Racconto acido di Natale: tra letterine, borgate algheresi e porporina

Piccolo racconto di Natale letto durante la tappa ad Alghero del reading Natale Acido, organizzato da Flavio Soriga. Tratto da una storia vera.

Claudio Simbula

Claudio Simbula

Blogger, pubblicista, bipede. Scrivo per Wired.it, Iosperiamoche.it, Blogamarì, AlgheroEco.com.
Provo interesse per troppe cose.
Se c’è qualcosa che sogni di fare, comincia a farla.
Claudio Simbula

Scuole elementari di Santa Maria La Palma.

Ho 8 anni. Sono in terza elementare. È il 19 dicembre del 1992.

Mancano cinque giorni alla vigilia. L’atmosfera del Natale è palpabile. I suoni, le luci, l’aria magica dei giorni di festa, le caldarroste, l’albero e il presepe. Il Natale si respira ovunque. Come ogni anno, la maestra – che sicuramente anche lei non vede l’ora di andare in vacanza – ci chiede di comporre la letterina per Babbo Natale.

“Solo se avete fatto da bravi”, aggiunge.

Io questa cosa del comportarsi bene per avere un regalo non l’ho mai sopportata.

Era come se in cambio della mia bontà mi spettasse la tredicesima a dicembre. O il TFR, una buonuscita o “gli 80 euro” (queste parole le avrei imparate più avanti, insomma).

 

Comunque, tralasciando le polemiche, quell’anno mi ero comportato abbastanza bene. Avevo avuto buoni voti a scuola, non dicevo quasi mai parolacce (o almeno non in pubblico), mangiavo le verdure.. solite cose.

Avevo anche quasi smesso di torturare mia cugina Antonietta, che ogni tanto veniva a trovarci a casa. Negli ultimi anni, i miei tormenti si erano concentrati sui capelli delle sue Barbie, che venivano bruciati o rasati a zero (con delle forbici dalla punta arrotondata, perché Dodò e l’albero azzurro ci insegnavano come stare al mondo).

Poi, in effetti da grande Antonietta si è rasata a zero per davvero e ora vive in uno squat a Londra e si fa chiamare Tony, credo, ma questo è un altro discorso e non voglio pensare di essere stato io ad averla influenzata. Cioè forse, si, boh.

 

Comunque, c’era un altro dettaglio. Io, a Babbo Natale non credevo più dall’inverno del 1991, quando mio cugino Gianni, dopo essersi scolato 2 bottiglie di Asti Cinzano prima del pranzo del 25, mi aveva detto senza girarci troppo attorno che Babbo Natale era un personaggio di fantasia, frutto delle multinazionali e della Coca Cola.

Io le multinazionali non sapevo cosa fossero, a 8 anni, e la Coca Cola non me la facevano neanche bere, che c’era lo zucchero, ma avevo capito.
Ero stato fregato. Fregato per ben 7 Natali di fila con questa fesseria di Babbo Natale.

 

Ma torniamo alla maestra e alla letterina. Forse per un moto di ribellione giovanile o forse, semplicemente, perché non avevo nessuna voglia di impegnarmi a dialogare con un destinatario immaginario (un po’ come interagire con i call center della 3 in Romania), quell’anno non sapevo proprio cosa scrivere.

Cominciai a riflettere, mentre riempivo una pigna di vinavil e porporina (ve la ricordate, la porporina? Quei brillantini in fialette… Si attaccava ovunque, l’avranno levata dal commercio, forse era cancerogena).

Dopo aver riflettuto, mi venne una brillante idea: copiare.

Copiare spudoratamente la letterina per Babbo Natale.

Restava solo da decidere la fonte.

Mi voltai, ed eccola lì: Giuseppe Pisanu. Non l’ex ministro, ma il mio vecchio compagno di banco. Uno che scriveva bene, il nipote della maestra di italiano, una penna affidabile, insomma.

Così, quatto quatto, cominciai a osservare cosa stesse scrivendo.
Alla fine, la mia letterina faceva più o meno così:

 

Caro Babbo Natale,

sono Claudio, un bimbo di 8 anni che vive a Santa Maria La Palma (che, per chi ha seguito il Trono di Spade, sta ad Alghero come la Barriera sta a Grande Inverno). Mia zia Maria dice che è una tua amica e che ti conosce, perché essendo anche molto amica del Parroco e quindi di Gesù, ovviamente non può che conoscere anche te.

(Giuseppe veniva da una famiglia molto cattolica)

Io tutti gli anni le chiedo come mai gli altri bambini dicono che tu non esista, e lei mi dice che è perché loro vivono in famiglie di miscredenti che hanno perso il Santo Spirito Natalizio. Ancora non ho esattamente capito cosa sia il Santo Spirito Natalizio, ma zia dice che è perché non prego abbastanza e che queste famiglie in ogni caso è meglio non frequentarle.

Quest’anno, come ogni anno, zia mi ha fatto fare tante decorazioni in parrocchia, per tutto il pomeriggio, mentre gli altri giocavano a pallone.

Poi, tutte le sere dalle 5, sono andato alla Novena. Anche quest’anno, poi, sarò nel presepe vivente: facevo Gesù Bambino fino all’anno scorso, ma dato che nella culla non ci entro più, quest’anno mi hanno retrocesso ad angelo (ed è andata anche bene, dato che a mio cugino Vincenzo son 2 anni che gli fanno fare la pecora)

Quindi, caro Babbo Natale, visto il mio impegno, se non ti crea troppo disturbo quest’anno oltre alla pace nel mondo vorrei chiederti i seguenti regali:

– orologio swatch del Milan

– emilio è meglio robot che parla, si muove, balla e canta

– 5 kg di lego – canta tu di Fiorello giochi preziosi

– il game boy (rosso, possibilmente)

– He Man, sheila, skeletor e la tigre… Ma fai direttamente tutti i Masters of universe

– 5 kg di ballocci (le biglie, come dicono a Sassari)

– le tartarughe ninjia (tutte tranne leonardo che ce l’ho già)

– il Nintendo

– il Sega Genesis, che quello vecchio si è rotto.

Ecco, è tutto. Se l’elenco dei regali quest’anno ti sembra un po’ più lungo, caro Babbo Natale, vorrei farti notare la mia dedizione e il mio impegno nella comunità di Santa Maria La Palma: come dice qualcuno “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”.

Quindi salutami le renne, la befana e il polo nord, ci si vede il 24 notte per i regali.

Questa era la mia copia della lettera del mio amico Giuseppe.

A cui, per spirito d’appartenenza territoriale, aggiunsi un Post Scriptum:

PS: Spero tu sappia dove si trova Santa Maria La Palma perché molto spesso non lo sanno neanche i postini. Nel caso, chiedi della Cantina: e magari assaggia anche il vino, che è buono.

Con affetto, Claudio.


PS: grazie a Meri, questo piccolo racconto nasce con lei.

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