Salvatore Burruni è Campione del Mondo: battuto ai punti il thailandese Pone Kingpetch

Il 23 aprile del 1965 il pugile algherese Salvatore Burruni si laureava Campione mondiale dei pesi mosca battendo in 15 round il thailandese Pone Kingpetch. A distanza di cinquant'anni celebriamo e riviviamo quei momenti storici.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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È il 23 aprile del 1965 e sul ring del Palazzetto dello sport di Roma, circondati da altre 15mila persone, ci sono tre uomini provenienti da tre continenti diversi: un sardo, un thailandese e un messicano. Non è una barzelletta e non è nemmeno un caso, anzi. È una circostanza dannatamente seria. Quel giorno nella città eterna ci sono in ballo onore, sangue, sudore, gloria e tutte quelle cose che gli uomini inseguono o rifuggono dall’alba dei tempi nel tentativo di dare un senso alla loro vita. La questione coinvolge soprattutto i primi due. Il messicano, infatti, è l’unico dei tre ad avere il privilegio di indossare la camicia, con un elegante papillon. Ramon Berumen, così si chiama, ha anche altri due motivi di vanto: è il primo del suo paese ad arbitrare un match valevole per la corona di Campione del mondo ed è anche il solo del terzetto a essere più o meno sicuro di uscire dal ring nelle stesse condizioni in cui ci è salito. Gli altri due, il sardo e il thailandese, mettono giocoforza in mostra i loro fisici fatti di muscoli e nervi, indossando solo pantaloncini, scarpe da tennis e un bel paio di guantoni in pelle. Il primo – che è sardo, ma è anche italiano e soprattutto algherese – è Salvatore Burruni ed è lì per combattere la sua più dura e agognata battaglia, di quelle che ti possono cambiare una carriera e forse, anzi, niente forse, anche la vita: è la prima volta che un pugile italiano si batte per la cintura mondiale dei pesi mosca.

Gli rimane però un ultimo ostacolo da superare. Un ostacolo che arriva dall’altra parte del mondo, è undici centimetri più alto di lui, e ha il vizio di portare sempre con sé il suo lungo jab che sembra poter arrivare dovunque e con il quale sarebbe meglio non avere niente a che fare. I suoi occhi a mandorla, piatti e inespressivi, sono due sottili fessure per l’inferno. Si chiama, o meglio si fa chiamare, Pone Kingpetch. Il suo vero nome, Mana Seadoagbob, era stato ritenuto «per niente orecchiabile» dal ricco e astuto imprenditore di Bangkok Thongthos Inthorathat, proprietario di una fabbrica di medicinali che spadroneggiava nel mercato thailandese. Il mecenate, attratto dall’abilità di quel figlio di un falegname che piallava avversari su avversari per tutto il sud-est asiatico, aveva deciso di fare di Mana una macchina da guerra e soprattutto da soldi. In un paese come la Thailandia, infatti, dove la thai-boxe è sport nazionale, un pugile che combattesse alla “occidentale” rappresentava una vera e propria attrazione per un popolo affascinato dai modi e dalle usanze provenienti dalla parte del mondo in cui il sole tramonta. Mana Seadoagbob, nel frattempo, era diventato un monaco buddista per volere della nonna, attratta dalla remissione dei peccati garantita a coloro i quali abbiano figli o nipoti religiosi. Poi un giorno, specchiandosi nelle acque di un fiume, disse a se stesso: «Combattendo alla thailandese non andrai da nessuna parte». Del resto, che uscire dal tempio per entrare nel ring fosse scelta saggia lo intuì anche la vecchia, non appena il nipote firmò un ricco contratto con Thongthos, nel 1955, mettendo da parte preghiere, ginocchiate e gomitate per limitarsi ai soli, e più redditizi, pugni. Non più Mana Seadoagbob, quindi, ma Pone Kingpetch: il Kingpetch Diamond Alley è il luogo di allenamento in cui il suo talento è stato forgiato, mentre Pone significa letteralmente “ragazzo che salta”.

