Dal buio alla luce: Renata e Walter, gli architetti che illuminano i Giganti

Abbiamo parlato con Walter Dejana e Renata Fiamma, i due architetti che hanno progettato la nuova casa dei Giganti di Mont'e Prama. Tra buio e luce, Sardegna ed Europa, quel che è stato vivrà.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
Ignazio Caruso

Latest posts by Ignazio Caruso (see all)


La storia

Nel marzo del 1974, Orietta Berti si classificava terza nella 24esima edizione del Festival della canzone italiana, a Sanremo, con la canzone Occhi rossi, il cui ritornello faceva così:

Occhi rossi, al buio si muore, ma nel buio, quel che è stato vivrà.

La canzone – che certo può non piacere, ma che si fa comunque rimpiangere rispetto agli ultimi, insopportabili, vincitori – sembra raccontare ciò che accadeva, in quegli stessi giorni, a Cabras, dove Sisinnio Poddi e Battista Meli, due contadini sardi, preparavano per la semina un terreno preso in affitto dalla confraternita del Santo Rosario, come ogni anno. E come ogni anno Battista passava l’aratro in quella terra sabbiosa, ma ricca di frammenti di rocce, che continuamente risputava fuori dal buio della storia. «Non gli davamo alcuna importanza – racconta Sisinnio, facendo trapelare quel sano pragmatismo agreste che sembra talvolta accompagnare, in una versione degenere, la politica sarda e italiana – dato che ci erano solo di impedimento. Ammucchiavamo tutto da una parte e poi pensavamo a lavorare per la semina». Quella volta, però, quella del marzo del 1974, Sisinnio camminava per il terreno col proprietario, Giovanni Corrias che, osservando acutamente un cumulo di pietre come solo i proprietari sanno fare, vide qualcosa: «Una testa, guarda! Quella è una statua». Guarda caso, Corrias era il figlioccio di Pepetto Pau, archeologo oristanese che, così come aveva fatto anni prima con il piccolo Giovanni, impiegò pochissimo a contribuire al battesimo della scoperta, informando le autorità cagliaritane. Così quelle statue, che poi tutti cominciarono a chiamare Giganti di Mont’e Prama – bassa collina del Sinis disseminata di palme nane – furono riportate alla luce e salvate dal buio.

Il progetto

Nel 2011, dopo anni di scavi, polemiche e nuovi ritrovamenti, il comune di Cabras ha bandito un concorso internazionale per l’ampliamento del museo civico “Giovanni Marongiu” al fine di ospitare i Giganti. Nel Sinis sono giunte una cinquantina di idee provenienti da tutto il mondo, ma a spuntarla è stata quella di due architetti, Walter Dejana e Renata Fiamma – laureati ad Alghero rispettivamente nel 2008 e nel 2010 – che l’hanno ben spiegata il 6 febbraio scorso e ai quali ho avuto il piacere di rivolgere alcune domande.

1000  Monte Prama 04_ Vista dal parco - sala espositiva

«Oggi il museo è un sistema introverso – hanno detto durante la presentazione – senza relazioni visive e spaziali con l’ambiente circostante. Abbiamo pensato di adottare un approccio più ampio e completo creando un nuovo pezzo di città in cui natura e costruito diventano parte della stessa visione architettonica».

«Il nuovo intervento riguarda due volumi: il padiglione espositivo – che sarà sede permanente del patrimonio scultoreo di Mont’e Prama – e il padiglione della sala multifunzionale – che potrà ospitare esposizioni temporanee, giornate dedicate, eventi e mostre».

Questi, invece, i numeri dell’ampliamento: la superficie espositiva passa da 750 mq a 1300 mq; gli spazi di servizio (bar, bookshop, spazi per la didattica, aula conferenze) passano da una superficie di 40 mq ad una superficie di 300 mq; lo spazio pubblico (inteso come percorsi e camminamenti) passa da una superficie di 600 mq a 2100 mq; lo spazio pubblico verde passa dagli attuali 3200 mq (che è l’area verde accessibile in questo momento) a 14000 mq, aumentando di quattro volte la sua superficie.

