Zingari e Puffi: una visita al campo Rom

Il racconto dal campo dell'Arenosu, tra rottami, creature blu e umani. Perché tra la strada della comprensione e quella dell’odio, la seconda è senza dubbio la più facile. E a noi le cose facili non piacciono.

Ignazio Caruso

Ignazio Caruso

Di sana e robusta costituzione. Docente Lettere, blogger, mancino e juventino a tempo indeterminato.
Ignazio Caruso

Latest posts by Ignazio Caruso (see all)


Parlare di zingari è sempre cosa assai ardua. Qualsiasi cosa si dica o si pensi, si finisce sempre per creare divisione e conflitto. Sono gli Eddy Merckx dei popoli odiati. Rappresentano un argomento ostico, complicato da maneggiare. Allo stesso modo, però, è davvero difficile non esprimere un’opinione a riguardo; trattenersi risulta impossibile, soprattutto ora che, ad Alghero, si è finalmente deciso di affrontare la questione.

Zingari, nomadi, gitani, rom, sinti, khorakhanè. Ci sono diversi modi per chiamarli, a seconda della provenienza, della religione, del grado di sensibilità che chi li chiama voglia sfoggiare. Quale sia quello giusto, non lo so. Per questo non parleremo di zingari. O meglio, alla parola zingaro sostituiremo la parola puffo. Sì, parleremo dei puffi. Sì, i cartoni animati. Sì, quelli piccoli e blu. E sì, questo renderà tutto molto più divertente.

Nella foresta c’è / un così bel villaggio. L’ho trovato, sono andato a vederlo. I puffi algheresi vivono a pochi passi da Fertilia, nella pineta dell’Arenosu. E questo era sì, potenzialmente, proprio un bel villaggio. Chi lo ha visitato sa di cosa parlo. Chi non lo ha visitato, può avere solo una vaga idea. È come vivere in campeggio. Anzi, è come fare un campeggio perenne. In una discarica. Rottami, rifiuti, scarti. Ovunque. Animali: cani, galline e galli. Una capra. I puffi vivono nei loro funghi: bungalow simili a pollai e roulotte. Non ci sono bagni. Ripeto: non ci sono bagni. Relativamente al contesto ambientale in cui vivono – anzi, nonostante questo – i puffi mantengono comunque una certa dignità. Non mi impressiono facilmente. Ho visto alcuni dei miei amici in condizioni psico-fisiche e igienico-sanitarie di gran lunga più degradanti dopo appena due giorni di campeggio. È, comunque, una situazione di disagio innegabile.

I puffi stanno là e questa gran famiglia / sempre d’accordo va, splende la felicità. In effetti sono una grande famiglia. O famiglia grande. I puffi attualmente censiti all’Arenosu sono una cinquantina: 24 adulti e 27 minori. In tutto undici nuclei familiari, sì, ma rami di uno stesso tronco genealogico. Sono pochi, se ci si pensa un attimo.

I puffi sanno sempre rispettare la natura. Non la pensa così l’ingegner Graziano Mura, che nel febbraio 2013 ha firmato l’analisi di rischio commissionata dalla Laore (l’agenzia regionale proprietaria della pineta). Nel documento si legge che «la situazione ambientale e sanitaria dell’area studiata è incompatibile con la presenza di una comunità di residenti» poiché la presenza nel terreno di diossine, Pcb, stagno, piombo e zinco provocherebbe «un rischio cancerogeno non accettabile». La cosa, ovviamente, non sorprende. All’accantonamento di montagne di rifiuti, infatti, segue necessariamente la loro combustione dolosa. Il rapporto dei puffi con la natura è quindi di totale disinteresse. Con le dovute proporzioni, ricorda un po’ quello del turista che sporca la spiaggia d’estate o, perché no, anche quello del Ministero della Difesa – vedi inquinamento servitù militari – e delle grandi multinazionali – vedi E.On a Fiume Santo -. Totale disinteresse, appunto.

Madre Natura pensa sempre a noi / con i puffi puoi aiutarla se lo vuoi. Più che aiutare la natura, li abbiamo aiutati a distruggerla. Noi algheresi doc, dico. Pensare che i rottami presenti nella pineta siano esclusiva opera dei nostri amici blu è alquanto bislacco. Tutti responsabili, quindi. Noi e i puffi.

