Nicolai Lilin e le sue bufale siberiane

Lo scrittore russo, naturalizzato italiano, è stato ad Alghero in occasione del festival "Dall'altra parte del mare". Qualcuno l'ha visto e sentito. E ora risponde ai suoi messaggi «anti occidentali, complottisti e indulgenti nei confronti di Putin».


L’altra sera ho visto la memoria di un uomo venire infangata ingiustamente e nell’indifferenza generale.

Se avete partecipato all’incontro con lo scrittore Nicolai Lilin, celebre per il libro d’esordio Educazione siberiana, l’avete vista anche voi. Per gli assenti, l’evento faceva parte di “Éntula”, il festival letterario diffuso organizzato dall’associazione Lìberos, e del festival “Dall’altra parte del mare” ed è stato presentato da Emiliano Di Nolfo.

L’incontro riguardava la presentazione del nuovo libro dello scrittore, ma non è mancato un lungo spiegone sulla situazione socio-politica della Russia sovietica, post-sovietica e putiniana. Così, dal palco in piazza della Juharia, Lilin ha avuto modo di vomitare una quantità di assurdità fuori di testa sulla situazione geo-politica internazionale, su Russia, America e Europa. Assurdità ovviamente anti occidentali, anti americane, immancabilmente complottiste e indulgenti nei confronti della dittatura di Putin, testualmente «uno che cerca di combattere la corruzione mettendo la gente in galera», oppure ancora «ciò di cui ora la Russia ha bisogno», il cui unico problema è essere un ex agente segreto, uno che però «sta aiutando l’Europa».
In breve, secondo il nostro, tutto il mondo occidentale, in cui tra l’altro vive – con tutti gli agi e i grandi guadagni annessi –, lavora incessantemente per distruggere la grande madre Russia, rea di non sottomettersi agli Stati Uniti.

La solita storia.

Sostiene che tutti gli oppositori politici di Putin, tutti quelli morti ammazzati, come Anna Politkovskaja, sono morti per mano degli statunitensi, in un enorme piano atto ad infangare il buon nome del ex-Kgb. Le prove? Nessuna, ovvio. Sostiene che la negazione delle libertà civili e politiche dei russi sia solo colpa dei cosacchi e dei cristiani ortodossi, a cui evidentemente va lisciato il pelo per mantenere il potere. Infine per Lilin l’Ucraina è comandata dai neonazisti, mentre nulla dice sull’invasione di carri armati russi.

Fin qui poco male: ci sono un sacco di fantasie infondate, notizie più folkloristiche che reali, ma in fin dei conti non è difficile, oggi, trovare qualcuno che spari assurdità. E tra gli spara-assurdità mi ci posso metter pure io, che qualche assurdità, di sicuro, l’avrò detta. Ma mai da un palco.

È chiaro però che le assurdità di cui parliamo sono delle assurdità parecchio assurde – e pericolose –, e quelle su «la gente in galera», quella sugli oppositori e quella sull’Ucraina poi sono enormi.

Non è sulle assurdità incoerenti però che voglio concentrarmi, ciò di cui voglio parlare è il viscido, brutale e miserabile attacco con cui son stati infangati nome e memoria di Boris Nemtsov, un oppositore politico di Putin, ucciso poco più di un anno fa da alcuni sicari, a due passi dal Cremlino.

Nemtsov è stato un democratico e liberale che si oppose al regime sovietico e che alla sua caduta ebbe un ruolo importante durante i primi governi democratici della Federazione Russa. Con l’avvento del nuovo Zar però la piccola rivoluzione di libertà che Nemtsov e altri, come Garry Kasparov o Vladimir Bukoskij, avevano cominciato venne nuovamente soffocata sotto quella che poi si sarebbe rivelata una nuova dittatura. Proprio quella che vediamo oggi con la repressione violenta delle Pussy Riot, con le leggi anti-gay, con l’invasione dell’Ucraina. E con l’uccisione di Boris Nemtsov, il 27 febbraio del 2015, operata da alcuni sicari armati di makarov, a due passi dal Cremlino. Appunto.

Ieri sera, davanti a poco più o poco meno di cento persone, Lilin ha detto che Nemtsov era un criminale, un arrivista, un corrotto, un depravato, che la sua gente lo ha cacciato perché incapace. Ha detto che persone come lui «rappresentano il male incarnato».

Lo scrittore in questione, invece, è di tutt’altra pasta.

Innanzitutto è un critico della società capitalista e consumista che si trova però piuttosto a suo agio in mezzo al capitale ed al consumo, che oltre scrivere romanzi, scrive per L’Espresso, XL di Repubblica e per altre testate, che tiene un corso di scrittura creativa allo IED, che collabora con la ditta di abbigliamento Happines e che progetta coltelli. E ancora, ha presentato alcuni programmi tv su Italia 1 e su Dmax. Non proprio la textbook definition di anticapitalista.

In secondo luogo è, fondamentalmente, una bufala vivente. Da quando ha pubblicato Educazione siberiana è stata completamente messa in dubbio l’affidabilità e la veridicità degli eventi che racconta, e che racconta affermandone la natura autobiografica. Gli Urka, ovvero la casta criminale di cui si parla nel libro, non sarebbe mai esistita. Le deportazioni dalla Siberia all’Ucraina idem. Comprovato è semmai il processo inverso, ovvero le deportazioni verso la Siberia.

Stretto tra le critiche, lo stesso Lilin ha dovuto prendere le distanze da quel che aveva raccontato. Ha finito col definire i combattimenti descritti nel libro come «racconti per interposta persona» e l’uccisione di tredici colonnelli sovietici diventa un «falso memoriale« di cui quasi niente è stato vissuto in prima persona.

Idem come sopra il presunto arruolamento nell’esercito russo e la partecipazione alla guerra in Cecenia. I dubbi circa questo episodio nascono dal fatto che Lilin è sì un cittadino russo, poiché nato in Transnistria, quando questa apparteneva ancora all’URSS, tuttavia quella regione è oggi appartenente alla Moldavia. Ne deriva che è piuttosto improbabile l’arruolamento forzato nelle forze russe. Altrettanto improbabile è l’arruolamento in un’agenzia israeliana che operava in Iraq, arruolamento di cui ha parlato in un’intervista alla famosa rivista Rolling Stone.

In definitiva, non è credibile l’intero collage di esperienze che Lilin continua a raccontare – e che ha raccontato pure l’altra sera. Mettendo tutto assieme si ottiene la biografia di una persona che è riuscita in ventitré anni a finire due volte in carcere in Transnistria, ad essere processato in Russia, a fare il cecchino in Cecenia per tre anni, e un altro paio di anni in Israele, Iraq e Afghanistan.
In pratica, wonder woman.

La scarsa credibilità di quello che sembra dunque essere solo scrittore, un po’ eccentrico e megalomane, felice di tessere le lodi della “stabilità” russa dalla comodità e dalla ricchezza di Milano, è quella che non merita di parlare di un personaggio come quello di Nemtsov, che è morto per le sue idee rivoluzionarie in un paese ancora oppresso da una cricca di criminali, violenti e senza scrupoli. Ma forse questa, anche questa, è tutta un’invenzione degli Stati Uniti d’America.


Milton Frigau


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