1000 Monte Prama 08_Sand-Cast

«La facciata racconterà la storia di Mont’e Prama e della penisola dei Sinis. Il materiale richiama la pietra scolpita delle statue; l’involucro è un grande pannello artistico sul quale sono impresse forme, dettagli, trame, elementi identitari che appartengono ad una cultura lontana. La tecnica che abbiamo scelto è il sand-casting, che ci consentirà di rendere la facciata del Museo un’opera artistica di grandissime dimensioni».

Buio e luce

Ma torniamo a Orietta Berti. O meglio al buio. O meglio ai Giganti e la loro casa. Renata e Walter la spiegano così: «Le statue si mostrano in una sala completamente nera e buia, uno spazio apparentemente ignoto e disorientante, di forte senso evocativo. Il buio è rotto dalla luce naturale che penetra da un taglio che corre su tutto il perimetro, tra il volume ed il basamento. Nella luce il visitatore ritrova la propria dimensione spaziale e si orienta nell’oscurità della sala. Le statue emergono dal buio, che rappresenta l’ignoto, per essere ammirate nella luce, che rappresenta la conoscenza. Nel rapporto buioluce si esprime l’incertezza che circonda le sculture e la loro grandezza; l’architettura è il medium tra ignoto e conoscenza, tra il silenzio e la luce».

1000 Monte Prama 06_Vista interna - sala delle sculture

E, a proposito di buio e di luce, quando gli chiedo se potrebbero indicare una data, o qualcosa di simile, entro la quale pensano che il progetto vedrà, appunto, la luce mi rispondono così:

Walter: «Naturalmente speriamo che il museo possa essere realizzato il prima possibile. Abbiamo presentato un progetto definitivo molto avanzato il 31 Maggio 2014 che è stato poi discusso e approvato nella conferenza di servizi aperta il 15 Luglio. Ora deve però concretizzarsi la volontà espressa da tutti gli attori coinvolti affinché il nuovo polo museale veda, appunto, la luce».

Renata: «Da quando abbiamo vinto il concorso, tre anni fa, abbiamo avuto non poche difficoltà: pregiudizi, indifferenza, lungaggini burocratiche, soldi che non ci sono mai, ma abbiamo lavorato costantemente con la collaborazione di chi ha creduto in noi e di chi con noi ha voluto lavorare per portare avanti questo progetto, la cui realizzazione è l’unica cosa che davvero ci interessa. Come architetti e come sardi».

Sardegna e responsabilità

È una questione di responsabilità, penso. I Giganti di Mont’e Prama sono stati una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni in Sardegna e in tutto il Mediterraneo:

«Quando abbiamo deciso di partecipare al concorso indetto dal Comune di Cabras, avevamo ben chiara l’importanza dei ritrovamenti fatti a Mont’e Prama e la responsabilità che avremmo avuto sulle spalle. Siamo andati più volte a visitare il Centro di Restauro di Li Punti, dove il personale ci ha guidato alla scoperta dei più piccoli dettagli ed è proprio da una di queste visite che è nata l’ispirazione».

Ma perché questo museo è così importante? Gli chiedo di immaginare di avere di fronte uno che non capisce niente di architettura, storia e archeologia – non dovranno faticare molto con l’immaginazione – e di spiegargli i motivi di tale peso:

«Le sculture di Mont’e Prama sono – come dicevi – un’importantissima testimonianza della storia della Sardegna e del Mediterraneo e per tanti, troppi anni, non sono state accessibili a tutti. Oggi, dopo averle ammirate come unicum a Sassari, possiamo vederne solo alcune esposte nei musei di Cabras e di Cagliari. Il nuovo museo mostrerà i reperti valorizzandone ogni dettaglio, in una struttura che ospiterà anche le importanti testimonianze della penisola del Sinis. Ma non solo: il nuovo polo museale sarà anche un luogo in cui tutti possono andare a prendere un caffè, leggere un libro, passeggiare circondati da architetture pensate come sculture, guardare il paesaggio da un nuovo punto di vista ed abbracciarlo tutto, in un unico sguardo. Il nostro progetto unirà, in un unico luogo, archeologia, paesaggio, architettura e arte».

