Messaggio su Whatsapp, poi distruggono palazzo per immigrati: l’analisi del testo

Una manifestazione di protesta contro l'accoglienza di una ventina di migranti è finita con la devastazione dell'edificio di un privato cittadino. Tutto è partito da un messaggio su Whatsapp, che noi abbiamo analizzato.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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È cominciato tutto con una manifestazione pacifica, organizzata da un numeroso gruppo di cittadini, contro la decisione di un imprenditore edile del paese, che aveva dato la sua disponibilità per utilizzare una palazzina a più piani di sua proprietà per ospitare una trentina di migranti che richiedono asilo.

Poi, però, una decina di partecipanti ha deciso di passare alle maniere forti, sfondando l’entrata e distruggendo arredi, porte, bagni, vetri. Tutto. Poi sono scappati, lasciando una scritta: «Pezzo di merda».

È successo l’altra sera a Burcei, un paesino di 2mila abitanti in provincia di Cagliari. Ed è partito tutto da un messaggio che è girato a catena su Whatsapp. Noi abbiamo provato ad analizzarlo:

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ANALISI

«Cari concittadini».

L’invocazione è solenne, accorata, ecumenica. L’aggettivo “cari” nella posizione iniziale dell’opera introduce immediatamente il lettore in una dimensione famigliare. Il focolare domestico di una famiglia allargata, quella di un piccolo paese, viene richiamato per risvegliare quel senso di unità e di fratellanza tra “concittadini”, compaesani, che si conoscono tutti, l’uno con l’altro, da sempre. E tutti sanno tutto di tutti. Anche a che ora torni a casa la notte. Anche con chi ti vedi la notte. Tutto di tutti. Occhio.

«Se siete d’accordo che il signor Vittorio Zunjcheddu faccia arrivare adelle persone di colore (20 O 30) nel nostero tranquillo paese col rischio che possano essere dei delinquenti e diano fastidio a donne bambini e anziani: allora non venite a protestare domani mattina in piazza e nella casa di via Roma».

Il periodo ipotetico della realtà viene in questo caso espresso in maniera egregia e impiegato a regola d’arte nella composizione retorica del periodo. L’ingresso “Se siete d’accordo…” porta il lettore verso una dimensione positiva, di attesa conformità con quanto ci si aspetta nel seguito della frase. Poi, però, il genio: “il signor…faccia arrivare adelle – liaison – persone di colore (20 O 30)…”. L’eufemismo, politicamente corretto, “persone di colore” sottintende un malcelato pregiudizio, da parte dell’autore, nei confronti del diverso. È chiaro che avrebbe preferito scrivere “negri dimmerda”, ma il lettore ha bisogno di essere condotto verso la verità dolcemente, senza essere spaventato.
Poi prosegue: “…col rischio che possano essere dei delinquenti e diano fastidio a donne bambini e anziani”. Si chiude la protasi del periodo ipotetico, ma abbiamo già un vago sentore di ciò che ci aspetta. L’autore lascia libertà di scelta al lettore, ma ammonisce: qualunque corpo estraneo entri nel nostro focolare potrebbe portare con sé atti criminali, tragedie, calamità naturali e, soprattutto, colpire le fasce più deboli del gruppo, elencate attraverso un climax ascendente: donne, bambini e anziani. Poi, l’apodosi, espressa con l’imperativo: “non venite a protestare…via Roma”. Ed è qui che si compie la magia: il lettore, che fino ad ora non aveva pensato di uscire di casa, e che magari era anche contento che arrivassero trenta nuove persone in un paese di duemila anime, si sente inserito all’interno di una categoria passiva, timorosa, vile ed è, quindi, punto nell’orgoglio. Siamo nel punto più stretto dell’imbuto, non si torna più indietro. Il nostro paese non cadrà in mano ai negri.

«Se non li vogliamo nel nostro paese domani tutti a protestare. E ricordate che l’unione fa la forza».

La chiamata alle armi. “Se non li vogliamo…”, come è giusto che sia, “…tutti a protestare”, poi quello che succede, succede. “L’unione fa la forza”: ancora una volta il focolare, che in questo caso assume più i tratti animaleschi di un branco, chiuso a proteggere i deboli dall’aggressione esterna, a rimarcare il proprio misero territorio dall’invasione del diverso. Solo uniti si è forti. Uniti contro gli altri. Contro sti cazz’ di negri.

«Particolare non insignificante e che il signor Vittorio Zuncheddu non lo fa per beneficienza e buon cuore ma bensi per riempirsi le tasche di soldi al cospetto della nostra tranquillita’. Se vuol essere così benevolo con queste persone che se li porti a dormire nel suo letto e a mangiare al suo tavolo».

Questo è il passo più controverso per la critica. Alcuni rimproverano all’autore di essere scaduto nel più classico dei tòpoi della sua corrente letteraria, ovvero quello del negro infilato sotto le coperte del “buonista” di turno. Altri, invece, sostengono che senza tale cliché all’opera sarebbe mancato qualcosa. In più, il “benefattore” di turno viene screditato, attaccato nel personale, e nel cuore del lettore si instaura prima il seme del dubbio, poi il fiore dell’invidia: “pensa, lettore, che lui possiede un palazzo e che può destinarlo ad accogliere degli immigrati, oltretutto guadagnandoci”. La parola “cospetto” assume, in questo caso, nuovi tratti semantici, mentre la scelta consapevole della totale assenza di virgole nell’opera intera – che rimanda in qualche modo alla corrente dell’Ermetismo – fa sì che il tono sia martellante e senza soste.

«Dobbiamo essere numeropsi e incavolati. Burcei deve restare un paese tranquillo».

L’ultimo invito. Bisogna essere «numeropsi» – licenza poetica – e «incavolati». Sull’aggettivo “incavolati” è ancora in corso un dibattito filologico di grande rilevanza: si trovano, infatti, numerose attestazioni di “incazzati”, ma pare che l’autore, in ultima sede, abbia scelto un più edulcorato incavolati. Forse per evitare accuse di incitamento all’odio. Si conclude con un diktat: “Burcei deve restare un paese tranquillo”. Il tono secco, imperativo, che non lascia adito a repliche, parafrasa il detto latino “Si vis pacem, para bellum” o il machiavellico fine che giustifica i mezzi. L’obiettivo è solo uno: la tranquillità. E devastano un palazzo.

«FATE GIRARE IL MESSAGGIO».


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