Quando arriva a Roma, Kingpetch non è più il povero monaco buddista figlio di un falegname di Hua Hin, un piccolo villaggio sul golfo della Thailandia. In pochi anni è diventato un’autentica leggenda nel suo paese, e non solo, conquistando tre volte il titolo di Campione mondiale dei pesi mosca: la prima il 16 aprile del 1960 contro l’argentino Pasqualito Perez, detto il dittatore nano, di fronte al re e alla regina thailandesi, a Bangkok. Kingpetch è un mito della boxe e da tale si comporta. Possiede un albergo, più altre attività redditizie, ed è entrato nelle grazie della regina Sirikit. Sul ring, tra un round e l’altro, chiede spesso al suo manager di sistemargli i capelli con qualche botta di pettine. Negli spogliatoi, quando si cambia, si gira di spalle. È un trentenne serio, timido ed elegante. Ma è soprattutto diffidente e forse un po’ sprezzante: quasi mai combatte fuori dalla Thailandia. Per convincerlo a venire in Italia e mettere in palio la sua cintura, Rino Tommasi – organizzatore del match e futuro grande giornalista – ha dovuto smuovere mari e monti, chiamando in causa addirittura la WBC, federazione pugilistica mondiale, che ha sostanzialmente obbligato il pugile orientale a combattere. Certo, non gratis. La borsa percepita da Kingpetch per l’incontro è la più alta che sia mai stata offerta a un pugile: 50mila dollari, qualcosa di più di 30milioni di lire, che negli anni sessanta sono davvero una bella cifra.

«Io combatto anche gratis» aveva risposto il sardo quando dall’organizzazione gli avevano fatto sapere che, essendosi svenati per portare il thailandese a Roma, a lui non sarebbero rimaste che le briciole. Roba che solo negli anni Sessanta. Roba che solo i veri campioni. Salvatore Burruni ha ormai 32 anni ed è alla ricerca della consacrazione mondiale dopo oltre dieci anni di onorata carriera. Gli amici lo chiamano Tore, che non vuol dire “ragazzo che salta”. Non vuol dire niente. E vuol dire tutto. Perché in quel diminutivo è sintetizzato ciò che Burruni rappresenta per una cittadina e per un’isola. Tore è il capofila di un popolo di terroni banditi pastori poveracci ignoranti che marcia sull’angusto sentiero del riscatto sociale. Lui è lì per aprire la strada, col suo sudore, la sua voglia e i suoi pugni precisi.

«All’inizio non era facile trovare un locale idoneo in cui allenarsi nel pugilato. Andavamo nei sottani, nelle torri, nelle case abbandonate. Poi negli scantinati. Le canottiere erano bianche, con la scritta Alghero cucita dalle suore. Le scarpe fatte dai calzolai, su misura. E si andava avanti così».

Nessuno avrebbe mai immaginato che quel bonsai di grande uomo, partendo dalla casa in via Gioberti, nel centro storico di Alghero, e dalla palestra improvvisata nelle prigionette di San Michele, sarebbe arrivato a giocarsi il titolo di campione del mondo. Eppure tutti hanno sempre fatto il tifo per lui, e non solo in Sardegna e non solo in Italia. Nel 1955, quando aveva partecipato con la nazionale ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona, tra giornalisti e opinione pubblica del posto era fiorita una profonda simpatia per Tore. Questo piccolo guerriero che parlava algherese, una specie di catalano misto a sardo e italiano, era entrato subito nelle grazie della stampa, soprattutto del giornale El Mundo Deportivo. Ma non solo. A Burruni fu addirittura chiesto di portare la bandiera catalana sul ring in caso di vittoria. Per fortuna, qualcuno della federazione gli spiegò che era meglio lasciar perdere, ché il dittatore Franco non avrebbe apprezzato. In ogni caso, questo non gli impedì di far passare dei brutti momenti al pugile spagnolo Miguel Ceses Arnal, sconfitto nella finale del torneo. Per la gioia degli italiani e, soprattutto, dei catalani. Passato poi professionista nel 1957, Burruni comincia la sua scalata all’iride vincendo e difendendo più volte il titolo italiano. La stessa cosa avviene per il titolo europeo, ottenuto la prima volta il 29 giugno 1961, ad Alghero, contro il lungo finlandese Risto Luukkonen.

«Come molti miei coetanei, ho lasciato casa per la prima volta quando mi hanno chiamato militare. Non c’erano soldi per andare a fare visite di piacere, ma poi è stato lo sport, il pugilato, a darmi la vera occasione per vedere l’Italia e per andare all’estero. È stata una cosa grandiosa uscire da Alghero e dalla Sardegna e vedere Roma, Milano e altre città che io potevo solo immaginare».

