addio, e non un semplice altro addio: il tuo addio, quello che per tutta una serie di circostanze mi ha fatto più male.

Scusa se non sono venuto. Ormai conosco il rito a memoria – i riti bisogna conoscerli a memoria, altrimenti non funzionano – ma ancora ogni volta che accompagno qualcuno all’aeroporto, se non sto attento, mi si rompe la voce, e mi viene da piangere, e poi quando quel qualcuno scompare inghiottito dalla zona delle partenze, allora io piango, anche solo per due o tre secondi. E non avevo voglia.

Non avevo voglia di vederti salutare i tuoi genitori, non avevo voglia di vederti salutare tua madre in lacrime, ma sicura che ti farà bene e che magari un giorno tornerai, di vederti salutare tuo padre orgoglioso come generale che appostato in cima a un colle osserva le sue truppe all’attacco e pensa che molti di loro soffriranno, sì, ma che non ci sono guerre senza morti, e che non si può fare altrimenti se alla fine si vuole vincere davvero; ma soprattutto, la cosa che più non avevo voglia di vedere, che avrei preferito mettere la testa nel Gange piuttosto che vederla, era il tuo sguardo da naufrago che ha appena visto un elicottero passare sopra la sua testa e si sbraccia come un disperato, indica la scritta S O S lunga più di venti metri fatta sulla spiaggia, accende fuochi, darebbe alle fiamme tutta l’isola pur di farsi vedere, e quando si accorge di essere stato avvistato puoi leggergli negli occhi qualcosa di molto semplice e naturale, ma che è estremamente difficile scorgere oggi nei volti degli esseri umani: la felicità.

Così alla fine sei partito. Scusa se non sono venuto a salutarti. Non avevo voglia.


Foto: Carlo Nieddu

La mostra Sleeping Giant inaugurerà domenica 6 agosto alle ore 18:00, e durerà fino al 28 dello stesso mese.


 

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