Una barca di sogni in un mare di ricordi: i ragazzi del Vel Marì

Sui ragazzi del Vel Marì se ne sono dette e scritte tante, ma in pochi li hanno conosciuti. In pochi hanno sentito la loro voce. Ne abbiamo incontrati alcuni e questo è ciò che ci hanno raccontato.


«You see everyone of us laughing, but we are only trying not to remember the past. We make ourselves happy».

Sono arrivati in Sardegna nell’aprile del 2014. La loro età va dai 18 ai 30 anni. Arrivano da Nigeria, Gambia, Ghana, Mali e Senegal. Sono scappati dai loro paesi, perseguitati per la loro religione, si sono lasciati dietro la guerra, la fame, la morte. Si trovano ad Alghero dall’ottobre dello scorso anno, ospitati al Vel Marì dalla cooperativa sociale La Luna.

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Su di loro se ne sono dette e scritte tante, ma in pochi li hanno conosciuti. In pochi hanno sentito la loro voce. Sono andata da loro, li ho incontrati. Ho parlato con tre ragazzi e questo è quello che mi hanno detto.

Il primo si chiama Denison, ha 24 anni e arriva dalla Nigeria; quando gli chiedo se vorrebbe tornare a casa o stare qui mi guarda e mi sorride: «Starei qui per sempre». Mi racconta che gioca a calcio con altri ragazzi del Vel Marì a Santa Maria La Palma e che qui si trova bene. Gli piacerebbe studiare o lavorare, nonostante sia consapevole del fatto che non sia facile: «Mi affido al Signore. Accetterei qualsiasi proposta». Cambio argomento. «Com’è stato il viaggio? Come ti sei sentito?», gli chiedo. Lui abbassa lo sguardo: «Non mi sentivo più parte del mondo, era come se fossi morto».

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Parlo con un altro ragazzo: è Pedro, ha 24 anni e anche lui viene dalla Nigeria. La sua storia è un po’ singolare, diversa dalle altre: mi racconta di aver perso i suoi genitori quando aveva solo cinque anni. Oggi, tutto quello che gli rimane sono suo fratello gemello e suo zio, una sorta di stregone che un giorno tentò di ucciderlo per sacrificarlo in virtù di un non precisato rito tribale. Fin da piccolo, Pedro ha lavorato, trasportando acqua. Lo faceva per qualche spicciolo, ma soprattutto perché sapevacosa gli sarebbe spettato se si fosse ribellato.

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Mi mostra le mani, piene di calli e rovinate dal lavoro; istintivamente guardo le mie e mi rendo conto di quanto il mondo sia ingiusto. Pedro si sfoga e parla come se mi conoscesse da sempre. Mi racconta che nel 2013 è riuscito a fuggire in Libia: la sua situazione, però, non è migliorata. Anzi. Ha conosciuto la guerra e tutte le difficoltà che essa porta. È stato addirittura rapito, e non avendo soldi per pagare il riscatto, è rimasto in una casa, o meglio prigione, per tre mesi. Poi una notte il boss – così lo chiama lui – ha fatto salire tutti i prigionieri in un pullman e dopo poco tempo i ragazzi si sono ritrovati in una grande barca, non avendo la minima idea di quello che stava succedendo. Il viaggio è stato lungo, mi dice: «Ero sicuro di morire. Ho visto tante volte la morte in faccia». Pedro è giovane, vuole viaggiare, vedere il mondo e lavorare. Gli piace Alghero e gli piace la gente che ci abita, ha fatto amicizia anche grazie alla squadra di calcio e trova gli algheresi molto gentili e amichevoli.

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Diverso, invece, è quello che mi racconta Jeremy, 20 anni, arrivato in Italia con la speranza di una vita migliore, che per ora non ha trovato. Mi racconta che qui sente molto la discriminazione: «Alle persone non piacciamo, io lo so». E poi continua: «L’unica cosa che vorremmo ottenere è avere gli stessi diritti degli altri. Il colore della pelle non ha importanza». Quando gli chiedo se ha ricordi materiali di casa, mi risponde: «Prima di partire avevo parecchie foto, ma il Mediterraneo si è preso tutto ciò che portavo con me». Il suo sogno è quello di trovare un lavoro, «qualsiasi tipo di lavoro».

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È questo, alla fine, quello che cercano: una vita migliore. Trovare un lavoro, studiare, magari girare il mondo. Ma, soprattutto, desiderano dimenticare il passato e le tragedie che hanno animato gran parte delle loro giovani vite. Sostituirle con nuovi ricordi. Magari, un po’ più felici. È un reato?


Testi di Mercede Serra / Fotografie di Mercede Serra e Daniela Delrio.


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