Una ringhiera si stacca, una persona muore: la differenza tra fato e fatto

Una ringhiera si stacca, una persona muore: la differenza tra fato e fatto

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
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Se è tutto già scritto, allora amen. O meglio, se è tutto già detto. Perché il fato (dal latino FATUM, der. di FARI «dire, parlare») è letteralmente ciò che è detto, vuoi da una divinità, da un essere mitologico o qualcosa di simile, sicuramente superiore a tutti noi, miserandi umani, che trascorriamo la vita cercando di soffrire il meno possibile e sperando di non morire troppo in fretta. Chi si rassegna al fato – o al destino, per dirlo moderno – e considera il mondo governato da una forza irrevocabile e incontrastabile, è il fatalista. Il fatalista che ha fede vi parlerà di divina provvidenza.

Un fatto (dal latino FACTUM, «ciò che è stato operato, ciò che è accaduto») è, appunto, un avvenimento, un episodio, una vicenda. Niente più. I fatti sono la cosa più ostinata di questo mondo. Sono materia pura e asciutta, azione allo stato grezzo. Ma un fatto è come un sacco: vuoto, non si regge. Perché si regga, bisogna prima farci entrar dentro la ragione e i sentimenti che lo hanno determinato.

Fato, fatto: una coppia minima nella quale risiedono due modi diversi di interpretare il mondo.

Un uomo si affaccia ad un parapetto: guarda il mare. Il parapetto cede, l’uomo cade. Muore. Caso, destino, sventura, sfortuna, sfiga, malocchio. Qualcosa del genere, evidentemente. Si sarebbe potuto fermare semplicemente vicino, con le mani raccolte dietro la schiena; si sarebbe potuto appoggiare con minore fiducia e con maggiore attenzione; si sarebbe potuto adagiare sulla più solida balaustra in pietra, meglio. Che poi, avrebbe potuto anche fare a meno di guardare il mare così da vicino, ché quel tratto di costa lo conosciamo tutti a memoria, e pietra per pietra potremmo ridisegnarlo uguale su un foglio bianco, appena svegli la mattina. Se ne sarebbe potuto stare a casa, anche. Peccato fosse un’irresistibile giornata di sole primaverile, incastrata in una settimana di freddo e pioggia. Una giornata che un algherese non si fa mica sfuggire facilmente. Una serie di sfortunati eventi, insomma.

Eppure qualcosa non torna. Perché in molti, tra quelli un po’ meno fatalisti, parlano di tragedia annunciata. E ripensandoci, infatti, non è mica la prima volta che qualcuno rischia la pelle con quelle ringhiere. L’estate scorsa, ne era precipitata una sotto la leggera pressione di un passante. Nel 2011, un turista romano, probabilmente Franco Menichelli, con un colpo di reni riuscì a salvarsi, cadendo sì, ma all’indietro. Solo qualche graffio. Andò peggio alle tre turiste tedesche che, nel luglio del 2009, testarono la flessibilità di un albero di fico posto proprio sotto i bastioni. Si erano messe in posa per una foto. Il sindaco andò a trovarle con un mazzo di fiori, dicono.

E allora, riempiendo il sacco con la ragione, nessuno ha il coraggio di parlare di fatalità. Tra fato e fatto, una T di troppo: che sia la T di traballante, di trascuratezza; o la T di tragedia. Una piccola differenza grafica (e fonologica), ma una grossa differenza morale (e giudiziale).

Sul web i commenti sono rabbiosi. La politica latita.

Chissà cosa dirà il prete, domani mattina.


 

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