Le innumerevoli e prestigiose vittorie hanno permesso al tamburino sardo – così avevano cominciato a chiamarlo alcuni giornalisti – di collocarsi in cima alla graduatoria dei pesi mosca, garantendosi il diritto di sfidare il campione Pone Kingpetch «anche gratis», appunto. O meglio, solamente per un milione di lire. Trenta volte in meno di quanto spettasse al thailandese, che nel frattempo accampava scuse, si rifiutava di fare le visite mediche e chiedeva che si svolgessero in albergo per non intaccare la sua serenità spirituale. Quel figlio di un falegname si era pure portato delle damigiane d’acqua dalla Thailandia e si faceva accompagnare a pranzo da degli assaggiatori ufficiali, neanche fosse un imperatore romano, per paura di essere fottuto dagli italiani. Sospetto per altro incomprensibile.

«Volevo uscire da quella povertà che si era creata in quel periodo, negli anni ’50. Eravamo otto figli e mio padre ci ha lasciato che io avevo otto anni. Mia madre ha dovuto fare tutto da sola e io ho lavorato sin da piccolo. Poi ho cominciato con il pugilato e i risultati alla fine si son visti».

Insomma, è per tutta questa serie di motivi che un sardo, un thailandese e un messicano si ritrovano ora su quel ring, ognuno con il proprio scopo, il proprio fine ultimo: il sardo per vincere, il thailandese per difendere, il messicano per arbitrare. Sta di fatto che a un certo punto, a Roma, riecheggia il suono della campana che tutti aspettavano e una volta tanto non era quella di una chiesa. È ora di combattere.

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DONG!

DA UN LATO DEL RING IL CAMPIONE DEL MONDO THAILANDESE PONE KINGPETCH – introduce la voce calma e autorevole del grande Paolo Rosi, trasmessa in diretta dalla Rai nelle case di tutta Italia – CON LA SUA STRUTTURA LONGILINEA DI 170 CENTRIMETRI PER 50,5 CHILOGRAMMI…33 INCONTRI DISPUTATI IN CARRIERA, 27 VITTORIE E 6 SCONFITTE! DALL’ALTRO LATO IL CAMPIONE EUROPEO SALVATORE BURRUNI…159 CENTIMETRI PER 50,6 CHILOGRAMMI…80 INCONTRI DISPUTATI, 76 VINTI, 3 PERSI E 1 PAREGGIATO!

TORE! TORE! TORE! Urla la folla del Palazzetto di Roma, un unico grande coro che scandisce i primi agili balzi del tamburino sardo pronto a prendersi ciò che gli spetta. Sono tutti lì per lui, perché con Burruni lo spettacolo è garantito, lo sanno bene i quindicimila del palazzetto e lo sa anche Pone Kingpetch, che non parte bene. Non parte bene per niente. È rigido come il tronco di una quercia. I suoi due fratelli al bordo del ring, che lo accompagnano sempre, cercano di urlargli qualcosa di incomprensibile; indossano una camicetta rosa con bandiera thailandese che ad alcuni potrebbe anche sembrare elegante. Tore invece è leggero. Non ha faticato a rimanere sotto la soglia del peso mosca, 50,8 kg, e le lunghe corse sul lungomare algherese sembrano avergli fatto bene. Ha evitato digiuni debilitanti e sale inglese. È anche sereno, Tore, come la primavera. Prima dell’incontro si è addormentato sul lettino dei massaggi, come spesso gli capita. Eppure ha dentro la forza della tempesta. Il primo round è un assolo di Jimi Hendrix. SI DELINEA GIÀ L’ANDAMENTO DELL’INCONTRO…IL THAILANDESE È CHIUSO NEL SUO ANGOLO E CERCA DI SFRUTTARE IL SUO ALLUNGO SUPERIORE! Dice bene Rosi. Cerca. Non puoi colpire ciò che non puoi capire. Burruni scivola via da una parte all’altra del quadrato e il monaco pare un obelisco egizio piantato al centro del ring. I colpi del tamburino sono corti, veloci e puntuali. BURRUNI HA DATO IMMEDIATAMENTE BATTAGLIA, CON IL CONSUETO CORAGGIO E VOGLIA DI AFFERMARSI. DONG!

Kingpetch torna a sedersi e, al contrario di quello che succede a molti stranieri ogni giorno, non sembra affatto felice di essere venuto a Roma. Certo che 50mila dollari rimangono comunque una bella cifra. A Burruni bruciano le gambe e non vede l’ora di rialzarsi. TORE! TORE!