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

In effetti troppo spesso in Sardegna, ma non solo, autentici tesori sono ospitati in luoghi non adeguati e per questo non valorizzati. Che sia un problema tanto culturale quanto economico?

Walter: «Siamo sicuramente in un periodo di crisi economica, ma non credo sia questo il principale problema, anche perché non riguarda solo questi ultimi anni. Mi permetto di dire che la domanda è particolarmente insidiosa ma, potendo azzardare, direi che il problema è quasi sempre culturale. Chi decide dove e come spendere i soldi pubblici opera continuamente decisioni che nascono dalla propria idea di società. Nel prendere queste decisioni si stabiliscono gerarchie e priorità che sono lo specchio della cultura delle persone chiamate a ricoprire certi ruoli. Con questo non voglio dire che la responsabilità è dei governanti, o meglio non solo loro: tutti i cittadini dovrebbero essere più consapevoli del valore culturale delle bellezze che ci circondano, valorizzandole con tutte le forme di partecipazione possibili».

Renata: «Sono d’accordo con Walter ed aggiungerei che bisogna credere nel cambiamento, dare forma alle nuove idee, aprirsi al mondo, trovare nuovi modi di comunicazione e dare spazio ai giovani per consentire loro di dare un contributo. Per questo ringrazio l’amministrazione di Cabras, per aver fatto nel 2011 una scelta coraggiosa e forse anche un po’ insolita: indire un concorso internazionale di architettura per la musealizzazione del patrimonio scultoreo di Mont’e Prama. La nostra proposta ha vinto ed ora lavoriamo quotidianamente affinché il nuovo museo venga realizzato. I buoni progetti trovano sempre le risorse per poter essere realizzati. Questo è quello che credo».

E ci deve credere tanto. Ci devono credere entrambi, anzi, visto che il museo non sarà il loro primo segno lasciato nella cultura dell’isola. Recentemente, ad esempio, sono stati impegnati con la mostra fotografia La Sardegna di Thomas Ashby. Cosa li spinga a lavorare nell’isola e per l’isola, lo spiegano così:

Walter: «Poter dare il nostro contributo alla Sardegna è per me una delle cose più appaganti che ci siano. Abbiamo fatto esperienze di lavoro in Francia, Spagna e Svizzera e ci sono grandi differenze. All’estero l’architettura ha grande rilevanza nella società, il ruolo dell’architetto e la percezione che ne hanno i committenti sono completamente differenti rispetto a qui. È un problema culturale che è difficile affrontare trasferendosi altrove, quindi perché non fare bene qui? Sarà più faticoso, ma ogni volta ci sarà la soddisfazione di aver dato il nostro contributo. E poi, come ho già detto, oggi si può lavorare dalla Sardegna in tutto il mondo, dobbiamo solo prendere un aereo in più».

Renata: «Come tutti i giovani che cominciano a lavorare in piccole realtà, anche io mi sono chiesta se il mio posto non fosse altrove. Viaggiare, poi, ti porta a conoscere e quando vedi le possibilità che ci sono all’estero pensi di dovere andare via per trasformare le tue passioni nel tuo lavoro. Ma per ora sono sempre tornata qui, al mio mare, che è il mio punto di riferimento, ovunque mi trovi. Così, in modo molto naturale, ho scelto di vivere e lavorare qui, dalla Sardegna e per la Sardegna, isola in cui tanto è ancora da fare».

Così, da tre anni, Renata e Walter lavorano tutti i giorni a questo progetto, pensando e facendo, «sempre con lo stesso impegno». La responsabilità è grande, «ma anche la nostra voglia di fare».

«Per noi, però, è anche una questione personale», dice Walter. «Il progetto nasce dalla collaborazione con due colleghi ed amici: Simone Lumbau e Maria Grazia Satta. Oggi Simone non è più tra noi, ci manca molto, ma lavoriamo anche per lui, per portare a compimento la sua prima opera da architetto».

Diceva la canzone: Occhi rossi, al buio si muore, ma nel buio, quel che è stato vivrà.


Commenta

commenti