Vous n’êtes pas Charlie: l’ipocrisia italiana sul diritto di satira

Dopo i terribili fatti di Parigi in tutto il mondo il coro sul diritto di parola, di pensiero e, soprattutto, di satira, si è fatto unanime, compatto e fragoroso. Anche in Italia. Ma è sempre stato così? No, ovviamente.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
Ignazio Caruso

 


Dopo i terribili fatti di Parigi – che in queste ore vivono ancora tremendi sviluppi – in tutto il mondo il coro sul diritto di parola, di pensiero e, soprattutto, di satira, si è fatto unanime, compatto e fragoroso. Anche in Italia. Tutte le maggiori testate giornalistiche insieme alle più grandi emittenti televisive e radiofoniche si sono unite all’hashtag lanciato nelle ore successive all’attentato, #JesuisCharlie – io sono Charlie -, per esprimere solidarietà e vicinanza alle vittime. Oltre agli addetti ai lavori, anche molti politici italiani hanno espresso reazioni forti e commosse sulla tragedia.

Renzi: «Orrore e sgomento per la strage di Parigi,vicinanza totale a Hollande in questo momento terribile, violenza perderà sempre contro la libertà».

Boldrini: «Solidarietà a Assemblea Nazionale francese per l’atroce attentato a #CharlieHebdo. #Ue sia ferma nel difendere libertà fondamentali».

Gasparri: «Non possiamo rinunciare a democrazia e libertà. Bisogna reagire. Meno soldi per i riscatti. Armiamo aerei per colpire centrali terrorismo».

Napolitano: «Gesto vile contro un pilastro come la libertà di stampa».

Berlusconi: «Si tratta di una follia che, vanificando secoli di costruzione della civiltà e del diritto, mette a rischio ognuno di noi dal momento che non esiste, agli occhi di chi compie atti di questo genere, alcuna garanzia di pacifica convivenza, nel rispetto delle libertà politiche, civili e religiose di ognuno».

Eppure. Eppure se ci guardiamo indietro, se guardiamo alla nostra storia recente, a quella di noi italiani e di chi ci ha governato, parlare di una classe dirigente storicamente affezionata alla diritto di satira sembra quantomeno ardito. Pensiamo, ad esempio, alla Rai. La sua storia si intreccia inevitabilmente e indissolubilmente con la formazione culturale degli italiani nella Seconda Repubblica. E come si è comportata la Rai nei confronti della satira?

Nel 1959, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello – avessi detto Bill Hicks – presero in giro l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi reo di essere caduto mentre si sedeva a fianco al presidente francese Charles de Gaulle, durante una serata di gala. Insomma, la classica figura di merda che tutti abbiamo fatto almeno una volta nella nostra vita.

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Per l’Italia degli anni ’50, che ancora credeva nell’aura sacra delle istituzioni, era quasi impensabile che un presidente cadesse da una sedia. Per noi è già tanto se si riesce ad alzarsi. Comunque, fossimo stati nel duemila, il video sarebbe finito in loop su Striscia la Notizia per la gioia di ebeti e piccini. La garbata parodia dei due, invece, non piacque al mondo politico di allora. La loro trasmissione – Un, due, tre – venne sospesa e tanti saluti.

Un altro memorabile caso riguarda Dario Fo e sua moglie Franca Rame. Nel 1962, il futuro premio Nobel è conduttore e autore dei testi del più importante varietà Rai: Canzonissima. Le tematiche affrontate dalla coppia – mafia, fabbriche, incidenti sul lavoro – vengono più volte censurate dai vertici dell’azienda. I due torneranno in televisione solo quindici anni dopo, nel 1977, con Mistero Buffo. Lo spettacolo teatrale attirerà l’attenzione del Vaticano – ero quasi riuscito a scrivere un articolo sulla censura senza parlare della Chiesa, peccato – che reagì molto duramente ai modi e al linguaggio con cui nel programma si trattavano certi temi e personaggi religiosi o, più in particolare, ecclesiastici.

Nel 1980, invece, toccò Roberto Benigni. Sul palco del Festival di San Remo, il futuro premio Oscar apostrofò papa Giovanni Paolo II come «Woytilaccio». L’epiteto fece rabbrividire il pubblico e gelare i vertici Rai di allora. Mesi di polemiche risuonarono intorno a quell’espressione, più simpatica che dispregiativa oltre che tipicamente toscana.

Beppe Grillo – proprio lui – fu espulso dalla televisione nel 1986 per questa battuta: raccontando di un viaggio di Craxi e altri compagni di partito in Cina, il comico genovese immaginò una scena in cui Claudio Martelli chiedeva: «Ma se son tutti socialisti, a chi rubano?». Il resto – Tangentopoli – è storia.

Nel 2001, arriva l’editto bulgaro. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiara pubblicamente che i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro, insieme al comico Daniele Luttazzi «fanno un uso criminoso della televisione». Immediatamente tutti e tre vengono allontanati dalla tv e le loro trasmissioni sono sospese.

In molti, infine, ricorderanno come il Presidente della Camera Laura Boldrini, appena un anno fa, espresse disappunto riguardo l’imitazione del ministro Maria Elena Boschi di Virginia Raffaele: «Mi è dispiaciuto vedere la satira della Boschi, se si cede al sessismo la satira diventa qualcos’altro, la apprezzo di meno».

Quindi, #JesuisCharlie mica tanto. L’ipocrisia strumentale di stampa e politica è di fatto smascherata, senza sforzo alcuno, visto che siamo riusciti, nel corso degli anni, a censurare persino un premio Nobel e un premio Oscar. E Raimondo Vianello. Certo, ben venga lo stigmatizzare episodi terribilmente storici, o storicamente terribili, come questi. Ma proviamo per un attimo a pensare quale famoso settimanale italiano avrebbe mai potuto – e voluto – pubblicare vignette come queste senza incappare in polemiche, censure e denunce.

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E allora sembra quasi che la satira – e la sua libertà – sia un baluardo da difendere solo quando il bersaglio è l’altro: il vicino di casa, il capo di un altro stato, Maometto. Fare satira non significa solamente sfottere, umiliare, insultare i poteri e i potenti. Significa smascherarli, portare alla luce i meccanismi con i quali esercitano la loro forza, i loro trucchi da quattro soldi, le loro ipocrisie. E per questo dà terribilmente fastidio. Agli islamici fondamentalisti, certo, ma anche agli italiani moderati.


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