Willie Peyote, un rapper che ha davvero qualcosa da dire

Willie Peyote, un rapper che ha davvero qualcosa da dire

Definito come "il rapper nichilista", il Peyote ne ha per tutti: dai giovani che vogliono essere per forza artisti alle logiche sbagliate e dannose di social network e talent show. Da Torino con furore.

Claudio Simbula

Claudio Simbula

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Claudio Simbula

Willie Peyote è un rapper emergente nella scena nazionale. Classe 1985, è considerato una delle migliori “penne” della scena hip hop italiana. Il Peyote sarà in concerto questa sera al Poco Loco di Alghero insieme al producer Frank Sativa, per l’ultima di tre date in Sardegna organizzate da Onestep BMP per la promozione del suo album “Non è il mio genere, il genere umano”. Sarà l’occasione per ascoltare un artista eclettico, con molte cose da dire. Tutte sensate.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui per conoscerlo meglio e non possiamo che confermare una cosa: certi messaggi vanno ascoltati con attenzione. Per questo, non perdetevi il suo live.

 

Willie Peyote, benvenuto in Sardegna: è la prima volta che ti esibisci qui?

Si. Non è la prima volta che visito la Sardegna, ero già stato qui in vacanza diverse estati fa, ma è in assoluto la prima volta che vengo su quest’isola per suonare.

 

 

Sei in tour per presentare il tuo ultimo album, “Non è il mio genere, il genere umano”, un lavoro che sta riscuotendo molti apprezzamenti in particolare per i tuoi testi taglienti e ironici. Da cosa trai ispirazione?

Dall’umanità, tutta. In generale, prendo ispirazione dalla società e parlo di quello che non va. Osservo cosa mi succede attorno e poi lo racconto, utilizzando un po’ d’ironia, così da rendere un po’ più digeribile il boccone.

Descrivo quello che mi succede e quanto mi capita intorno, a volte parto da un argomento di attualità che mi colpisce particolarmente.. In sostanza non c’è un tema preciso e unico, fare una canzone è un po’ come parlare con qualcuno, potenzialmente si potrebbe fare una canzone su qualsiasi cosa.

 

A questo proposito, vieni spesso definito e ti autodefinisci un rapper nichilista. Che significa per te questa descrizione?

Sono stato definito dagli altri come rapper nichilista, prima ancora di definirmi io in questa maniera. Credo che derivi un po’ dall’approccio che ho, molto disincantato, dal mio parlare dell’assenza di valori, della sensazione che non ci sia niente di buono, che non ci sia un futuro positivo per quelli della mia generazione. La definizione di nichilista che mi è stata data deriva da questa mia visione delle cose. L’essere nichilista è poi diventato anche un modo per prendersi un po’ in giro. Attualmente vedo che si abusa un po’ di questo termine, ormai sempre più persone si definiscono così.

 

 

Sempre a proposito di mentalità e modo di vivere, un’altra cosa che ti contraddistingue è l’attitudine hardcore. Che significa per te essere hardcore?

Per me essere hardcore non vuole dire essere violenti, né a livello di suono né a livello di argomenti. Secondo me essere hardcore è un altro modo di approcciarsi alle cose, senza troppi fronzoli e orpelli. Essere hardcore per me vuole dire puntare al nocciolo delle cose e alla verità. La verità è spesso hardcore, nel senso che se tu non sei ipocrita e chiami le cose col loro nome, e descrivi esattamente quello che ti succede intorno, questo è sempre hardcore.

Le cose brutte sono hardcore, il racconto delle cose brutte è hardcore, non hai bisogno necessariamente di suoni violenti. La mia interpretazione è un po’ questa, il parlare anche di cose negative in maniera diretta, senza girarci troppo attorno. Per fare un esempio si può pensare alla contrapposizione tra un calciatore hardcore, come Glik e i calciatori strapagati (come Matri e Borriello, citazione e ndr). Questa è l’immagine di qualcuno che ha un approccio diverso alle cose, al pallone come alla vita. Senza badare tanto all’immagine ma alla sostanza, senza volersi vendere per forza. L’hardcore secondo me è questo tipo di attitudine, sia nella musica che nella vita.