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DONG! Un vortice di colpi apre la seconda ripresa tanto che il pubblico non può fare a meno di alzarsi in piedi estasiato dallo spettacolo. È UNA SUPREMAZIA LIMPIDA! IL SARDO COMBATTE COSTANTEMENTE ALL’ATTACCO! Estro, tecnica e velocità si sono reincarnate in 159 centimetri di nervi e voglia di vincere. IN PIÙ DI UN’OCCASIONE BURRUNI È RIUSCITO A SCUOTERE IL SUO AVVERSARIO! Tore sembra una madre che cerca di svegliare il figlio per andare a scuola. Svegliati Pone! Svegliati! La lezione sta per cominciare! Anzi, è già cominciata da un po’. DONG!

Kingpetch si risiede ancora. Medita. È spettinato. IL THAILANDESE BOXA SOLO DI RIMESSA, HA DOVUTO SUBIRE COSTANTEMENTE!

«Quando per convincere Kingpetch mi dissero che era necessario sborsare una somma cospicua, io risposi che avrei combattuto anche gratis. Così combattemmo: lui con una borsa di 30 milioni, io di 1 milione. Ma io non combattevo per i soldi. Io volevo diventare Campione del Mondo. E ci sono riuscito».

DONG! La giostra sembra non finire mai. Il vento non accenna a placarsi. L’obelisco Kingpetch comincia a oscillare. Quasi si sgretola. Scivola schivando un colpo. Monaco, alzati in piedi! BURRUNI RIESCE A PENETRARE NELLA GUARDIA DEL THAILANDESE COME E QUANDO VUOLE! Gambe pesanti. Gambe pesantissime quelle asiatiche. Dov’è finito quel terribile destro da campione del mondo. Debole e svuotato. Sempre più flebile. DONG!

PONE KINGPETCH È UN GIUNCO ESPOSTO ALLA BUFERA CHE SI PIEGA COSTANTEMENTE SOTTO I COLPI CHE SALVATORE BURRUNI GLI VIBRA! I monsoni a Roma? No, monaco, ti sbagli. È l’impeto del maestrale. Di quello che soffia d’inverno, ad Alghero, e porta via la sabbia e gli alberi, e spacca le labbra e le mani, e fa dal mare un inferno. L’avresti mai detto?

DONG! Gancio destro e sinistro, combinazioni continue di colpi. Il tamburino sardo anticipa sempre, ruba il tempo. Il monaco non è quasi mai in grado di replicare. È UN’ABILITà SCHERMISTICA QUELLA DI BURRUNI! COMINCIAMO A CAPIRE LE RISERVE CHE IL CAMPIONE THAILANDESE MANIFESTAVA DI CONTINUO PER EVITARE QUEST’INCONTRO! Kingpetch è un apache con le frecce spuntate. La sua arma migliore, il destro d’incontro, parte sempre un attimo in ritardo. Se il monaco è il tuono, Burruni è il fulmine. E il fulmine arriva sempre prima del tuono. DONG!

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TORE! TORE! TORE! Siamo alla quinta ripresa. Gli OLÈ del pubblico fanno eco ad ogni colpo portato a segno. Quello del tamburino sardo è un monologo esaltante. A un certo punto Burruni schiva un destro di Kingpetch e, indietreggiando, lo colpisce. L’HA COLPITO ANDANDO ALL’INDIETRO! È UNA DOTE CHE SOLTANTO I GRANDI CAMPIONI POSSEGGONO! Grida Rosi, esaltato. DONG!

Burruni si siede e guarda il suo maestro Franco Mulas, il grand’uomo che gli ha insegnato che il pugile deve prima di tutto cercare di non prenderle. Tore dà la sensazione di non voler forzare come in precedenza, ritiene opportuno concedersi un po’ di tregua. Dopo cinque furiose riprese, Kingpetch si sta dimostrando un grande avversario e un ottimo incassatore. Probabilmente il sardo sta pensando di portare il thailandese al limite dei quindici round. IL VANTAGGIO È VALUTABILE INTORNO AI SETTE PUNTI, ricorda Rosi. Renditi invincibile e attacca il nemico solo quando è vulnerabile. Non attaccare per dimostrare la tua forza, ma attacca solo quando la tua forza può essere applicata, dice Sun Tzu ne L’Arte della guerra. Con ogni probabilità Tore non sa chi sia Sun Tzu, ma sa cosa significa combattere. Eccome se lo sa.

«Ero un combattente, mi chiamavano il tamburino sardo. Ero molto aggressivo. Poi piano piano, con la tecnica e l’esperienza, sono migliorato e ho capito che se bastavano tre colpi per vincere, era inutile darne dieci».