Puffetta. Puffetta ha la faccia triste. Dipendente. Subalterna. Inferiore. Pare che l’unico scopo della sua vita sia mettere al mondo altri baby-puffi. Un po’ come le nostre nonne. Spesso è vittima di violenze. Un po’ come le nostre donne. Perché l’elemosina? «Meglio che rubare», mi dice. Meglio lavorare, penso io. «Nessuno mi assume» mi risponde, come se mi avesse letto nel pensiero.

Puffolini. Sono tanti. Vagano per il villaggio allo stato brado. Sembra che una bomba gli sia appena esplosa alle spalle. Hanno un che di post-bellico. Anzi, di bellico. Tutto questo ha un qualcosa che richiama uno scenario di guerra. Non dev’essere facile crescere nel villaggio dell’Arenosu. Non dev’essere facile essere blu, a scuola, mentre gli altri sono bianchi e candidi. Sono puffi, ma sono algheresi, sardi, italiani, europei. Uno mi si avvicina, è un po’ cicciottello. Mi mostra qualcosa di simile a un libretto delle istruzioni, con delle figure e delle didascalie. «Come si fa?» mi chiede. «Leggi», gli dico. Mi guarda e se ne va.

Grande Puffo. Il suo fungo è il più grande di tutti, ed è posizionato al centro del villaggio. Mi aspetta seduto e calmo, nella polverosa aia principale. È una bella mattinata di sole. Mi avvicino e lui, da una carriola che ha alle spalle, tira fuori un tronco segato. «Siediti», mi dice, indicando la parte piana dello sgabello artigianale. Eseguo. Parliamo un po’. Il suo accento slavo è forte, eppure è ad Alghero «da trent’anni». Forse anche di più. È più algherese di me, cronologicamente parlando, e di molti di quelli che stanno leggendo. Glielo faccio notare, ma non sembra dargli troppa importanza. «Non è questo quello che conta». Gli chiedo quale sia la sua opinione riguardo lo sgombero. «Cosa faremo a Mamuntanas, in mezzo al niente? Io cammino con le stampelle, ho problemi al cuore. I bambini vanno a scuola. Non è una buona cosa». Grande Puffo auspica una sistemazione migliore per sé, ma soprattutto per i suoi puffi. Quando gli chiedo se ha paura che la sua puff-cultura si disperda, se ha paura dell’integrazione, in sostanza, mi guarda come se fossi pazzo: «Credi che a noi puffi piaccia vivere in questo villaggio? Siamo blu, ma non siamo scemi. Sarebbe bello abbandonare questi funghi e avere delle case normali». Chissà, magari perderebbero anche quel colore blu. «Non credo», mi dice lui. D’altronde che male c’è ad andare fieri delle proprie origini? I sardi dovrebbero saperlo meglio di chiunque altro. Il fatto che non abbia perso il suo accento dice molto. Significa che, pur essendo a tutti gli effetti algherese, non ha smesso di sentirsi puffo. Penso ai miei coetanei partiti a studiare fuori: al primo ritorno a casa parlavano con cadenza milanese o romanesca. Lo saluto.

Tornando nel mondo degli umani, un dubbio si insinua pericolosamente nel mio cervello. Perché tutto questo odio? Perché i puffi sono detestati dovunque, da sempre, da tutti? Che sia per il loro stile di vita unico, anacronistico, completamente fuori dal tempo, non curante dell’evoluzione della tecnologia, del pensiero, della società, completamente refrattario alle regole, se non a quelle non scritte della propria comunità? Artefici di una vita che davvero è vissuta giorno per giorno, in cui i problemi scivolano via insieme alle leggi e alle convenzioni, i puffi stanno bene così. Vuoi vedere che li invidiamo e neanche ce ne accorgiamo? È giusto pretendere delle modifiche graduali al loro stile di vita, creando un miglioramento delle condizioni di vita soprattutto per puffi più piccoli? Sì. È possibile? Forse. È giusto consegnargli delle case? Umano, sicuramente. Per ora, abbiamo due modi di affrontare l’esistenza completamente differenti, forse opposti. E tra la strada della comprensione e quella dell’odio, la seconda è senza dubbio la più facile. Per gli umani, ma anche per i puffi.

Il quadro, ora, è più o meno completo. Manca solo Gargamella: ma ce l’abbiamo di fronte allo specchio. Ogni mattina.


Commenta

commenti