 

A livello musicale, ci sono dei modelli e artisti che ti ispirano di più degli altri?

Si, quando mi fanno questa domanda rispondo sempre citando Fabri Fibra, in particolare un album, Turbe Giovanili, che è uno dei dischi che più mi ha influenzato in assoluto. Però in realtà gli artisti che mi influenzano sono di vario genere, ad esempio Fred Buscaglione e Damon Albarn, due artisti che in modo diverso mi hanno influenzato e non c’entrano assolutamente nulla col rap.

 

E a livello italiano, nel mondo dell’hiphop, ci sono dei rapper che ti colpiscono di più degli altri?

Si, a parte i grandi nomi, direi che in Italia ci sono due artisti che possono fare davvero un salto di qualità: Salmo e Ghemon. Sono molto diversi, ma io da ascoltatore riconosco il loro valore, per l’approccio sul palco, perché hanno qualcosa da dire. Per me sono due di un altro livello, che possono allargare ancora il proprio pubblico, anche al di là di fuori della streatta cerchia rap.

Parlando di altri nomi su cui personalmente punterei, direi Hyst e Dutch Nazari, due nomi che valgono e che solitamente raccolgono troppo poco.

Poi ci sono tanti altri artisti interessanti, potremmo parlarne per ore.

 

 

Nell’ultimo anno oltre al tuo album hai lavorato a una bella collaborazione con i Funk Shui Project. Vuoi parlarcene?

Si, quella con i Funk Shui Project è davvero una bella collaborazione, un’esperienza piacevole e interessante. Da tempo volevo fare qualcosa con dei musicisti, ed è stato davvero divertente, una bella cosa e un bel disco, almeno secondo me. Poi la differenza la noti soprattutto nei live, fare dei live con un gruppo dietro è tutta un’altra roba, a me piace il rap, piace fare dei concerti da solo ma non c’è una dinamica come con un gruppo vero. La cosa bella con una band è per esempio la possibilità di accelerare o rallentare il brano durante l’esecuzione stessa, l’interazione sul palco… Ci sono problemi e situazioni diverse, c’è un processo creativo ancora più coinvolgente, c’è la sala prove, che è una cosa che avevo sperimentato con altri generi musicali e un po’ mi mancava. C’è una serie di aspetti che a me divertono molto e che ritrovi solo lavorando con i musicisti.

 

Nelle tue liriche ne hai un po’ per tutti. Vieni da Torino, un posto che ami e che in CPT Futuro Freestyle definisci “Una città in cui sono tutti artisti”. A che ti riferisci?

Mi riferisco al fatto che a Torino, in zone come San Salvario, se tu esci e vai in qualsiasi locale sei circondato da gente dai 22 ai 35 anni e nessuno ha un cazzo di lavoro vero. Fanno tutti i fotografi freelance, i dj, i cantanti, i videomaker… Non ce n’è uno che fa il panettiere, l’idraulico, l’elettrauto… Sono tutti dei cazzo di artisti. Anche io adesso non ho un lavoro, mi sono licenziato, quindi presto anche il fianco a farmi dire “E tu che cazzo fai di diverso?”. È vero anche questo, da fuori. Però è l’approccio alle cose che fa la differenza.

Quelle persone là camminano e si presentano agli altri per far vedere che loro hanno una vita migliore di quella di quel coglione di loro padre che li ha messi al mondo, è questo che intendo quando dico “sono tutti artisti”. Tutti sentono il bisogno di avere qualcosa da dire, rispetto agli altri. Tutti devono essere qualcuno, tutti devono apparire. Però poi magari ti manca il contenuto.

 

Argomento popolarità e social network: che opinione hai su questi mezzi e sulle loro logiche?