Scivolano via così sesta, settima, ottava ripresa. Il copione dell’incontro è sempre lo stesso. Il tamburino gestisce, il monaco non sembra essere in grado di fornire elementi di preoccupazione. LA MASCHERA IMPENETRABILE DI PONE KINGPETCH ORA ACCENNA A DISUNIRSI IN UNA SMORFIA, SOTTO I COLPI CONTINUI DI SALVATORE BURRUNI. Il campione algherese è in forma smagliante, sprigiona una vitalità sorprendente e una visione tattica che lo mette in condizione di poter dominare largamente l’avversario. Continua il monologo. Burruni ritorna all’attacco, colpisce l’avversario come e quando vuole. Kingpetch dimostra di avere un repertorio di colpi elementare. Non c’è fantasia, non c’è immaginazione. Burruni è rapido e imprevedibile. Poi…

SBAM! Il destro thailandese piomba sull’arcata sopraccigliare sinistra di Burruni, improvviso e inaspettato come tutte le difficoltà della vita. UNA FERITA DI POCO CONTO minimizza subito Rosi. Tore incassa, gestisce. Non ci si può mica far fottere da un k.o. tecnico proprio ora. A trentadue anni. Dai. Kingpetch è sempre più in chiara difficoltà. Burruni incrementa il vantaggio. Ogni volta che il monaco tenta di reagire, non fa altro che mettere in mostra i suoi limiti tecnici. BURRUNI RIESCE A SCHIVARE ED ELEDURE GLI ATTACCHI CON FACILITà IRRISORIA! I pugni del thailandese fanno aria al sardo. L’incontro è a metà strada e il vantaggio è nettissimo. Burruni faceva bene ad essere sicuro. Ecco perché voleva combattere gratis. Kingpetch lo sapeva. DONG!

«Quando ho visto la gente in fila a fare il biglietto per assistere all’incontro, quando ho visto il Palazzetto dello sport di Roma invaso dal pubblico, mi sono chiesto: ma come, io, un uomo così piccolo, riesco a portare qui tutta questa gente?»

Siamo alla nona ripresa. Kingpetch scivola nuovamente: non sembra sprizzare salute e lucidità. Ha incassato un’infinità di colpi al volto, ma continua a combattere. Però…che palle ha quel figlio di un falegname. Ricco, arrogante, taciturno, timido, diffidente. Ma che palle! È gonfio come lo stomaco di un nobile del Settecento, ma non molla. Non dev’essere facile venire dell’altra parte del mondo e farsi prendere a schiaffi da un nano di 159 centimetri. Oh, Pone Kingpetch, stai perdendo il titolo e te ne sei accorto. Stare in piedi è l’unica cosa che puoi fare. L’ultima alternativa all’umiliazione. Mana Seadoagbob, così ti chiamavi, ammesso che dopo tutti ‘sti cazzotti te lo ricordi ancora. Monaco buddista. Già, Buddha. Si fotta la religione, qua c’è qualcosa di più in ballo. Il problema è che quel demonio mediterraneo colpisce al corpo e al volto, come una madre ama i suoi figli, senza fare distinzioni. Lui colpisce. DONG!

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Ovazione del pubblico. È UN FUORICLASSE DEGNO DELLA CORONA MONDIALE…LO STA AMPIAMENTE DIMOSTRANDO! Dice Rosi, che poi intenerito aggiunge: RITENIAMO CHE NESSUN PUGILE AL MONDO POTESSE FIGURARE MEGLIO DI PONE KINGPETCH, OGGI, DI FRONTE A SALVATORE BURRUNI. E siamo già all’onore delle armi.

Decima ripresa, undicesima. Burruni lascia l’iniziativa all’avversario, che però non ne approfitta. Generale sconfitto, Kingpetch batte in ritirata, cercando di limitare i danni. Al suono della campana, tra un round e l’altro, Tore è sempre il primo a rialzarsi. UN GANCIO DESTRO SCUOTE PONE KINGPETCH CHE SI ABBANDONA PER UN ATTIMO ALLE CORDE. Manca poco, Mana Seadoagbob, stai tranquillo, presto sarà tutto finito. DONG!

