Cosa può farci capire la lettera di Michele (e perché mollare, mai)

Michele era uno di noi e la sua scelta più estrema può aiutarci a capire meglio tante cose.

Claudio Simbula

Claudio Simbula

Blogger, pubblicista, bipede.
Se c’è qualcosa che sogni di fare, comincia a farla.
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Claudio Simbula

La lettera di Michele, ragazzo morto suicida a Udine, sta facendo riflettere tanti. Me compreso.

È l’ultimo grido di un ragazzo di 30 anni che saluta il mondo, dicendogli “addio” per non tornare mai più.

30 anni è un’età in cui in Italia sei considerato ancora giovane, anche se in realtà tutti sanno che non è più così.

30 anni è quell’età in cui cominci a capire che sognare è bello, sì, ma non sempre i sogni si avverano. O almeno, non per tutti. Magari, non per te.

30 anni è quell’età in cui in Italia, probabilmente, non hai un lavoro fisso. Anzi, forse non hai un lavoro e basta. Non hai certezze, non hai sicurezze, non hai un conto in banca che superi i 4mila euro (o molto meno). In sostanza, non hai nulla, e non vedi come più avanti le cose possano migliorare.

30 anni è quell’età in cui in Italia magari la tua unica alternativa al figurare “disoccupato” è metterti in proprio, e non tutti hanno la forza o le idee per farlo bene. Non tutti possono avviare un’attività fiorente o essere degli ottimi freelance, anzi: tante “giovani partite IVA” galleggiano appena sopra la soglia di povertà, in un limbo che sembra non avere fine.

 

Michele ha vissuto questo dramma in prima persona. La caduta dei sogni, l’assenza di stabilità e sicurezze, la mancanza di un reddito fisso, di un posto da chiamare casa.

A tutto questo, si è aggiunta l’assenza di una persona da amare – e da cui essere amati – e di qualche amico più vicino, che potesse supportarlo e ascoltarlo sino in fondo. E tante altre cose che noi non conosciamo.

Michele ha deciso di salutarci lasciando un’amara lettera che i genitori hanno scelto di pubblicare. Tanti giornali hanno deciso di riprenderla, e ora siamo qui a parlarne.

È molto triste, la lettera di Michele. Al suo interno i problemi di una generazione. Problemi comuni, che possono sembrare insormontabili.

Michele non voleva affrontarli ancora, non voleva più vivere come fatto sino ai suoi 30 anni. 30 anni trascorsi in un modo che non conosciamo, perché ora ne parliamo tutti, ma di Michele noi non sappiamo nulla di più di quello che abbiamo letto su questa lettera, con il suo grido d’accusa a uno stato di cose che emargina tanti giovani e che, alla fine, uccide.

Ci ho pensato, alle parole di Michele. Non sono nessuno per dire cosa lui dovesse fare, o per giudicarlo.

Però, in questi anni ho vissuto spesso la situazione nella quale lui si trovava, così come tanti miei coetanei e colleghi.

E mi sento di dire una cosa. Qualcosa che avrei voluto, magari, dire anche a lui.

 

Tu non sei il tuo lavoro. Sei una persona, una persona unica. Come tutti, puoi cercare di realizzarti nel lavoro, ma non devi dare al lavoro la possibilità di diventare la dimostrazione della tua felicità. 

Può sembrare una cazzata New Age, ma la vera felicità si trova altrove: sta direttamente dentro di noi, nell’approccio che abbiamo alla vita.

E spesso è proprio chi ha il giusto approccio alla vita che riesce ad affrontare le cose con calma e raggiungere determinati obiettivi: i traguardi sono una conseguenza, della felicità, non la causa.

Può sembrare un ragionamento troppo positivo, troppo spirituale o troppo semplice.

Come si può essere felici senza un lavoro, senza una certezza, senza il lavoro per il quale si è studiato e senza soldi?

Allora si può fare una scelta: cambiare obiettivo. Cambiare lavoro. Formarsi nuovamente, evolversi, abbracciare nuove opportunità, senza abbattersi.

E se le opportunità non esistono nel lembo di terra che occupiamo da quando siamo nati, si può fare un’altra scelta: partire.

Se il posto dove si vive non è un buon terreno dove spendere le proprie capacità, si può cambiare.

Cambiare città. Cambiare paese. Cambiare emisfero. Cercare nuove possibilità altrove, per creare la propria indipendenza economica.

L’Italia non è un paese per tutti, ancora meno per una generazione come la nostra. Ma questo non deve, non può spingerci a decidere di mollare qualcosa come la nostra stessa vita. Al massimo molliamo l’Italia, se considerata causa dei nostri mali.

 

La lettera di Michele può aiutarci a capire tutto questo. Non a commiserarlo, o a pensare a simili uscite di scena. Questa vicenda può darci un motivo in più per pensare alle cose davvero importanti, a quella che sia per noi la felicità, alle alternative che possiamo avere rispetto allo spegnere la luce per sempre.

E può invitarci anche a condividere i nostri pensieri, le nostre angosce e paure, parlando con altre persone, senza restare soli.

Alla nostra generazione manca anche questo: nell’epoca dell’iperconnessione siamo spesso individui soli, con rapporti sociali debolissimi e pronti a tenerci tutto dentro, per vergogna. O a lasciare che degli amici si allontanino, senza dire niente.

Il mondo è già una merda. Viverlo insieme aiuta ad affrontarlo meglio, e spesso delle semplici parole possono cambiare tutto, in meglio.

 

La nostra generazione, in Italia, è fottuta: è un dato di fatto. Non abbiamo certezze, non abbiamo prospettive e viviamo (quando va bene) con il paracadute aperto dai nostri genitori.

Tanti di noi nati degli anni ’80 hanno grossi problemi di realizzazione personale e professionale: ma dobbiamo comunque trovare la forza di fare qualcosa.

 

Le generazioni che ci hanno preceduto hanno combattuto grandi battaglie, e ora continuano a decidere le nostre sorti.

Noi, che battaglie abbiamo combattuto?

Che battaglie vorremmo combattere?

E quando vorremmo iniziare a farlo?

Facciamo parte di una generazione maledetta. Ma forse è proprio in virtù di questo che dovremmo trovare le forze per fare qualcosa. Qualunque cosa.

Ma senza mai mollare.


 

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