Io credo che i social network dovrebbero essere un mezzo. Io li uso e per certi versi sono costretto a usarli come strumento di diffusione, visto il contesto storico, e va bene. Però da parte mia c’è un brutto rapporto coi social network come persona fisica, come persone. Cioè io, Guglielmo Bruno, non avessi la musica che faccio avrei cancellato i miei profili sui vari social network perché non mi piace il meccanismo, non mi piaccio nemmeno io sui social. Credo che sia un problema del principio stesso dei social network, che ti portano a comportarti in modi aberranti e che non ti sono propri. È sbagliato IL social network, così al suo interno tutti noi ci comporteremo in modi sbagliati o anomali, costretti. Faremo i “morti di figa”, resteremo minuti interminabili a scrollare la home e guardare la vita degli altri di cui magari non ci frega un cazzo… Lo facciamo tutti e lo faremo tutti perché è lo stesso sistema dei social network che ti porta a fare quella roba lì. Quindi, per me è sbagliato, come sono sbagliate molte altre derive dell’umanità dell’ultimo periodo, però… Finché resta un mezzo, è utile, utilissimo, forse il più funzionale che abbiamo a disposizione. Per la musica emergente, i social network sono fondamentali, anche se in questo caso potremmo aprire altri temi, ad esempio quello che ora la musica non si ascolta ma si guarda, l’importanza sempre più centrale dell’immagine e così via…

Comunque, è cambiato il modo di comunicare e se vuoi farlo devi rimanere al passo coi tempi, cambiare questo sistema è impossibile, bisogna abituarsi.

 

Parlando sempre di promozione, se domani arrivasse la chiamata per un talent show, che farebbe Peyote?

No, il talent show no. Riguardo il discorso sui social network, il talent show è l’evoluzione al peggio di alcuni meccanismi della nostra società. Quindi no. Io li abolirei. Sono assolutamente contrario perché sono format che sfruttano il talento di alcuni e i sogni di altri. Quando vedi centinaia di migliaia di persone ai casting di X-Factor, ai provini, anche se poi sono davvero dei casting, vedi centinaia di persone che hanno un sogno, ma spesso non hanno nessun talento. Il problema è che bisognerebbe dirlo a quella gente che se hai un sogno ma non hai i mezzi per raggiungerlo, a un certo punto fai altro. Ma devi farlo per te, perché altrimenti avrai una vita di merda. Invece oggi si alimenta il sogno di chiunque: tutti abbiamo un talento, tutti siamo cantanti… Altrimenti vai a Italia’s Got Talent o Tu si que vales e fai qualche altra cazzata, cioè balli, o magari sei semplicemente brutto in modo divertente, oppure ti leghi dei pesi allo scroto e diventi comunque un personaggio… L’importante è che tutti sappiamo fare qualcosa.

No, non è così, non è vero. Bisognerebbe tornare in un’epoca in cui se sai fare qualcosa lo fai, se non lo sai fare ne prendi atto e fai altro. Non siamo tutti cantanti, così come non siamo tutti calciatori e non potremo inventare tutti la penicillina. Punto. Qualcuno è capace a far quello e sicuramente Gino Strada fa qualcosa di più importante rispetto a quello che faccio io. Ma sarebbe il caso che ognuno ritornasse a vivere la sua vita capendo quali sono i suoi limiti, e vivendo di conseguenza.

 

 

Il pezzo del tuo album a cui sei più affezionato?

Glik, perché ha avuto una risposta che non mi aspettavo, sia dai tifosi del Toro sia dai polacchi e per motivi diversi sono state due cose che mi hanno dato una grande soddisfazione. Io credevo che sarebbe stata un’arma a doppio taglio, invece la canzone è stato accettata come simbolo da parte di molti e la cosa mi ha fatto davvero piacere.

Mentre il pezzo a cui sono più affezionato a livello di scrittura forse è Dettagli, l’ultimo che ho scritto in ordine di tempo e sicuramente il più personale, il più intimo.

 

Che cosa possiamo aspettarci dal tuo live?

Dal mio live puoi aspettarti qualcosa che non ti aspetteresti da un concerto rap. Il mio è un live in cui cerco di proporre dei testi in cui si dicono delle cose interessanti, che spero le persone abbiamo voglia di ascoltare, mantenendo l’approccio giusto per un concerto. Non ci saranno coreografie ma sarà sicuramente divertente.

 

Chiacchierare con Willie Peyote è stato molto divertente e produttivo, avremmo potuto continuare per ore. Ma ringrazio già i lettori che sono arrivati sin qua.


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