Siete mai stati a Dubai?

Il mio viaggio al confine tra Serbia e Ungheria, dove ogni giorno centinaia di migranti tentano disperatamente di lasciarsi alle spalle il loro paese, le loro origini, la guerra e la morte.

Stefano Carena

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Classe 1991. Attualmente vivo a Torino dove studio videomaking. Messo davanti alla scelta se scrivere per Times o per Blogamarì non ho potuto che farmi sedurre dalla seconda proposta.
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«Siete mai stati a Dubai?».

Ci guardiamo confusi – questo pensa che essendo italiani siamo così ricchi da poter andare a Dubai con tanta facilità?

Duecento chilometri prima, a Budapest, conosciamo Milo, un ragazzo piuttosto alticcio che rompe il ghiaccio scherzando sul fatto che il nome della città da cui proviene suona come “Sex Hard”. Io, Matteo, Sebastian e Gianluca gli stiamo attorno – abbiamo capito alla prima occhiata di essere di fronte ad un personaggio interessante. Ci chiede se siamo turisti o studenti e gli rispondiamo, mentendo, di essere studenti in viaggio per l’Europa. Sondiamo il terreno, cercando di capire cosa un ungherese medio pensi della situazione.

«Penso che non dovrebbero venire qui. Non ho nessun problema con loro, ma noi abbiamo già molti problemi per conto nostro. Orban, il nostro presidente, sta facendo la scelta giusta».

Mi ricorda subito i discorsi sentiti mille volte a casa mia, davanti al bancone di un bar, in fila alle poste, in piazzetta.

«Chiudi il portatile, siamo arrivati». Ritorno al mondo reale dopo due ore di macchina passate davanti al computer: siamo arrivati a Szeged, l’ultima città prima del confine serbo, dove convergono tutti i migranti prima di essere ammassati sui treni che li porteranno a Budapest. Scendiamo dalla macchina diretti in stazione.

Il posto è il caos più totale e ci coglie di sorpresa.

Famiglie intere scendono dai pullman provenienti dal campo profughi, i volontari sono impegnati nel dargli indicazioni, fornirgli spazzolini e sacchetti di cibo. Diverse troupe televisive provenienti da tutto il mondo assediano il posto intervistando i responsabili delle associazioni umanitarie e riprendendo i malaugurati.

Ci fermiamo.

Ognuno di noi si separa dagli altri, diventiamo tutti e quattro cupi e pensierosi senza il bisogno di aprir bocca. Siamo partiti ieri dall’Italia, abbiamo attraversato Slovenia e Ungheria senza sapere bene cosa ci avrebbe aspettato e ora siamo qui, a chiederci dove sia il confine tra la necessità di raccontare la realtà di questi giorni e il semplice sfruttamento del dolore di qualcun’altro. Abbiamo investito voglia, tempo e soldi in questo viaggio, dobbiamo comportarci dai professionisti che (non) siamo, ma oggi non è aria: torneremo domani con la mente più lucida.

È quasi l’una di notte quando arriviamo al casello che ci farà tornare dalla Serbia all’Ungheria. Un agente della polizia di frontiera grida in una lingua a me incomprensibile – Serbo, scommetterei – ma riesco comunque a capire che devo accostare. Sono nervoso, anche se non ne ho motivo. Un altro agente, grosso il doppio di quello prima, si fa avanti.

«Quindi siete giornalisti?», dice in un inglese quasi incomprensibile.
«Si, freelance».
«Come mai siete entrati e usciti dalla Serbia in meno di tre ore? Vorrei vedere il bagagliaio».

Seba apre il bagagliaio, mostrandogli l’attrezzatura per le riprese.

«Dove siete stati?»
«Brick Factory, dove si trovano i migranti».
«Com’era?»
«Una merda».
«Eh si, è una situazione difficile».


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«Siete mai stati a Dubai?»

Ci guardiamo confusi – questo pensa che essendo italiani siamo così ricchi da poter andare a Dubai con tanta facilità? «No», gli rispondiamo.

«Io ci sono stato, è bellissima – ci risponde Mohammed, un ragazzo della mia stessa età nato e cresciuto a Kabul -. Sono stato anche in India e in Turchia».
Ci guardiamo di nuovo. «Come ci sei arrivato, in quei posti?».
Lui ci guarda confuso: «In aereo». Non pronuncia la parola “ovviamente” ma è decisamente sottintesa dal tono di voce. È stato in quel momento che ho capito quanto ingenua fosse quella domanda.

In quel momento mi trovavo a Subotica, in Serbia, in una vecchia fabbrica di mattoni abbandonata circondata da una discarica e dagli accampamenti dei disperati che ogni giorno cercano di attraversare il confine con l’ Ungheria, ormai chiuso da chilometri di rete e filo spinato. Molti di loro, come Mohammed, arrivano da luoghi dove «vai a dormire e non sai se ti sveglierai».

Tibor, l’unico dei due volontari presenti sul posto , ci ha raccontato un’aneddoto: mentre dava una delle razioni di cibo ha chiesto ad un uomo come stesse. Lui gli ha risposto che era la prima persona, in sei mesi, a fargli quella domanda. Quando era in Siria faceva il medico e aveva una vita tranquilla, tutto sommato. Con l’arrivo dell’Isis la situazione si è fatta ovviamente più difficile.

«Mi hanno accoltellato quattro volte al cuore, ma fortunatamente nessuno dei colpi è andato a segno e sono riuscito a sopravvivere».
«È un miracolo», racconta di aver risposto Tibor.
«Già, ed è proprio per questo che ho capito di dover andar via».

Puoi essere chiunque tu voglia essere, ma quando non sai se domani mattina ti sveglierai o no, l’unica cosa che puoi fare è fuggire.


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