Dodicesima ripresa. L’azione di Burruni è più leggera, educata: mira a toccare senza imprimere violenza, quasi impietosito. Un altro gancio preciso. CHE CLASSE! Tore penetra nella guardia del monaco grazie a velocità, tempismo e varietà di colpi. SBAM! Di nuovo! Improvvisamente Kingpetch riesce portare un altro destro diretto che colpisce in pieno volto il tamburino sardo. Una rarità. Burruni non gradisce e manda il thailandese a fare in culo e poi nuovamente alla corde. GONG! SI HA LA SENSAZIONE CHE BURRUNI POTREBBE RISOLVERE L’INCONTRO DA UN MOMENTO ALL’ALTRO, MA CERCA DI CONTROLLARE L’AVVERSARIO PER ESCLUDERE RISCHI!

DONG! Ancora un gancio e ancora un montante. Rimangono solo due riprese. Due riprese. STIAMO ASSISTENDO A UN COMBATTIMENTO IMPAREGGIABILE, DA ACCADEMIA DEL PUGILATO, si esalta la voce sempre mite e disciplinata di Rosi. DONG! DONG!

ULTIMA RIPRESA PRIMA DEL TRIONFO! Kingpetch perde nuovamente l’equilibrio e vola via verso le corde. TORE! TORE! TORE! Il grido si alza sempre di più. DOOONG!

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È finita. Burruni è una molla impazzita che salta da una parte all’altra del ring. Riesce a rimbalzare tre volte prima di essere travolto dall’abbraccio di allenatori, procuratori, membri dello staff, organizzatori, spettatori paganti e non paganti, cugini, parenti lontani, amici, vicini di casa, passanti, concittadini, preti, sindaci, carabinieri…Sul ring salgono tutti. È un casino. Pone Kingpetch si dirige sconsolato verso il suo angolo, ad aspettarlo i suoi fratelli e il resto del suo clan. Per decretare la vittoria di Tore non è stato necessario attendere il verdetto dei giudici, in ogni caso: per l’arbitro messicano Ramon Berumen 63-74, per il giudice italiano Nello Barrovecchio 53-74 e persino per quello thailandese Chuer Chaksuraksa 68-72.

SALVATORE BURRUNI È IL NUOVO CAMPIONE DEL MONDO DEI PESI MOSCA! Annuncia Rosi…UNA VITTORIA NETTA, NETTISSIMA!!!

Divincolatosi dalla morsa entusiasta che lo ha travolto, Burruni va a cercare Kingpetch dall’altra parte del quadrato. Gli stringe la mano, gli appoggia un braccio attorno al collo e lo accompagna per un giro d’onore.

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Qualche giorno dopo, all’aeroporto di Alghero, si radunerà un’enorme folla eccitata e commossa allo stesso tempo. E non per attendere Paolo VI e neanche il presidente Saragat: per aspettare Tore, che da via Gioberti era partito per diventare il Re del mondo, con umiltà, classe e sudore. E ci era persino riuscito e con lui c’erano riusciti tutti.

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Pone Kingpetch combatterà altri due match, prima di ritirarsi. Il monaco morirà, o meglio, abbandonerà la sua esistenza materiale nel 1982, all’età di 47 anni, e dieci anni dopo a Hua Hin gli dedicheranno un piccolo parco vicino alla stazione ferroviaria, governato da una statua che lo raffigura in posa trionfante.

Burruni, invece, combatterà ancora, prima di appendere i guantoni al chiodo nel 1969. In un’intervista concessa anni dopo, Tore non è più il grillo nerboruto degli anni Sessanta, ma un tranquillo signore coi capelli bianchi e qualche chilo in più; si racconta con calma e si abbandona senza rimpianti al piacere del ricordo. Alle sue spalle ha la muralla algherese e il mare agitato, mosso dal maestrale.

«A un certo punto arriva il momento di dire basta. Non bisogna cercare altre soddisfazioni a tutti i costi. Non bisogna essere egoisti. La testa deve ragionare. Così ho pensato: ho dato tutto, lascio dei bei ricordi, mi ritiro e me ne vado in pensione».

Centonove incontri di cui novantanove vinti, nove persi e uno pareggiato. Più volte Campione Italiano ed Europeo. Campione del Mondo nel 1965. Se n’è andato il 30 marzo del 2004, Salvatore Burruni, per gli amici Tore, per il pugilato un mito. Per gli avversari un problema.


FONTI: Corriere della Sera 1 – Gazzetta dello Sport 1 – La Nuova Sardegna 1, 2, 3 – Sports Illustrated 1, 2BoxRecRoma sul ring: Un secolo di boxe nella capitale, di Luigi Panella – Testa alta, due piedi: storie di calciomercato, di Franco Esposito – VIDEO 1, 2, 3, AUDIO NoPlay, Radiofficine Arci, Intervista a Gianfranco Burruni.

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